Giornata Mondiale degli Oceani 2026: aree marine protette, pesca sostenibile e il Trattato sull’Alto Mare

L’8 giugno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani. Il tema scelto per il 2026 è “REIMAGINE: Beyond the world we know, a new relationship with our ocean“. Ecco lo stato di salute dei mari, i dati sulla pesca eccessiva e la ricerca MSC sulle lacune di conoscenza degli italiani.

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Giornata Mondiale degli Oceani 2026: aree marine protette, pesca sostenibile e il Trattato sull'Alto Mare

Si celebra oggi 8 giugno la Giornata mondiale degli Oceani, istituita nel 1992 al Summit della Terra di Rio de Janeiro e riconosciuta ufficialmente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2008 con l’obiettivo di salvaguardare e proteggere gli Oceani che, ricorda l’ONU, coprono il 71% della superficie del nostro pianeta, ma solo una piccola parte delle loro acque, il 25% circa, è stata esplorata. Ma non solo, gli Oceani producono il 50% dell’ossigeno, assorbono circa un quarto della CO₂ emessa dalle attività umane e sono un habitat importante per la biodiversità.

Il tema scelto per il 2026 — “REIMAGINE: Beyond the world we know, a new relationship with our ocean” — invita a ripensare il rapporto tra l’umanità e gli oceani, non più come una risorsa da sfruttare ma come una fonte di vita da cui tutto dipende – e si inserisce in un anno segnato da importanti passaggi normativi internazionali: l’entrata in vigore del Trattato BBNJ, l’accordo internazionale sulla biodiversità marina in alto mare (adottato nel giugno 2023, ha raggiunto la soglia di 60 ratifiche nel settembre 2025, entrando in vigore a gennaio di quest’anno).

Dal 1970 ad oggi la temperatura degli oceani ha continuato ad aumentare e, secondo gli ultimi dati del WWF, tra il 2011 e il 2020 l’aumento medio, rispetto al periodo 1850-1900, è stato di 0,88°C.
Una ricerca MSC rivela intanto quanto poco gli italiani conoscano davvero i loro oceani.

Perché il 2026 è un anno chiave per gli oceani

La Giornata mondiale degli Oceani negli ultimi anni ha assunto un peso sempre più concreto sul piano normativo e politico internazionale.  Il tema per il 2026  è coerente con l’entrata in vigore il 17 gennaio 2026 del Trattato sull’Alto Mare – il BBNJ, Agreement on Biodiversity Beyond National Jurisdiction — l’accordo ONU che fornisce un quadro di governance comune per circa la metà della superficie del pianeta e il 95% del volume degli oceani.

Perché il 2026 è un anno chiave per gli oceani

Il trattato consente di istituire aree marine protette in alto mare, regola lo sfruttamento delle risorse genetiche marine e introduce la valutazione dell’impatto ambientale delle attività umane nelle acque internazionali. È stato ratificato da oltre 80 Parti, tra cui l’Unione europea e 16 dei suoi Stati membri.

Le aree marine protette adeguatamente gestite contribuiscono a ricostruire le popolazioni ittiche, proteggono habitat vitali come le barriere coralline e le foreste di mangrovie e offrono soluzioni naturali agli impatti climatici, rafforzando la resilienza degli ecosistemi marini di fronte alle minacce della crisi climatica, dell’inquinamento e della pesca eccessiva.

Quanto conoscono gli oceani gli italiani? I dati della ricerca MSC

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani 2026, Marine Stewardship Council (MSC) — organizzazione internazionale non profit responsabile di un programma di certificazione per la sostenibilità della pesca — ha pubblicato i risultati di un sondaggio condotto da GlobeScan su oltre 800 persone in Italia. I dati rivelano lacune significative, anche su aspetti basici.

Il 22% degli intervistati non sa che la superficie oceanica è maggiore di quella emersa, e il 42% ignora che il punto più profondo dell’oceano supera in profondità l’altezza del Monte Everest. Ma le lacune più rilevanti riguardano la pesca e la capacità di recupero degli ecosistemi marini.

Il 70% degli intervistati non sa che una popolazione ittica sovrasfruttata può recuperare e tornare a livelli sani, mentre il 31% ritiene che l’oceano sia semplicemente troppo grande perché i pesci possano mai esaurirsi.

