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Indice degli argomenti Toggle L’inquinamento da plasticaMicroplastiche e nanoplasticheLe principali fonti del rilascio involontario di microplasticheLa plastica che mangiamo, beviamo, respiriamo, assorbiamoMicroplastiche nell’ariaMicroplastiche nell’acqua potabileMicroplastiche in frutta e verduraMicroplastiche nei filtri delle sigaretteMicroplastiche nei cosmetici e detergentiMicroplastiche nei tamponi assorbentiMicroplastiche (microfibre) dei tessutiMicroplastiche nei fiumi italiani e nel TevereEffetti sulla salute delle microplastiche e nanoplasticheCervello e demenzaOssa e frattureMalattie cardiovascolariFertilità e parti prematuriLimiti e regolamenti sulle microplastiche in EuropaCome possiamo proteggerci dalle microplasticheFAQs microplasticheCosa sono le microplastiche e le nanoplastiche?Qual è la differenza tra microplastiche e nanoplastiche?Da dove provengono le microplastiche?Le microplastiche sono pericolose per la salute umana?In quali alimenti si trovano più microplastiche?Le nanoplastiche possono entrare nel sangue?Quali sono gli effetti delle microplastiche sull’ambiente?Come si possono ridurre le microplastiche nella vita quotidiana?Le microplastiche sono presenti nell’acqua potabile?Esistono normative per limitare l’inquinamento da plastica? Un mare di plastica: ogni anno 11 milioni di tonnellate entrano nell’oceano. La plastica ha ormai invaso il Pianeta. E le microplastiche, particelle polimeriche solide, insolubili in acqua, di dimensioni inferiori ai 5 millimetri che possono essere prodotte intenzionalmente o derivare dalla degradazione di plastiche più grandi (macroplastiche), sono dappertutto: negli esseri viventi, nei suoli, nei mari, nell’aria, nelle rocce, nelle acque piovane, nella neve. Le microplastiche sono, infatti, frammenti di plastica talmente piccoli e leggeri da essere facilmente trasportati in giro per il mondo. Hanno letteralmente invaso il pianeta: dall’Artico ai Poli, dai monti agli oceani, nessun luogo può dirsi al sicuro. Una piaga tanto diffusa e cronica, che i geologi hanno coniato l’espressione “Plastocene” per definire l’Era della plastica che stiamo vivendo. La plastica potrebbe non scomparire mai del tutto. Sebbene si stimi infatti che per degradarsi completamente occorrano centinaia di anni, sappiamo che la plastica nell’ambiente naturale – sottoposta all’azione del sole, vento e acqua – tende a degradarsi, frammentandosi in parti più piccole. Ma esistono particelle invisibili, più piccole di un milionesimo di mm, come un virus o il filamento di DNA, talmente piccole che possono essere respirate disperse nell’aria e assorbite dalla pelle: le cosiddette nanoplastiche. C’è ancora molto da capire riguardo agli effetti delle microplastiche sulla salute umana. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per ottenere una valutazione più accurata dell’esposizione alle microplastiche e del loro potenziale impatto sulla salute umana, le prove accumulate sinora suggeriscono che le microplastiche abbiano significativi impatti negativi per la salute. È importante far luce sulla natura di tali effetti e se esista o meno un reale potenziale che tali effetti abbiano un impatto negativo sul biota e sugli ecosistemi o sulla salute umana quando le microplastiche entrano nel corpo (tramite inalazione, ingestione di cibo o attraverso la pelle). L’inquinamento da plastica Il mondo sta annegando sotto il peso dell’inquinamento da plastica. Ogni anno vengono prodotte oltre 460 milioni di tonnellate di plastica e 353 milioni di tonnellate di rifiuti (di cui 11 milioni di tonnellate entrano nell’oceano ogni anno). Anche l’edilizia, con i rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) ha un contributo non trascurabile (il settore edilizio è responsabile di oltre un terzo di tutti i rifiuti prodotti in Europa). È il fallimento del capitalismo, un modello di sviluppo incontrollato, sintomo di un’economia lineare della plastica intrinsecamente dispendiosa, che ci costa fino a 2.500 miliardi di dollari all’anno (come perdita nel valore dei benefici derivanti dai servizi ecosistemici marini). Dei 6,3 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici di origine fossile prodotti fino ad oggi (2019), solo il 9% è stato riciclato; il resto viene incenerito (12%) e la gran parte disperso nell’ambiente (79%). L’isola spazzatura di Thilafushi, Maldive Una delle eredità più dannose e durature della crisi dell’inquinamento da plastica è rappresentata dalle microplastiche, una crescente minaccia per la salute umana e planetaria. Queste minuscole particelle di plastica sono presenti negli oggetti di uso quotidiano, comprese sigarette, vestiti e cosmetici. Se ingerite dagli animali marini come uccelli, pesci, tartarughe, mammiferi e piante, le microplastiche hanno effetti sia tossici che meccanici, portando a problemi tra cui riduzione dell’assunzione di cibo, soffocamento, cambiamenti comportamentali e alterazioni genetiche. Frammenti di plastica leggeri e di piccole dimensioni, Microplastiche e Nanoplastiche sono facilmente trasportati in giro per il mondo. Sono ormai ovunque, negli oceani e perfino nelle zone un tempo incontaminate come l’Artico. Uno studio francese, le ha trovate perfino nell’aria di una zona remota, scarsamente abitata e selvaggia come i monti Pirenei. Contro ogni previsione, hanno scoperto una vera e propria pioggia di microplastiche: per ogni metro quadrato cadono ogni giorno 365 frammenti di plastica. Distribuzione globale delle microplastiche (Pravettoni & Rekacewicz) Ma esistono particelle invisibili, talmente piccole