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A cura di: Stefania Manfrin Indice degli argomenti Toggle Le tre priorità per un rilancio sostenibile del settore1. Recupero e riciclo dei materiali da costruzione2. Canone minimo nazionale per le concessioni3. Pianificazione e tutela dei territoriDalle buone pratiche alle partnership virtuose: il caso Fassa BortoloNumeri e territori In Italia diminuiscono le cave, ma aumenta la quantità di materiale estratto. È questa la fotografia che emerge dal Rapporto Cave 2025 di Legambiente, presentato a Ecomondo e realizzato in collaborazione con Fassa Bortolo. Il documento evidenzia come il settore estrattivo, strategico per l’edilizia e le infrastrutture, sia ancora ostacolato da un quadro normativo obsoleto e da canoni di concessione troppo bassi, elementi che rallentano il percorso verso un modello di economia circolare. Oggi si contano 3.378 cave autorizzate — in calo del 20,7% rispetto al 2021 e del 51,3% rispetto alla prima rilevazione del 2008 — ma i prelievi di sabbia e ghiaia sono saliti a 34,6 milioni di metri cubi l’anno, con un incremento del 18,5%. Quasi raddoppiati anche i volumi di calcare estratto (51,6 milioni di m³, +92,5%), mentre calano le pietre ornamentali (5,5 milioni di m³, -11,3%). Numeri che raccontano un comparto ancora energivoro e poco remunerativo per la collettività: meno di 20 milioni di euro il ritorno economico annuale per le casse pubbliche derivante da sabbia e ghiaia, contro i 66 milioni che si potrebbero generare con tariffe pari al 20% del valore di mercato, come avviene nel Regno Unito. A ciò si aggiunge l’aumento delle cave dismesse, arrivate a 14.640 (+3,5% rispetto al 2021), solo in minima parte oggetto di interventi di ripristino ambientale. “È inaccettabile – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – che un settore con forti impatti ambientali ed economici sia ancora regolato da un decreto del 1927, basato su un approccio datato che trascura le ricadute sui territori, dalle polveri alla risorsa idrica, dal suolo al paesaggio. Governo e Regioni adottino una visione nuova, capace di favorire innovazione, rilancio dei distretti produttivi e nuovi green jobs nel riciclo dei materiali da costruzione”. Le tre priorità per un rilancio sostenibile del settore Secondo Legambiente, il settore estrattivo può e deve giocare un ruolo di primo piano nella transizione verso l’economia circolare, a condizione di superare le attuali criticità normative e gestionali. Il Report individua tre priorità per una riforma strutturale e condivisa: 1. Recupero e riciclo dei materiali da costruzione Occorre aumentare il recupero e riciclo dei materiali provenienti da demolizione e costruzione, trasformandoli in alternative agli aggregati naturali. L’obiettivo è ridurre il conferimento in discarica, garantire la tracciabilità dei materiali e introdurre la demolizione selettiva nelle gare pubbliche. Vanno inoltre fissati obiettivi minimi di recupero e riciclo e investite risorse nella formazione degli operatori. Questo approccio può ridurre l’impatto ambientale e aprire la strada a nuove filiere produttive e green jobs. 2. Canone minimo nazionale per le concessioni La seconda priorità è l’introduzione di un canone minimo nazionale per i materiali estratti, fissato ad almeno il 20% del valore di mercato. Tale misura consentirebbe di garantire un uso equo delle risorse, assicurando il ripristino dei siti estrattivi e incentivando l’impiego di materiali riciclati a costi competitivi. Oggi, in alcune Regioni, i canoni di concessione sono inferiori a 50 centesimi al metro cubo, e in Basilicata e Sardegna non sono previsti per alcuna tipologia di materiale. 