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A cura di: Stefania Manfrin Indice degli argomenti Toggle Ecosistemi devastati da Gaza all’Ucraina: guerre che cancellano la naturaDal diritto internazionale alla finanza climaticaCOP30: pace, ambiente e climaFAQ – Guerre e ambienteIn che modo i conflitti armati danneggiano l’ambiente?Quali sono i principali esempi recenti di devastazione ambientale dovuta alla guerra?Cosa prevedono i “Principi ONU del 2022 per la protezione dell’ambiente nei conflitti armati”?Qual è il ruolo della finanza climatica nella ricostruzione post-bellica?Come si collega la crisi climatica all’aumento dei conflitti? Nel mondo oltre due miliardi di persone vivono in aree colpite da conflitti. Guerre, crisi climatiche e instabilità politica stanno devastando ecosistemi, risorse naturali e sistemi idrici. L’allarme dell’ONU sul devastante impatto dei conflitti su clima e ambiente e le strategie da mettere in atto. Ecosistemi devastati da Gaza all’Ucraina: guerre che cancellano la natura La distruzione degli ecosistemi è ormai una conseguenza strutturale dei conflitti armati, con effetti che si estendono ben oltre la fine delle ostilità. Dalle foreste tropicali africane ai suoli agricoli del Medio Oriente, le guerre stanno trasformando paesaggi produttivi in terre aride, inquinate e inabitabili. Durante il dibattito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 6 novembre, la vice ministra degli Esteri della Sierra Leone, Francess Piagie Alghali, ha ricordato che “quando le armi hanno taciuto nel 2002, anche le nostre foreste e savane sono rimaste in silenzio”: un’immagine potente del legame tra conflitti, perdita di biodiversità e degrado del suolo. Secondo il Programma ONU per l’Ambiente (UNEP), oggi due miliardi di persone, un quarto della popolazione mondiale, vivono in aree colpite da guerre o gravi instabilità. “I danni ambientali spingono le popolazioni nella fame, nella malattia e nello sfollamento, alimentando nuova insicurezza”, ha dichiarato Inger Andersen, direttrice esecutiva di UNEP. Gli esempi citati nel dibattito delineano una crisi ecologica senza precedenti: Gaza: dopo due anni di guerra, è andato perso il 97% degli alberi da frutto, il 95% della macchia arbustiva e l’80% delle colture annuali. Oltre 61 milioni di tonnellate di macerie contaminano suoli e falde, mentre le acque dolci e marine sono inquinate da munizioni, liquami e rifiuti industriali. Ucraina: la distruzione della diga di Kakhovka (2023) ha sommerso più di 600 km² di territorio, cancellando habitat naturali e comunità vegetali e interrompendo i cicli ecologici del Dnepr. Haiti: degrado ambientale, crisi climatica e instabilità politica si rafforzano a vicenda, minando la sicurezza e la coesione sociale. Oltre al danno ambientale, la guerra innesca processi di desertificazione, contaminazione e perdita di fertilità dei suoli che richiedono decenni per essere invertiti. Come sottolineato dal Consiglio ONU, “i campi di battaglia diventano terre desolate, e il prezzo più alto lo pagano le generazioni future”. Dal diritto internazionale alla finanza climatica Il dibattito al Consiglio di Sicurezza si è svolto in occasione della Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in guerra e conflitto armato. Tra i temi centrali, il rafforzamento del quadro giuridico internazionale e l’integrazione tra azione umanitaria, adattamento climatico e peacebuilding. Il giurista Charles C. Jalloh, membro della International Law Commission (ILC), ha ricordato l’importanza dei 27 Principi ONU per la protezione dell’ambiente in relazione ai conflitti armati, adottati nel 2022. Questi principi — fondati sul diritto umanitario, sul diritto ambientale internazionale e sui diritti umani — mirano a garantire tutela ambientale prima, durante e dopo le ostilità, incluse le situazioni di occupazione. Tali strumenti, seppur di “soft law”, stanno diventando un riferimento fondamentale per le politiche di ricostruzione post-bellica, soprattutto nei contesti dove le infrastrutture ecologiche sono parte integrante della ripresa economica. In parallelo, cresce l’urgenza di potenziare i meccanismi di finanza climatica per la resilienza. Tra gli strumenti più rilevanti: i fondi multilaterali come il Green Climate Fund (GCF) e il Global Environment Facility (GEF), che possono sostenere progetti di rigenerazione e bonifica nei territori devastati; i programmi di climate adaptation financing, dedicati a infrastrutture idriche e agricole resistenti agli eventi