che possono essere respirate disperse nell’aria e assorbite persino dalla pelle, più piccole di un milionesimo di mm, come un virus o il filamento di DNA: le cosiddette nanoplastiche. Come dimostra uno studio pubblicato su Environmental Research sono arrivate anche ai Poli – e da molto più tempo di quanto si possa immaginare: circa un quarto delle nanoplastiche trovate in Groenlandia provengono da pneumatici e sono presenti in zona almeno dal 1965. Oltre ad entrare nella catena alimentare, le persone possono inalare microplastiche dall’aria, ingerirle dall’acqua e assorbirle attraverso la pelle (microplastiche sono state trovate in vari organi umani e persino nella placenta dei neonati) con impatti sulla salute. Microplastiche e nanoplastiche La plastica è prodotta in differenti dimensioni (macro, micro, nano) e forme (frammenti, fibre, sfere, granuli, pellets, fiocchi o perle) a seconda dell’utilizzo finale. In base alla dimensione delle particelle, i polimeri possono essere classificati rispettivamente in: macroplastiche(> 5 mm) microplastiche(1 µm – 5 mm), nanoplastiche(1 nm – 1 µm), Le particelle di plastica vengono rilasciate dai prodotti di plastica durante l’uso e la manipolazione a causa di processi degrado di tipo fisici, chimici e biologici. Le particelle di plastica di dimensioni inferiori a 5 mm vengono chiamate microplastiche (MP). Dimensioni delle microplastiche e nanoplastiche (fonte: CIEL) Vengono dette primarie, le microplastiche fabbricate intenzionalmente dall’industria e aggiunte a diversi prodotti (dispositivi medici, farmaci, dispositivi elettronici, fertilizzanti, cosmetici, detergenti, dentifrici, vernici), per le loro proprietà abrasive, esfolianti e leviganti o per il mantenimento dello spessore, aspetto e stabilità del prodotto. Quelle invece derivanti dalla degradazione di articoli di plastica più grandi (ad esempio bottiglie, buste, piatti e posate, cannucce, ecc) che, a contatto con acqua sole e vento tendono naturalmente a frammentarsi e sbriciolarsi in parti più piccole, vengono definite microplastiche secondarie. Le nanoplastiche (NP), generalmente prodotte durante processi di frammentazione delle MP, sono particelle di dimensioni comprese tra 0,001 e 0,1 µm (ossia da 1 a 100 nanometri) e per questo ricadono nella definizione corrente di nanomateriali. Le principali fonti del rilascio involontario di microplastiche Le microplastiche primarie sono aggiunte intenzionalmente a numerosi prodotti: cosmetici, detergenti, vernici (compresi i rivestimenti), pneumatici, pellet di plastica, tessuti sintetici, geotessili, fertilizzanti, prodotti fitosanitari e prodotti utilizzati nell’industria del petrolio e del gas (nella sola Europa se ne stima ogni anno una quantità pari a 145.000 tonnellate; di queste, 42.000 tonnellate vengono rilasciate nell’ambiente). Le microplastiche vengono utilizzate anche come materiale di riempimento sui campi sportivi in erba artificiale. Si stima che tra 0,7 e 1,8 milioni di tonnellate, ovvero fino a 600 piscine olimpioniche, di microplastiche vengano rilasciate involontariamente nell’ambiente ogni anno nell’UE. Mentre alcune microplastiche vengono rilasciate direttamente nell’ambiente, molte finiscono nelle acque reflue. Gli impianti di trattamento delle acque reflue ne trattengono la maggior parte nei fanghi di depurazione, di cui circa la metà viene utilizzata come fertilizzante in agricoltura. E da lì finiscono sulle tavole di tutto il mondo, per essere mangiati sottoforma di alimenti quali frutta, vegetali e cibi di origine animale. Principali fonti del rilascio involontario di microplastiche nell’ambiente in Europa Vernici e pitture (compresi i rivestimenti), utilizzate soprattutto nel settore navale e architettonico, contengono in media il 37% di polimeri plastici, che ne garantiscono durata e flessibilità. Tuttavia, si stima che il rilascio durante l’applicazione, l’usura o la rimozione delle vernici rappresentano la principale fonte di inquinamento involontario da microplastiche. Dei 2,3 milioni di tonnellate di polimeri plastici utilizzati in diversi tipi di vernici in tutta l’UE nel 2019, circa il 21% è disperso nell’ambiente sotto forma di microplastiche. Secondo l’Unep, il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente, circa il 16% delle microplastiche rilasciate negli oceani a livello globale proviene dal lavaggio di tessuti sintetici. Le particelle di usura dei pneumatici rilasciate dalla guida sulle strade e le particelle di vernice staccate dagli edifici o espulse dalle navi che necessitano di nuova vernice sono altre fonti significative di inquinamento da microplastica che entra nel nostro oceano. Per evitare o ridurre tali rilasci, l’Unione Europea ha adottato un’ampia restrizione sulle microplastiche nei prodotti immessi sul mercato dell’UE ai sensi della legislazione sulle sostanze chimiche (“REACH”) che, in vent’anni, impedirà il rilascio di circa 500.000 tonnellate delle microplastiche. Inoltre, la Commissione ha affrontato il rilascio di microplastiche dai pneumatici nella proposta di regolamento EURO 7. Per quanto riguarda vernici, tessuti sintetici, capsule detergenti e geotessili, un’analisi preliminare effettuata dalla Commissione ha concluso che è necessaria un’ulteriore valutazione dei loro profili di emissione e delle alternative adeguate per identificare le misure più efficaci ed efficienti per affrontare tali fonti. La plastica che mangiamo, beviamo, respiriamo, assorbiamo Oltre a rappresentare un danno per l’ambiente, la plastica viene ingerita – attraverso il cibo, l’aria, l’acqua – e assorbita dall’organismo. Già dal 