È una percezione distante dalla realtà: secondo il rapporto FAO SOFIA 2024, il 37,7% delle popolazioni ittiche marine monitorate è già sfruttato oltre i livelli biologicamente sostenibili, e il WWF nel suo Living Blue Planet Report 2024 stima una riduzione media del 49% delle popolazioni marine tra il 1970 e il 2012.

Rispetto alla provenienza locale del pesce, il 45% degli italiani intervistati non sa che un prodotto ittico a chilometro zero non è necessariamente sostenibile. In Mediterraneo il 52% delle popolazioni ittiche è sovrasfruttato, il che significa che la prossimità geografica non offre alcuna garanzia sulla salute dello stock d’origine.

La sostenibilità della pesca dipende da molteplici fattori: lo stato della popolazione ittica, l’impatto sull’ecosistema e la qualità della gestione. Per questo lo Standard MSC per la pesca sostenibile si basa su 28 criteri che valutano insieme salute degli stock, impatti ambientali ed efficacia della governance.

Le popolazioni ittiche possono recuperare: i casi documentati

La buona notizia è che gli ecosistemi marini hanno capacità di recupero, se gestiti con metodo scientifico.

Nel 2020 un gruppo di ricercatori guidato dal professor Carlos M. Duarte della King Abdullah University of Science and Technology ha concluso che popolazioni marine, habitat ed ecosistemi possono recuperare significativamente entro pochi decenni, a condizione che vengano adottate misure efficaci contro cambiamento climatico, pesca eccessiva e inquinamento.

Il report MSC Fishing for the Future documenta casi concreti: il tonno rosso dell’Atlantico orientale e del Mediterraneo, che alla fine del XX secolo era prossimo al collasso, ha mostrato segnali di recupero grazie a un piano internazionale di ricostituzione e a misure di gestione più rigorose. Il nasello della Cornovaglia, fortemente sovrasfruttato negli anni Novanta, ha beneficiato dell’introduzione di reti con maglie più grandi, che ha consentito alla popolazione di riprendersi nel tempo.

Lo stato dei mari: riscaldamento, sbiancamento e inquinamento

Il quadro climatico degli oceani rimane preoccupante.

Il Mediterraneo è uno dei Mari più vulnerabili: nel 2023 la temperatura media annuale della sua superficie aveva già raggiunto il record di 21,1°C; nel 2024 quel primato è stato superato, con una media di 21,16°C — l’anno più caldo mai registrato nel bacino negli ultimi 40 anni, secondo uno studio di ENEA, CNR e MedSharks. Il riscaldamento alimenta fenomeni di tropicalizzazione — proliferazione di specie aliene, scomparsa della Posidonia oceanica, mortalità di specie endemiche — con ricadute dirette su pesca e turismo costiero. Appena l’8,33% del Mediterraneo è oggi sotto protezione effettiva, un dato lontanissimo dall’obiettivo del 30% entro il 2030.

Le barriere coralline restano tra gli ecosistemi più a rischio: il quarto evento globale di sbiancamento di massa — il più esteso mai registrato — è stato confermato dalla NOAA il 15 aprile 2024 ed è durato dall’inizio del 2023 fino alla metà del 2025, colpendo l’84% delle barriere coralline del pianeta in 83 paesi e territori di tutti e tre i bacini oceanici principali: Pacifico, Atlantico e Oceano Indiano. L’evento si è probabilmente concluso a metà 2025, dopo lo sbiancamento severo registrato in Australia occidentale nei primi mesi dell’anno. Secondo gli scienziati, se il riscaldamento globale sarà contenuto a 1,5°C il 70-90% dei coralli d’acqua calda andrà perduto; a 2°C, si arriverebbe al 99%. La NOAA segnala inoltre un alto rischio di nuovo sbiancamento nell’estate 2026 per gran parte del Pacifico settentrionale, Hawaii, Florida e Caraibi, con il potenziale ritorno di condizioni El Niño.

Lo stato dei mari: riscaldamento, sbiancamento e inquinamento

Sul fronte dell’inquinamento da plastica, secondo l’UNEP ogni anno milioni di tonnellate finiscono negli ecosistemi acquatici: è come se circa 2.000 camion della spazzatura al giorno venissero riversati in oceani, fiumi e laghi. Nel tempo, la plastica si frammenta in microplastiche che entrano nella catena alimentare fino a raggiungere l’uomo. L’inquinamento raggiunge anche i fondali più profondi: una ricerca del 2018 ha documentato la presenza di rifiuti antropici fino a 10.898 metri di profondità nella Fossa delle Marianne, con un’incidenza di plastica ancora più elevata oltre i 6.000 metri. Nel Calypso Deep, il punto più profondo del Mediterraneo (5.122 metri), l’88% dei rifiuti rilevati sul fondale era costituito da plastica.