3. Pianificazione e tutela dei territori Infine, serve rafforzare la pianificazione territoriale rendendo obbligatoria l’approvazione e l’aggiornamento dei Piani per le Attività Estrattive (PRAE), tuttora assenti in sei Regioni e una Provincia Autonoma. I PRAE devono regolamentare i prelievi, favorire l’uso di materiali riciclati, assicurare estrazioni sostenibili e controlli efficaci contro le infiltrazioni criminali. L’obiettivo è trasformare il modello estrattivo in un processo integrato di gestione e recupero, in cui il valore economico si accompagni alla tutela ambientale e paesaggistica. Dalle buone pratiche alle partnership virtuose: il caso Fassa Bortolo Il Report Cave 2025 raccoglie anche esempi concreti di gestione sostenibile e di innovazione circolare, a partire da esperienze italiane di demolizione selettiva e riuso dei materiali. Tra le più significative: la demolizione dell’Ospedale “Misericordia e Dolce” di Prato, con il recupero del 98% dei materiali; il progetto “Corti di Medoro” di Ferrara, dove è stato riciclato oltre il 99% dei rifiuti da costruzione; il Parco delle Cave di Brescia e quello di Marco Vito a Lecce, esempi di cave dismesse rinaturalizzate e restituite alla collettività; l’Eden Project in Cornovaglia, modello internazionale di riconversione paesaggistica. Tra le buone pratiche italiane evidenziate, un posto di rilievo è riservato alla partnership tra Legambiente e Fassa Bortolo, attiva dal 2017, nata con l’obiettivo di diffondere cultura ambientale e promuovere l’uso di materiali sostenibili in edilizia. Il progetto di recupero della cava di Villaga (VI) rappresenta un interessante esempio di pianificazione integrata e gestione responsabile delle risorse, dove l’attività estrattiva si fonde con la riqualificazione ambientale. “Per noi, attività estrattiva e recupero ambientale non sono fasi distinte, ma un unico processo integrato – spiega Lorenzo Bernardi, Direttore Ambiente, Salute e Sicurezza di Fassa Bortolo –. Solo investendo su tecnologie innovative, pianificazione e responsabilità è possibile coniugare sviluppo umano e tutela dell’ambiente. Lavorare nel rispetto del territorio non è solo una questione etica, ma un’opportunità che genera valore”. Cava Monteciuccoli, Villaga (VI) Il progetto di recupero ambientale della Cava Monteciuccoli, Villaga (VI), che vede la partecipazione di Fassa, prevede la ricomposizione morfologica in 12 anni (10 + 2 di rivegetazione) con 129.000 m³ di riporti, usando limi di lavaggio calcarei, sottoprodotti di marna e terre e rocce da scavo conformi al D.Lgs 152/2006, in due lotti con ritombamento progressivo fino a quota media 32 m e viabilità interna per evitare traffico su Via Fornace. Il versante sarà rimodellato alla pendenza naturale e rinaturalizzato con prati autoctoni berici, filari arborei e arbustivi “a campi chiusi”; lavorazioni dedicate (frangisassi, ripuntature, concimazione organica, pacciamatura EVA) e regimazione delle acque tramite scoline e convogliamenti alla cisterna garantiranno stabilità geomeccanica e integrazione paesaggistica. Numeri e territori Il Rapporto Cave censisce 1.678 Comuni italiani con almeno una cava autorizzata. Le Regioni con il maggior numero di siti estrattivi sono Lombardia, Veneto e Puglia, ciascuna con oltre 300 cave attive. Sul fronte delle cave dismesse, i valori più alti si registrano in Lombardia (oltre 3.100), Toscana (2.400), Puglia (2.000) e Piemonte (1.847). La presenza di impianti di riciclo inerti — tra 2.000 e 3.000 secondo i dati ANCE — è concentrata soprattutto nel Centro-Nord: Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Veneto, Trentino e Toscana. Una rete importante ma ancora insufficiente a ridurre in modo significativo il fabbisogno di aggregati naturali rispetto a Paesi come Germania, Francia o Regno Unito. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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