2016, un rapporto dell’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, rilevava la presenza di microplastiche e nanoplastiche negli alimenti e sui prodotti ittici. Da un’analisi commissionata dal WWF e realizzata dall’Università di Newcastle, che esamina oltre 50 studi sulle microplastiche rilevate in alimenti quali acqua, molluschi, pesci, sale, birra, miele e zucchero, emerge un dato sconcertante: cinque grammi di plastica finiscono nel nostro stomaco ogni settimana, come se mangiassimo una carta di credito ogni sette giorni. La principale fonte di ingestione di microplastica è l’acqua potabile, sia in bottiglia che in rubinetto. Uno studio (Koelman et al., 2019) che mette insieme i dati di 50 studi sull’argomento, rileva la presenza di microplastica nell’acqua di fiumi e laghi, nelle acque sotterranee, nell’acqua del rubinetto e nell’acqua potabile in bottiglia: frammenti, fibre, film, schiuma e pellet sono state le forme più di frequente riportate. PE (polietilene), PP (polipropilene), PS (polistirolo), PVC, PET, PA (nylon), sono i tipi di plastiche maggiormente rinvenuti. Tra gli alimenti più contaminati da microplastiche rientrano invece birra, molluschi, miele e pesce. Secondo uno studio americano, l’acqua potabile contiene fino a 1.769 microplastiche, i crostacei 182, la birra 10. Le microplastiche non risparmiano neanche il sale da cucina. Lo ha rivelato un nuovo studio condotto da Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud. Le microplastiche nel cibo (fonte: UNEP 2021) Anche il tè può essere fonte di microplastiche. Uno studio canadese ha scoperto che i filtri in plastica rilasciano dosi altissime, ben più elevati rispetto ad altri alimenti e acqua confezionati: nel volume equivalente a una tazza erano dispersi in media 11,6 miliardi di microplastiche, e 3,1 miliardi di nanoplastiche (nylon e polietilene tereftalato). Oltre ai PFAS negli alimenti, occorre anche fare attenzione alla plastica. Per fortuna esistono ancora moltissimi marchi di tè, tisane e infusi che offrono i propri prodotti in filtri di carta (oltretutto riciclabile), o meglio ancora si può optare per l’acquisto di tisane ed erbe sfuse da dosare a piacimento: il consumatore può scegliere. Microplastiche nell’aria È appurato che le microplastiche (e nanoplastiche) viaggiano attraverso l’aria. L’aria interna di un edificio è generalmente più inquinata dell’ambiente esterno, a causa degli arredi, vernici, detergenti, e fumo, che rilasciano sostanze nell’aria: ad alti livelli può portare alla nota “Sick Building Syndrome” (SBS). E le microplastiche non fanno eccezione. L’UNEP (Programma Ambientale delle Nazioni Unite), in un report-summa dei principali studi sull’argomento, rileva concentrazioni di microplastiche nell’aria interna fino a 3.000 particelle, a fronte delle 75 dell’aria esterna. Una bella differenza. E in tempi recenti, la pandemia da Covid-19 ha aggravato il problema. L’uso indiscriminato di dispositivi protettivi usa e getta in tutto il mondo ha prodotto un consumo mensile di circa 129 miliardi di mascherine (Prata et al., 2020b), considerando 7,8 miliardi di abitanti (Worldometers.info, 2021). E, oltre all’impatto ambientale dell’inquinamento diretto dei rifiuti, uno Studio spagnolo, pone attenzione all’inalazione di microplastiche dovuta all’uso di maschere facciali. Microplastiche nell’acqua potabile Una ricerca tutta italiana, è riuscita per la prima volta a individuare e contare le minuscole particelle di plastica nell’acqua potabile. Il brevetto, depositato dall’Università di Catania nel 2018, consente di quantificare le microplastiche inferiori a 10 micrometri. Frutto del lavoro dei dottori Ferrante Margherita, Oliveri Conti Gea e Zuccarello Pietro del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Tecnologie avanzate “G.F. Ingrassia”, è attualmente l’unico che permette l’estrazione e la determinazione di plastiche, incluse quelle di taglia dimensionale <10 µm. Le particelle vengono identificate e quantificate mediante microscopia elettronica a scansione (SEM) accoppiata alla microanalisi (raggi X). Attraverso questo metodo, è possibile analizzare tutti i tipi di campioni da quelli industriali a quelli ambientali, vegetali, animali e di provenienza umana. Inoltre, è possibile calcolare la quantità di plastica ingerita, respirata o assorbita per via dermica. Dalla ricerca di microplastiche nell’acqua potabile (rubinetto e bottiglia) è emerso: acqua del rubinetto = 0 microplastiche acqua in bottiglia minerale = circa 1 milione di microplastiche/litro Le peggiori acque minerali sono risultate essere quelle inbottigliate in plastica di tipo PET (maggior quantità di microplastiche presenti). Nell’acqua del rubinetto non è stata rilevata alcuna particella di plastica. Questo a conferma di quanto, in Italia, l’acqua comunale è generalmente di buona qualità (a dispetto di quanto si creda: l’Italia ha il primato nel consumo di acqua in bottiglia, circa 252 litri ciascuno). Microplastiche in frutta e verdura Microplastiche negli ortaggi e nella frutta. Un recente studio italiano ha individuato per la prima volta le concentrazioni di microplastiche contenute nella frutta e nelle verdure più consumati in Italia. Condotta in collaborazione tra l’Università di Catania ed il Laboratoire de Biochimie et Toxicologie Environnementale di Sousse in Tunisia Sono stati esaminati mele, pere, patate, carote, lattuga e broccoli. La frutta è risultata essere la più contaminata: i dati mostrano una contaminazione variabile con dimensioni medie delle microplastiche da 1,51 a 2,52 micron e un range quantitativo medio da 223 mila a 97.800 