Il quadro normativo internazionale: BBNJ, Patto europeo per gli Oceani e obiettivo 30×30

Sul piano della governance, il 2026 è un anno importante. Come abbiamo detto, il Trattato BBNJ, noto come Agreement on Biodiversity Beyond National Jurisdiction, copre le zone oceaniche al di là delle acque nazionali — l’alto mare e i fondali internazionali — che rappresentano oltre i due terzi della superficie oceanica e circa il 90% del suo volume in termini di habitat.
Il tema del World Ocean Day 2026 richiama direttamente questa ratifica, ponendo le aree marine protette al centro dell’agenda. Attualmente solo l’1,2% dell’Oceano è adeguatamente protetto, a fronte di un obiettivo internazionale del 30% entro il 2030.

L’Unione europea ha adottato il Patto europeo per gli Oceani, che riunisce le politiche oceaniche dell’UE in un unico quadro di riferimento, con sei priorità: proteggere e ripristinare la salute degli oceani; rafforzare la competitività dell’economia blu sostenibile; sostenere le comunità costiere e insulari; promuovere ricerca e innovazione; rafforzare la sicurezza e la difesa marina; e sviluppare la diplomazia oceanica dell’UE.

Sul fronte degli impegni internazionali, la terza Conferenza ONU sugli oceani (UNOC3), tenutasi a Nizza nel giugno 2025, ha visto la partecipazione di circa 60 capi di Stato e di governo. Sono stati assunti numerosi impegni in materia di aree marine protette: tra questi, la Polinesia francese ha annunciato i piani per istituire la più grande AMP del mondo, mentre l’Australia si è impegnata a dichiarare il 30% del suo oceano “altamente protetto” entro il 2030. Tuttavia, osservatori e ONG hanno sottolineato come la dichiarazione finale non vincolante e l’assenza degli Stati Uniti abbiano limitato la portata concreta del summit.

In vista della Giornata Mondiale degli Oceani 2026, la Commissione europea ha adottato formalmente il 3 giugno la comunicazione su OceanEye, l’iniziativa europea per l’osservazione e il monitoraggio degli oceani annunciata dalla presidente Ursula von der Leyen il 2 marzo scorso.

OceanEye si concentra sulla protezione e il ripristino degli ambienti marini, sul miglioramento delle previsioni climatiche e sul sostegno alle attività dell’economia blu — pesca, acquacoltura, energia offshore e trasporto marittimo. L’iniziativa punta a superare approcci frammentati e in larga parte volontari verso un quadro più strutturato, coordinato e sistemico, integrando tecnologie di osservazione multiple: sensori, droni e sistemi satellitari.

OceanEye è parte del Patto europeo per gli Oceani e fa leva su due strumenti già operativi: il Digital Twin of the Ocean (EDITO) e il programma marino di Copernicus. La presidente von der Leyen ha indicato il Digital Twin come elemento cardine dell’iniziativa: uno strumento capace di prevedere correnti oceaniche, pattern meteorologici e persino le rotte migratorie dei cetacei.

A supporto dell’iniziativa, l’Unione europea ha stanziato 50 milioni di euro dal programma Horizon Europe per il biennio 2026-2027, con l’obiettivo di costruire un’alleanza internazionale che coinvolga Stati membri e partner globali per garantire finanziamenti stabili e accesso aperto ai dati oceanici, in collaborazione con la Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO. Un evento dedicato alla raccolta di contributi per l’alleanza internazionale è previsto per settembre 2026. L’obiettivo dichiarato è disporre di un sistema europeo di osservazione oceanica pienamente operativo entro il 2030.

Indicatore Dato Fonte
Superficie oceanica sul totale terrestre ~71% ONU
Popolazioni ittiche sovrasfruttate 37,7% delle monitorate FAO SOFIA 2024
Riduzione popolazioni marine 1970–2012 –49% in media WWF Living Blue Planet Report 2024
Popolazioni ittiche sovrasfruttate in Mediterraneo 52% MSC
Quota di oceano protetta (AMP, alto mare) ~1,2% BBNJ / ONU
Obiettivo protezione marina 30×30 30% entro il 2030 Kunming-Montreal GBF
Paesi che hanno ratificato il Trattato BBNJ oltre 80 (gennaio 2026) WWF / ONU
Prodotti ittici con marchio blu MSC nel mondo oltre 20.000 MSC

FAQ Giornata Mondiale degli Oceani

Quando si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani?