estremi; le linee di credito per la “green reconstruction”, con strumenti di blended finance e garanzie climatiche promossi da UNEP e World Bank. Secondo Andersen, “ogni piccolo progresso nella riduzione del riscaldamento globale – anche solo di pochi decimi di grado – ha conseguenze tangibili sulla stabilità ambientale e sociale e assicura maggiori opportunità di pace e prosperità”. L’obiettivo, sottolinea, è rafforzare la capacità di gestione ambientale nei Paesi colpiti da conflitti: solo così le risorse naturali potranno tornare a essere leve di sviluppo sostenibile, riduzione della povertà e indipendenza dagli aiuti umanitari. COP30: pace, ambiente e clima In occasione della COP30 di Belém, il messaggio delle Nazioni Unite è chiaro: non può esserci pace duratura senza tutela dell’ambiente e adattamento climatico. Gli impatti di guerra e clima si intrecciano, aggravando disuguaglianze e fragilità ecologiche. Serve quindi una strategia integrata che unisca mitigazione, adattamento, giustizia ambientale e governance delle risorse. La “ricostruzione verde” dei territori devastati rappresenta oggi una delle sfide più urgenti per la comunità internazionale — e una delle opportunità più concrete per trasformare la devastazione in rigenerazione. FAQ – Guerre e ambiente In che modo i conflitti armati danneggiano l’ambiente? I conflitti armati provocano gravi danni ambientali diretti e indiretti. Le esplosioni distruggono infrastrutture idriche e agricole, contaminano il suolo e le falde con residui tossici e munizioni, mentre incendi e deforestazione cancellano interi ecosistemi. Anche dopo la fine delle ostilità, i territori restano spesso inquinati, desertificati e improduttivi, con gravi conseguenze per la biodiversità, la sicurezza alimentare e la salute pubblica. Quali sono i principali esempi recenti di devastazione ambientale dovuta alla guerra? L’ONU ha citato diversi casi emblematici: A Gaza, oltre il 90% delle colture arboree e dei terreni agricoli è andato distrutto, con più di 61 milioni di tonnellate di macerie contaminate. In Ucraina, la distruzione della diga di Kakhovka (2023) ha sommerso oltre 600 km² di ecosistemi, provocando perdita di habitat e inquinamento delle acque. In Sierra Leone, la guerra civile ha causato deforestazione e perdita di biodiversità, compromettendo il ripristino delle attività agricole. Questi esempi mostrano come la guerra acceleri processi di degrado ambientale difficili da invertire. Cosa prevedono i “Principi ONU del 2022 per la protezione dell’ambiente nei conflitti armati”? I 27 Principi ONU, adottati dalla International Law Commission (ILC) nel 2022, rappresentano un importante passo avanti nel diritto ambientale internazionale. Pur non essendo vincolanti (soft law), stabiliscono linee guida per proteggere l’ambiente: Prima del conflitto, con misure di prevenzione e monitoraggio; Durante le ostilità, limitando danni a risorse naturali e infrastrutture civili; Dopo la guerra, promuovendo bonifiche, gestione sostenibile e ricostruzione verde. L’obiettivo è rendere la tutela ambientale parte integrante del diritto umanitario internazionale. Qual è il ruolo della finanza climatica nella ricostruzione post-bellica? La finanza climatica per la resilienza è essenziale per trasformare i territori devastati in aree sostenibili e produttive. Attraverso strumenti come il Green Climate Fund (GCF), il Global Environment Facility (GEF) e i programmi UNEP e Banca Mondiale, vengono finanziati: interventi di bonifica e rigenerazione ecologica; infrastrutture idriche e agricole resistenti al clima; progetti di “green reconstruction” basati su energie rinnovabili e gestione sostenibile delle risorse naturali. Questi meccanismi aiutano i Paesi colpiti a ridurre la dipendenza dagli aiuti e a rafforzare la propria resilienza ambientale ed economica. Come si collega la crisi climatica all’aumento dei conflitti? Il cambiamento climatico agisce come moltiplicatore di minacce: riduce le risorse idriche, compromette i raccolti e accentua la competizione per terre e beni naturali. In molte aree del mondo — dal Sahel al Medio Oriente — la scarsità di acqua e cibo genera tensioni che possono sfociare in instabilità politica e guerre locali. Per questo l’ONU e l’UNEP sostengono che ogni azione di mitigazione e adattamento climatico è anche una politica di prevenzione dei conflitti, capace di favorire la pace e la sicurezza globale. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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