particelle per grammo rispettivamente nella frutta e nella verdura. Micro(nano)plastiche negli alimenti di origine vegetale (fonte: Liang et al, 2023) L’ipotesi è che la contaminazione della frutta e verdura, ovvero l’assorbimento e trasloco delle microplastiche dall’ambiente all’interno dei sistemi biologici avvenga con lo stesso meccanismo descritto e riportato per i nanomateriali di carbonio. Queste minuscole particelle vengono assorbite dal suolo e trasportate attraverso i tessuti vegetali, per poi essere mangiate e finire così nel nostro organismo. Le mele sono risultati i campioni di frutta più contaminati, mentre le carote sono risultate la verdura più contaminata. Viceversa, il campione meno contaminato è risultato essere la lattuga con livelli medi di microplastiche pari a 52.050. Microplastiche nei filtri delle sigarette I filtri delle sigarette contengono microplastiche (note come fibre di acetato di cellulosa) e costituiscono la seconda forma più grave di inquinamento da plastica a livello mondiale. Con sei trilioni di sigarette consumate ogni anno da un miliardo di fumatori, queste fibre raggiungono ogni angolo del mondo. I mozziconi di sigaretta sono i rifiuti di plastica più comuni sulle spiagge, rendendo gli ecosistemi marini altamente suscettibili alle perdite di microplastica. Quando si rompono, le sigarette rilasciano microplastiche, metalli pesanti e molte altre sostanze chimiche che incidono sulla salute e sui servizi degli ecosistemi. Se gli effetti dannosi per la salute umana diretti derivanti dal fumo delle sigarette sono acclamati, la panoramica degli effetti indiretti non è altrettanto evidente e immediata. Ad esempio l’impatto ambientale: ogni anno, oltre agli 8 milioni di vite umane perse a causa del consumo di tabacco, 200.000 ettari di foreste vengono rasi al suolo per coltivare il tabacco, il che equivale alla perdita di 600 milioni di alberi. Per ogni 15 scatole di sigarette vendute, viene abbattuto un albero. “I prodotti del tabacco sono gli oggetti più abbandonati sul pianeta, contengono oltre 7000 sostanze chimiche tossiche, che si disperdono nel nostro ambiente quando vengono scartate. Ogni anno circa 4,5 trilioni di filtri di sigarette inquinano i nostri oceani, i fiumi, i marciapiedi delle città, i parchi, il suolo e le spiagge”, ha affermato il dottor Ruediger Krech, direttore della promozione della salute dell’OMS. Oltre alle tradizionali sigarette “rollate”, anche prodotti come il tabacco non da fumo e le sigarette elettroniche contribuiscono all’accumulo di inquinamento da plastica. Microplastiche nei cosmetici e detergenti Cosmetici, detergenti e prodotti per la cura personale possono essere carichi di microplastiche. Spesso aggiunte intenzionalmente (microplastiche primarie), per fornire consistenza, dal disinfettante per le mani al sapone, dal dentifricio al deodorante. Le particelle di plastica (microgranuli o microsfere) di questi prodotti possono essere assorbite dalla pelle o, nel caso di prodotti come rossetto o balsamo per le labbra, direttamente ingerite. Poi finiscono negli scarichi e infine nell’ambiente. Secondo il rapporto “Global Chemicals Outlook II – From Legacies to Innovative Solutions: Implementing the 2030 Agenda” dell’UNEP, quantità significative di microplastiche provenienti da cosmetici e altre fonti hanno maggiori probabilità di entrare nei corsi d’acqua in aree con impianti di trattamento delle acque reflue inadeguati. Il rapporto rileva che alcuni agenti esfolianti contengono più del 10% di microsfere, un tipo di microplastica primaria. Un recente studio della Plastic Soup Foundation ha rilevato che l’83% di 138 marchi di disinfettanti e gel per le mani contenevano microplastiche. Ridurre l’uso, acquistare prodotti con un imballaggio minimo ed esaminare gli elenchi degli ingredienti sono alcuni dei modi in cui i consumatori possono limitare la loro potenziale esposizione alle microplastiche, secondo Madhuri Prabhakar, attivista delle microplastiche della fondazione. Anche le imprese e i produttori hanno la responsabilità di ridurre l’uso primario della microplastica. Affrontare in modo significativo il problema richiede un’azione a partire dalla fase di progettazione del prodotto, secondo il rapporto di valutazione dell’UNEP sui problemi di preoccupazione. La campagna interattiva Clean Seas dell’UNEP “Cosa c’è nel tuo bagno?” mette in luce la prevalenza della plastica nei comuni prodotti per la cura personale per incoraggiare i consumatori a optare per alternative rispettose dell’ambiente. Microplastiche nei tamponi assorbenti Le preoccupazioni ambientali circa lo smaltimento dei tamponi (le vendite globali sono stimate in 18 miliardi all’anno) e l’impatto della plastica sulla salute e l’ambiente sono noti. Come anche gli effetti sulla salute provocati dall’uso degli assorbenti interni come la crescita batterica o, la ben più rara sindrome da shock tossico. Ma ora una ricerca inglese ha dimostrato che alcuni tamponi di marche blasonate possono rilasciare nanoparticelle di plastica durante l’uso, proprio all’interno del corpo umano. Il team di ricerca ha testato 24 marche di assorbenti interni, trovando plastica in metà di essi (12) e prove del rilascio di microfibre di plastica in sette. Si stima che per ogni tampone vengano rilasciati fino a 17 miliardi di fibre nanoplastiche (media di 9,4 miliardi), ovvero 86 trilioni di fibre nell’arco di una vita. Poiché il test Syngina (tamponi inseriti in un preservativo non lubrificato che agisce come una membrana) non replica completamente le condizioni del tratto vaginale, i ricercatori suggeriscono i loro dati sul