Ogni anno l’8 giugno, in commemorazione del Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992. L’ONU l’ha riconosciuta ufficialmente nel 2008.

Qual è il tema della Giornata Mondiale degli Oceani 2026?

Il tema ufficiale è “REIMAGINE: Beyond the world we know, a new relationship with our ocean”, un invito a reimaginare il rapporto tra le persone e il mare, riconoscendo l’oceano come fonte di vita per l’intero pianeta.

Cos’è il Trattato BBNJ?

È l’accordo internazionale sulla biodiversità al di là della giurisdizione nazionale, entrato in vigore il 17 gennaio 2026 dopo oltre vent’anni di negoziati. Consente di istituire aree marine protette in alto mare e introduce la valutazione d’impatto ambientale per le attività nelle acque internazionali.

Cos’è il marchio blu MSC?

È il marchio di certificazione di Marine Stewardship Council che identifica i prodotti ittici provenienti da pesca certificata come sostenibile secondo uno standard scientifico internazionale. Oggi oltre 20.000 prodotti nel mondo portano questo marchio, provenienti da più di 716 attività di pesca che rappresentano il 19,3% del pescato globale.

Un pesce locale è sempre sostenibile?

No. La provenienza geografica non garantisce la sostenibilità della pesca. In Mediterraneo il 52% delle popolazioni ittiche è sovrasfruttato: un prodotto locale può provenire da stock in cattive condizioni. Per valutare la sostenibilità è necessario considerare lo stato della popolazione ittica, l’impatto sull’ecosistema e la qualità della gestione.

Le popolazioni ittiche possono riprendersi dalla pesca eccessiva?

Sì, se vengono adottate misure di gestione efficaci basate su evidenze scientifiche. Casi come il tonno rosso dell’Atlantico orientale e il nasello della Cornovaglia dimostrano che il recupero è possibile nell’arco di qualche decennio.


8/06/2024

L’allarme del WWF per la salvaguardia del Mediterraneo

In occasione della Giornata degli Oceani 2024 il WWF, con il nuovo Report “Il respiro degli oceani“, lancia un allarme preoccupante: il Mediterraneo sta diventando sempre più caldo, con temperature medie che hanno raggiunto il record di 21,1°C nel 2023.

L’allarme del WWF per la salvaguardia del Mediterraneo

Un fenomeno di tropicalizzazione che sta provocando una proliferazione di meduse e specie aliene, mentre la Posidonia – le cui praterie sequestrano circa 5,7 milioni di tonnellate di CO₂ ogni anno – e altre specie locali stanno scomparendo, mettendo a rischio la biodiversità marina.

Il riscaldamento e l’aumento della salinità del mediterraneo hanno impattato in maniera significativa sugli ecosistemi marini, con conseguenze gravi per settori economici legati al mare, come la pesca e il turismo.

La situazione è resa ancora più critica dal fatto che solo l’8,33% del Mediterraneo è attualmente protetto, siamo davvero lontani dall’obiettivo del 30% entro il 2030.

Sono 6 i casi segnalati dal WWF che mostrano in particolare gli effetti devastanti del cambiamento climatico nel Mediterraneo:

  • la tropicalizzazione del Mediterraneo orientale,
  • l’aumento delle specie aliene invasive,
  • la proliferazione di meduse,
  • la perdita delle praterie di Posidonia oceanica,
  • la scomparsa delle gorgonie,
  • la mortalità di massa della Pinna nobilis.

Il WWF indica nel report diverse soluzioni concrete per contrastare gli impatti del cambiamento climatico. Tra queste, l’abbattimento delle emissioni climalteranti e la transizione energetica sono prioritarie. È inoltre indispensabile proteggere il Mediterraneo attraverso l’istituzione di una rete efficace di Aree Marine Protette (AMP) e altre misure di protezione spaziale, puntando a proteggere almeno il 30% del suo spazio marittimo entro il 2030.

La protezione dei corridoi ecologici vitali per le specie migratorie, lo sviluppo di una pesca sostenibile e una pianificazione marittima rispettosa dell’ecosistema sono altre azioni indispensabili a garantire la salvaguardia degli oceani e del nostro Pianeta.