rilascio delle fibre sono conservativi. I ricercatori hanno testato anche alternative come prodotti in cotone organico al 100%, coppette mestruali e spugne in poliuretano. Ne risulta che solo le coppette non si disintegrano nel tratto vaginale. Microplastiche (microfibre) dei tessuti Le microfibre tessili sono un problema enorme. I nostri vestiti sono in gran parte a base di plastica e, quando li laviamo, i pezzi si staccano e finiscono nelle nostre lavatrici come microfibre. La plastica, tra cui poliestere, acrilico e nylon, costituisce circa il 60% di tutti i tessuti per indumenti. A causa dell’abrasione, questi tessuti rilasciano microplastiche note come microfibre quando vengono lavati o indossati. Secondo un rapporto UNEP del 2020 che mappa la catena del valore tessile globale, circa il 9% delle perdite annuali di microplastica nell’oceano proviene dai prodotti tessili. Una ricerca portoghese ha stimato che un singolo carico di bucato può rilasciare fino a 18 milioni di microfibre e questi minuscoli pezzi di plastica finiscono nel nostro oceano, nelle terre aperte, nei campi agricoli e nei fiumi. Ogni anno, il solo bucato provoca il rilascio nell’oceano di circa mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica, l’equivalente di quasi tre miliardi di camicie di poliestere. Ciò accade per l’inefficienza degli impianti di trattamento delle acque reflue che, non riuscendo a trattenerle, rilasciano fino al 40% delle microfibre che ricevono nei laghi, nei fiumi e nell’oceano. Da un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), “Microplastic pollution from textile consumption in Europe”, l’uso e il lavaggio dei tessuti sintetici è considerato una fonte significativa di microplastiche nell’ambiente, responsabile del rilascio negli oceani tra 0,2 e 0,5 milioni di tonnellate di microplastiche ogni anno. Il settore della moda, in special modo quella ultrarapida del Fast Fashion (migliaia di nuovi prodotti ogni giorno a prezzi stracciati acquistabili con un click), che vale 120 miliardi di dollari a livello globale, ha un impatto ambientale altissimo. Per ridurre queste perdite, gli esperti raccomandano di indossare i vestiti più spesso e di lavarli meno. Quando si acquistano nuovi abiti, optare per fibre naturali e capi d’abbigliamento sostenibili. Secondo Elisa Tonda, responsabile dell’Unità Consumo e Produzione dell’UNEP, è necessario coinvolgere tutte le parti interessate per spostare l’industria tessile verso la circolarità: “I politici devono implementare una governance e politiche più forti, nonché creare un ambiente politico che incentivi la progettazione di tessuti e abbigliamento sostenibili e promuova un approccio più standardizzato alla determinazione dei rilasci da diversi prodotti tessili e alternative adeguate”, mentre “I marchi dovrebbero rafforzare i loro sforzi nella progettazione di abbigliamento sostenibile e assumersi la responsabilità dei loro prodotti a fine vita”, ha aggiunto. Microplastiche nei fiumi italiani e nel Tevere ISPRA, in collaborazione con la Fondazione Sviluppo Sostenibile e Nauta srl, ha condotto un’attività di monitoraggio alla ricerca dei rifiuti della durata 12 mesi, su 12 fiumi italiani: Adige, Agri, Magra, Misa, Neto, Ombrone, Pescara, Po, Reno, Sarno, Simeto e Tevere. I risultati, presentati con il comunicato del 28 settembre 2023, indicano che l’85% di tutti i rifiuti sono plastiche, di cui 35% di plastica monouso. Se consideriamo che i Paesi che contribuiscono maggiormente all’inquinamento degli oceani, possiedono i maggiori fiumi, e che il Mar Mediterraneo, tra i più inquinati, vede l’Italia al secondo posto – dopo l’Egitto – con 34.309 tonnellate l’anno di rifiuti immessi e che i fiumi sono considerati i canali preferenziali, la cosa non stupisce. Una recente ricerca italiana (Papini et al., 2024) ha rilevato un inquinamento diffuso da microplastiche nel fiume Tevere che attraversa Roma per sfociare nel Mediterraneo. I ricercatori hanno raccolto campioni nell’area marina tra Fiumara Grande e Canale di Traiano a diverse distanze dalla costa, partendo da 300 metri, e a differenti profondità tra i 5 ed i 30 metri. In ognuno dei campioni è stata rilevata la presenza di polistirene in quantità differenti, con una media di 45 microgrammi per litro e picchi di 60. Nel decennio 2006-2016, si stima che oltre 8mila tonnellate di microplastiche siano state trasportate nel Mar Mediterraneo attraverso le vie fluviali, per cui un aspetto importante della ricerca è non solo la conferma che in mare ci siano microplastiche e polistirolo rintracciate in tutti i campioni prelevati, ma che sui fondali marini sia presente una vera e propria stratificazione. “Anche se non possiamo ancora stilare una statistica, abbiamo rintracciato un trend, ovvero che maggiore è la profondità e maggiore è l’accumulo di polistirolo sui fondali, un fenomeno abbastanza inquietante che gli ecologisti chiamano l’era della plastica“. Effetti sulla salute delle microplastiche e nanoplastiche Sebbene gli studi siano insufficienti, e anche l’OMS raccomanda ulteriori approfondimenti scientifici, ricerche sperimentali hanno dimostrato che le microplastiche e le nanoplastiche rappresentano potenziali rischi per la salute umana: possono entrare nel corpo umano tramite ingestione, inalazione e assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi. Le microscopiche particelle possono penetrare negli organi e superare le membrane cellulari e la barriera emato-encefalica e raggiungere la placenta, arrivando nei tessuti secondari come fegato, muscoli e cervello. Sono state ipotizzate due principali modalità di interazione. Esiste una tossicità diretta legata al danno che l’assorbimento delle particelle di plastica provocano nell’organismo, andando a depositarsi in organi, tessuti e intestino e dipende dalla forma e dimensioni dei frammenti. Ma forse ben più pericolosa è il danno indiretto che microplastiche e nanoplastiche, possano agire come vettori di altri prodotti tossici. Per migliorare le proprietà dei materiali, alle plastiche vengono infatti aggiunte delle sostanze chimiche tossiche (ne sono stati individuati oltre 4.000 pericolosi per la salute, in quanto “persistenti, bioaccumulabili, mobili e/o tossici”). Sono additivi che destano grande preoccupazione a causa della loro elevata tossicità, del potenziale di migrazione o rilascio dalla plastica, inclusi ritardanti di fiamma specifici, alcuni stabilizzanti UV, sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), ftalati, bisfenoli, alchifenoli e alchifenoli etossilati, biocidi, alcuni metalli e metalloidi, idrocarburi policiclici aromatici e molte altre sostanze aggiunte non intenzionalmente. Impatti sulla salute umana derivanti dall’esposizione a sostanze chimiche associate alla plastica (UNEP, 2021) Il rapporto 2021 dell’UNEP (From Pollution to Solution) avverte che le sostanze chimiche presenti nelle microplastiche “sono associate a gravi impatti sulla salute, soprattutto nelle donne”. Questi possono includere cambiamenti nella genetica umana, nello sviluppo del cervello e nella respirazione, oltre ad altri problemi di salute. Uno studio condotto dall’Universitat Autònoma de Barcelona (Spagna), il centro di ricerca CREAF, e il Center for Environmental and Marine Studies (CESAM), ha riscontrato che, in caso di esposizione diffusa e prolungata alle nanoplastiche da parte di vertebrati e invertebrati, vi è alterazione del microbioma intestinale (che porta a cambiamenti a livello del sistema immunitario, endocrino e nervoso). Uno studio dell’Università di Milano, pubblicato sulla rivista Journal of Hazardous Materials, dimostra che le nanoplastiche possono invadere le cellule umane che compongono le ossa: sono pericolose perché possono alterarne il normale funzionamento e potrebbero aumentare le probabilità di sviluppare patologie legate all’impoverimento osseo. Cervello e demenza Sebbene gli effetti delle microplastiche sulla nostra salute siano ancora oggetto di studi e necessitano di maggiori approfondimenti, come ricorda l’Istituto superiore di sanità (Iss), sono certamente fattori di pericolo per il nostro organismo: contribuiscono a generare stati di infiammazione, il principio di molte malattie. La maggior parte delle microplastiche viene eliminata dal nostro organismo, attraverso le feci, tuttavia gli studi dimostrano che si accumulano nei nostri organi, compreso il cervello. Un nuovo studio (Sui et al, 2026) evidenzia come le microplastiche, accumulate nel cervello, potrebbero alimentare malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson, attraverso cinque modalità di azione attraverso le quali possono danneggiare il cervello: attivazione delle cellule immunitarie, generazione di stress ossidativo, compromissione della barriera emato-encefalica, danneggiamento dei mitocondri e dei neuroni. «L’organismo considera le microplastiche come agenti estranei, il che spinge le cellule immunitarie del cervello ad attaccarle. Quando il cervello è sottoposto a stress da fattori come tossine o inquinanti ambientali, si verifica anche stress ossidativo», ha affermato. Oltre 57 milioni di persone convivono con la demenza e si prevede un forte aumento dei casi di Alzheimer e Parkinson. La possibilità che le microplastiche possano aggravare o accelerare queste malattie cerebrali rappresenta una grave preoccupazione per la salute pubblica. Il professor associato Kamal Dua, esperto di scienze farmaceutiche presso l’Università di Tecnologia di Sydney, stima che gli adulti consumino circa 250 grammi di microplastiche all’anno, circa un piatto: “Ingeriamo microplastiche da una vasta gamma di fonti, tra cui frutti di mare contaminati, sale, alimenti trasformati, bustine di tè, taglieri di plastica, bevande in bottiglie di plastica e alimenti coltivati in terreni contaminati, nonché fibre di plastica provenienti da tappeti, polvere e indumenti sintetici.” Ossa e fratture Microplastiche sono state trovate ovunque nel corpo umano, perfino nelle ossa e nei muscoli. Un recente studio (Pelepenko et al., 2025), mettendo a confronto 62 articoli scientifici esistenti, ha valutato l’impatto negativo delle microplastiche sulla salute delle ossa. Microplastiche: gli effetti su ossa e muscoli (fonte: Fusagawa et al., 2025) Studi sperimentali su animali hanno indicato che l’ingestione di microplastiche (MP) altera il microbiota intestinale e riduce il numero di globuli bianchi, suggerendo una compromissione della funzione del midollo osseo. Le microplastiche sono state rilevate nel tessuto osseo in seguito a somministrazione intragastrica e si è dimostrato che influenzano diverse cellule del sangue. Inoltre, l’accumulo di microplastiche nelle ossa ne riduce la crescita e compromette la microarchitettura trabecolare, probabilmente a causa della ridotta funzione osteogenica degli osteoblasti. Malattie cardiovascolari Le microplastiche hanno anche un contributo significativo sullo sviluppo di malattie cardiovascolari. Secondo un nuovo studio (Ting-An Lin et al., 2025), infatti, l’accumulo di queste microparticelle nel sangue, può restringere ed ispessire le arterie, fino ad ostruirle: è l’aterosclerosi, una delle cause principali delle malattie cardiovascolari, come infarti ed ictus. Le malattie