L’effetto dello sbiancamento dei coralli sul futuro degli oceani

2 importanti studi hanno recentemente confermato che le barriere coralline, importanti per la sopravvivenza di molte specie marine (fino al 25%), stanno sbiancando in massa per la quarta volta in 25 anni.

L'effetto dello sbiancamento dei coralli per il futuro degli oceani

Secondo gli scienziati l’aumento della temperatura degli oceani è responsabile dell’ultimo evento di sbiancamento, che si è esteso da Panama all’Australia e sta peggiorando. Tra le aree più colpite c’è la Grande Barriera Corallina dove, secondo un rapporto del governo australiano, quasi l’80% degli affioramenti di corallo si è sbiancato. Altre situazioni ugualmente gravi si stanno verificando nel Mar dei Caraibi, nell’Atlantico meridionale, nel Mar Rosso, nel Golfo del Messico, nell’Oceano Indiano occidentale e nelle acque dell’Asia orientale.

I coralli, che sono tra gli ecosistemi più vulnerabili del pianeta ai cambiamenti climatici, potrebbero praticamente scomparire entro la fine di questo secolo.

Leticia Carvalho, responsabile del Marine and Freshwater Branch del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) sottolinea che la perdita dei coralli è una vera tragedia dal punto di vista della biodiversità e dell’economia “per centinaia di milioni di persone nel mondo che dipendono dalla pesca costiera”.

Le barriere coralline che un tempo erano piene di vita sono state ridotte a ciò che Letizia Carvalho dell’UNEP ha definito “cimiteri”, pieni di carcasse grigie e bianche di coralli morti e morenti. “Questa crisi non è finita, potremmo andare di male in peggio se non agiamo subito per ridurre le emissioni di gas serra che determinano il cambiamento climatico”.

I ripetuti sbiancamenti hanno contribuito a una tendenza inequivocabile: i coralli stanno scomparendo. Tra il 2009 e il 2018, secondo uno studio del 2020 del Global Coral Reef, il mondo ha perso il 14% della sua copertura corallina.

Le prospettive a lungo termine per la maggior parte dei coralli d’acqua calda sono pessime. Se anche il mondo riuscisse a rispettare l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici – limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C – si prevede che il 70-90% dei coralli della barriera corallina morirà. Se le temperature aumenteranno di 2°C, la percentuale salirà al 99%.

Un materiale innovativo per la salvaguardia delle barriere coralline

Proprio per il recupero delle barriere coralline compromesse dai cambiamenti climatici, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e l’Istituto Italiano di Tecnologia, in collaborazione con l’Acquario di Genova, hanno ideato un nuovo materiale biodegradabile e indurente, progettato per interventi sottomarini di rigenerazione delle barriere. Nel numero di giugno 2024 della rivista Advanced Sustainable Systems è stato dedicato spazio al nuovo materiale.

Per recuperare le barriere coralline si fanno crescere nuove colonie di corallo in ambienti protetti, spesso vivai sommersi noti come “nurseries”, per poi trasferirle nelle sezioni di danneggiate. In questo processo si utilizzano materiali che permettano l’adesione del corallo alle superfici sottomarine garantendo ottimi tempi di applicazione ottimali. I prodotti utilizzati fino a oggi spesso derivano dall’industria petrolifera (non sono dunque sostenibili) e il loro indurimento può richiedere tempi lunghi.

Un materiale ecocompatibile innovativo per il ripristino delle barriere coralline
Il nuovo materiale è stato testato in un esperimento alle Maldive presso il MaRHE Center (Marine Research and Higher Education Center) e, durante il periodo di osservazione, i coralli sono cresciuti senza mostrare alcun segno di stress.

Il nuovo materiale, invece, è biodegradabile e non inquinante poiché composto da due componenti di origine vegetale e il tempo di indurimento richiesto è di soli 20-25 minuti, il che aumenta le possibilità di successo del trapianto.


7/6/2023

Gli oceani sfruttati e sempre più caldi

I recenti dati pubblicati dal Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus per conto della Commissione europea, che registrano i cambiamenti della temperatura superficiale dell’aria, nella copertura del ghiaccio marino e nelle variabili idrologiche, ci dicono che gli oceani sono sempre più caldi. In particolare Samantha Burgess, Vicedirettore del Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus sottolinea che “maggio 2023 è stato il secondo più caldo a livello globale visto che le condizioni di El Niño continuano a manifestarsi nel Pacifico equatoriale”.