cardiovascolari sono malattie che colpiscono le arterie e provocano danno o morte delle cellule presenti negli organi che irrorano, come ad esempio infarti ed ictus. In questo studio, hanno analizzato come l’esposizione alle microplastiche influenzi lo sviluppo dell’aterosclerosi nei topi: il risultato è un aumento dell’aterosclerosi nei topi maschi (63% delle placche nella radice aortica ed un incremento del 624% nell’arteria brachiocefalica), ma non nelle femmine. Occorrono degli approfondimenti, per capire come la differenza sessuale agisca a protezione e quali siano gli effetti sugli esseri umani. Fertilità e parti prematuri Le minuscole particelle di plastica (microplastiche e nanoplastiche), come abbiamo visto, invadono il corpo umano (per inalazione, ingestione, assorbimento) arrivando a diffondersi ovunque fino al sangue, organi, cervello e ossa. Perfino nel liquido seminale (o sperma) e in quello follicolare. Un nuovo studio (E Gomez-Sanchez et al., 2025) ha identificato le microplastiche più presenti nei fluidi riproduttivi umani: poliammide (PA), politetrafluoroetilene (PTFE), polietilene (PE), poliuretano (PU), polipropilene (PP), polietilene tereftalato (PET), polistirene (PS), cloruro di polivinile (PVC) e acido polilattico (PLA). Diverse tipologie di microplastiche sono state identificate sia nell’apparato riproduttivo maschile che in quello femminile, fornendo dati essenziali per valutare i potenziali rischi per la salute riproduttiva umana. Un altro studio (Hyman S. et al., 2026), si è incentrato sul ruolo delle microplastiche e, in particolare, degli ftalati (sostanze chimiche che rendono la plastica più duttile e quindi più flessibile e modellabile e perciò diffuse in tantissimi prodotti in plastica), sul rischio di parto prematuro (o pretermine). Lo studio fornisce la prima quantificazione globale dei parti pretermine associati all’esposizione a due diversi ftalati, stimandone che l’espozione abbia causato oltre 1,9 milioni di parti premature, 74.000 decessi, 6,6 milioni di anni di vita persi e 1,2 milioni di anni vissuti con disabilità, nel 2018. Questi risultati evidenziano l’urgente necessità di un’azione internazionale per ridurre l’esposizione ai ftalati nel loro complesso, soprattutto nelle regioni con un elevato carico di malattia e una limitata protezione normativa. Limiti e regolamenti sulle microplastiche in Europa L’Unione Europea considera microplastiche le particelle di polimeri sintetici di dimensioni inferiori a 5 mm che sono organiche, insolubili e resistenti alla degradazione. Nel 2017, la Commissione Europea ha richiesto all’ECHA di valutare le prove scientifiche per intraprendere azioni normative a livello UE sulle microplastiche aggiunte intenzionalmente ai prodotti (ovvero sostanze e miscele). Nel gennaio 2019, l’ECHA ha proposto un’ampia restrizione sulle microplastiche nei prodotti immessi sul mercato UE/SEE per evitarne o ridurne il rilascio nell’ambiente, definendo una progressione temporale per i diversi prodotti. Periodo transitorio per l’applicazione del divieto (Reg. UE 2023/2055 che modifica il reg. REACH) Inizialmente si regolano le acque potabili: le microplastiche sono incluse nella nuova Direttiva europea (Direttiva 2020/2184) sulla qualità delle acque destinate al consumo umano come contaminanti emergenti, insieme ai PFAS. Nella Direttiva è stato introdotto una tipologia di approccio inedita, basata sulla stesura di un “elenco di controllo” di sostanze (ma senza definirne limiti o valori soglia). Successivamente la Commissione Europea, con il regolamento (UE) 2023/2055 del 25 settembre 2023 modifica l’allegato XVII del regolamento (CE) n. 1907/2006 concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH) per quanto riguarda le microparticelle di polimeri sintetici. A decorrere dal 17 ottobre 2023 il regolamento limita le microparticelle di polimeri sintetici da sole o intenzionalmente aggiunte alle miscele al fine di ridurre l’emissione di microplastiche nei prodotti di uso quotidiano al fine di proteggere l’ambiente. Si prevede che la proposta impedirà il rilascio di 500.000 tonnellate di microplastiche in 20 anni. Come possiamo proteggerci dalle microplastiche Fondamentale è ridurre l’inquinamento da plastica e l’esposizione per l’uomo alle microplastiche e nanoplastiche. La prevenzione resta la prima forma di protezione, ridurre l’uso della plastica, dai prodotti agli imballaggi è la prima regola chiave per ridurne la produzione di rifiuti e il contatto con gli alimenti. La prima cosa da fare è usare meno plastica: possiamo, ad esempio, optare per taglieri in legno, cannucce e spremiagrumi in acciaio inox, tè e tisane sfuse in foglie e bere acqua del rubinetto potabile (anziché quella in bottiglie di plastica). Nell’abbigliamento, oltre al riuso di capi usati, preferiamo fibre naturali a quelle sintetiche. E attenzione agli imballaggi in plastica, che a contatto con gli alimenti rilasciano microplastiche, soprattutto ad elevate temperature. Riscaldare nel microonde o nel forno cibi pronti e da asporto confezionati in contenitori di plastica può rilasciare centinaia di migliaia di particelle di microplastiche e nanoplastiche direttamente negli alimenti, insieme a una miscela di sostanze tossiche: è quanto emerge dal nuovo rapporto di Greenpeace International “Siamo cotti? I rischi sanitari nascosti dei piatti pronti confezionati nella plastica”. Altre opzioni per ridurre il rilascio di microplastiche nell’ambiente acquatico sono al vaglio della Commissione nell’ambito della sua strategia sulla plastica e del nuovo piano d’azione per l’economia circolare. Il solo riciclo