Le temperature dell’Oceano stanno toccando livelli record e “i nostri dati indicano che la temperatura media di tutti i mari privi di ghiacci nel maggio 2023 è stata più alta di qualsiasi altro maggio”. Nel 2023 infatti il ghiaccio marino antartico ha raggiunto un valore mensile minimo, del  17% inferiore alla media.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel suo messaggio per celebrare la Giornata mondiale degli oceani, ha chiesto una maggiore azione per la protezione degli Oceani che sono il “più grande serbatoio di biodiversità del nostro pianeta e sostengono intere comunità: in tutto il mondo, più di un miliardo di persone si affidano al pesce come principale fonte di proteine”. Eppure il capo delle Nazioni Unite ha ricordato che il cambiamento climatico indotto dall’uomo sta riscaldando il pianeta, sconvolgendo i modelli meteorologici e le correnti oceaniche e alterando gli ecosistemi marini, le specie che vi abitano e la biodiversità.

Guterres ha poi ricordato che lo scorso dicembre i Paesi hanno adottato un ambizioso obiettivo globale per la conservazione e gestione sostenibile del 30% della terraferma e delle aree marine e costiere entro la fine del decennio.

Attualmente sono in corso i negoziati per un trattato globale e legalmente vincolante per porre fine all’inquinamento da plastica e a marzo i Paesi hanno approvato lo storico “Trattato d’alto mare” sulla conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina nelle aree al di fuori della giurisdizione nazionale.

Il “Mare fuori” dalla costa da salvaguardare

Il “mare fuori”, che occupa i territori oltre le 12 miglia dalla costa, fondamentale per la vita marina e per la salvaguardia del Pianeta, è sempre più sfruttato. Si tratta di un ambiente per lo più sconosciuto, ricchissimo di vita, popolato da specie da salvaguardare e reso unico da paesaggi incredibili, montagne sottomarine (circa 300 in tutto il Mediterraneo) e oltre 500 canyon sottomarini. Dal Report del WWF “Sos Mare fuori. Minacce e soluzioni per la tutela del mare aperto” emerge che per due terzi (66,8%) il mare aperto italiano è vittima di traffico marittimo, pesca insostenibile, inquinamento. Con impatti aggravati dal cambiamento climatico che colpisce tutto il Mediterraneo, provocando acidificazione, deossigenazione, innalzamento del livello del mare, aumento della frequenza e intensità dei fenomeni estremi. E’ necessario intervenire a salvaguardia della sua biodiversità e la gestione sostenibile delle sue risorse, considerando che “ad oggi solo il 4,2% dell’intero spazio marittimo italiano è protetto”.

Sono 10 le aree di mare aperto da tutelare con priorità secondo il WWF, che rappresentano il 30% dello spazio marittimo: Canale di Sicilia e Sud Adriatico, due macro-aree già riconosciute come Aree Ecologicamente e Biologicamente Significative dalla Convenzione sulla Diversità Biologica, ma anche Golfo di Taranto, Arcipelago Pontino, Canyon di Castelsardo, Canyon di Caprera, Arcipelago campano, Arcipelago toscano, Arcipelago eoliano e Santuario Pelagos.

Le aree prioritarie per la tutela del mare aperto del Mediterraneo

Il WWF ci ricorda inoltre che il Mediterraneo, soprattutto nell’ambiente pelagico, è la sesta grande zona di accumulo dei rifiuti plastici al mondo a causa dell’accumulo dei rifiuti portati dalle correnti, delle reti abbandonate, del traffico petrolifero e delle attività di estrazione al largo: “ogni anno tra le 50.000-100.000 tonnellate di prodotti petroliferi finiscono in mare “solo” per gli sversamenti illegali”.

La plastica minaccia la sopravvivenza del mar Mediterraneo
credit @Massimo Bernardi

In occasione del lancio del report l’associazione ambientalista ha inaugurato la 7a edizione della Campagna WWF GenerAzione Mare, che proseguirà fino a settembre, coinvolgendo cittadini, istituzioni, pescatori e società civile in centinaia di iniziative, tra cui la pulizia di spiagge e fondali, la salvaguardia dei luoghi di deposizione delle tartarughe e corsi di formazione per guide whale watcher.

L’obiettivo del WWF è proteggere e tutelare i servizi ecosistemici del Mediterraneo che “generano, tra risorse ed attività, un valore annuo di 450 miliardi di dollari: uno dei mari economicamente più importanti al mondo”.


Articolo aggiornato – Prima pubblicazione 2023

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