della plastica è infatti inefficace, come conferma uno studio di ricercatori di Scozia, UK, e Nuova Zelanda (Brown et al., 2022): gli impianti di riciclaggio rilasciano microplastiche nell’ambiente. Nei campioni analizzati hanno individuato fino a 75 miliardi di particelle di microplastiche per metro cubo di acqua filtrata. E consigliano di incorporare ulteriori metodi di filtrazione (come ad es. la coagulazione, la flocculazione e il magnetismo) per rimuovere le microplastiche più piccole presenti nell’acqua negli impianti di riciclaggio. “Il problema con questi metodi è che la sfida è renderli economicamente sostenibili o efficaci una volta scalati fino ai volumi necessari”, ha spiegato Brown. Tuttavia, per arginare il problema, occorre attuare una massiccia riduzione globale della produzione e del consumo di plastica. Cominciando dai prodotti monouso e dagli imballaggi che ne rappresentano una quota rilevante e limitando il consumo di acqua in bottiglia, di cui noi italiani abbiamo il primato al mondo (252 litri a testa). Ricordando che la plastica deriva dai combustibili fossili e dal petrolio, non può esserci una profonda riduzione dei gas serra (seppur con energie rinnovabili, auto elettrica, riqualificazione edilizia con bonus edilizi e conto termico) senza ridurre consumo e rifiuti dei prodotti in plastica. Ma, le recenti guerre e le politiche negazioniste sui cambiamenti climatici, non offrono esempi virtuosi. FAQs microplastiche Cosa sono le microplastiche e le nanoplastiche? Le microplastiche e nanoplastiche sono frammenti di plastica, talmente piccoli e leggeri, da essere facilmente trasportati in giro per il mondo ed essere assorbite dall’ambiente e dagli esseri umani. La plastica, nell’uso o nell’ambiente naturale – sottoposta all’azione del sole, vento e acqua – tende a degradarsi, frammentandosi in parti più piccole. Qual è la differenza tra microplastiche e nanoplastiche? Le particelle di plastica di dimensioni inferiori a 5 mm vengono chiamate microplastiche (MP). Ma esistono particelle invisibili, più piccole di un milionesimo di mm, come un virus o il filamento di DNA, talmente piccole che possono essere respirate disperse nell’aria e assorbite dalla pelle: le cosiddette nanoplastiche. Da dove provengono le microplastiche? Le microplastiche sono minuscole particelle di plastica presenti negli oggetti di uso quotidiano, comprese sigarette, vestiti e cosmetici. Se ingerite dagli animali marini come uccelli, pesci, tartarughe, mammiferi e piante, le microplastiche hanno effetti devastanti, portando a problemi tra cui riduzione dell’assunzione di cibo, soffocamento, cambiamenti comportamentali e alterazioni genetiche. Le microplastiche sono pericolose per la salute umana? Sebbene gli studi siano insufficienti, diverse ricerche hanno dimostrato che le microplastiche e le nanoplastiche rappresentano potenziali rischi per la salute umana: possono entrare nel corpo tramite ingestione, inalazione e assorbimento attraverso la pelle e accumularsi negli organi. Esiste una tossicità diretta legata al danno che l’assorbimento delle particelle di plastica provocano nell’organismo, andando a depositarsi in organi, tessuti e intestino e dipende dalla forma e dimensioni dei frammenti. Ma forse più pericoloso è il danno indiretto: microplastiche e nanoplastiche possono agire come vettori di altri prodotti tossici usati come additivi (pfas, ftalati, bisfenoli, alchifenoli e alchifenoli etossilati, biocidi, alcuni metalli e metalloidi, idrocarburi). In quali alimenti si trovano più microplastiche? Dalle microplastiche rilevate in alimenti quali acqua, molluschi, pesci, sale, birra, miele e zucchero, emerge un dato sconcertante: cinque grammi di plastica finiscono nel nostro stomaco ogni settimana. Oltre all’acqua potabile (soprattutto in bottiglia), tra gli alimenti più contaminati da microplastiche rientrano birra, molluschi, miele e pesce. Le mele (tra la frutta) e le carote (tra le verdure) sono tra i più contaminati dalle plastiche. Le nanoplastiche possono entrare nel sangue? Le nanoplastiche, è accertato, sono talmente piccole che possono essere assorbite dal nostro corpo fin negli organi, nel sangue e nel cervello. L’accumulo di queste microparticelle nel sangue, può restringere ed ispessire le arterie, fino ad ostruirle: è l’aterosclerosi, una delle cause principali delle malattie cardiovascolari, come infarti ed ictus. Quali sono gli effetti delle microplastiche sull’ambiente? Gli effetti delle microplastiche sull’ambiente è una contaminazione diffusa (nei fiumi, nell’aria e nella terra). Queste minuscole particelle vengono assorbite dal suolo e trasportate attraverso i tessuti vegetali, per poi essere mangiate e finire così nel nostro organismo. E l’inquinamento, è la principale causa dei cambiamenti climatici. Come si possono ridurre le microplastiche nella vita quotidiana? Per ridurre le microplastiche nella vita quotidiana, sicuramente la politica, con leggi che agevolano il riciclo della plastica e la produzione di oggetti riciclabili, dev’essere base e ispirazione. Ma ognuno di noi può fare qualcosa, a partire dalla scelta dei prodotti. Se in plastica, che siano riciclabili e/o di provenienza tale. Altrimenti optando su materali alternativi e che consentano il riutilizzo del prodotto (no monouso). Il rifiuto deve essere l’ultima opzione disponibile perché, come abbiamo visto, il riciclo non è impresa facile. E, attenzione agli imballaggi in plastica, che trasmettono le microplastiche direttamente nei nostri alimenti (e quindi a noi), soprattutto se riscaldati al forno o microonde. Le microplastiche sono presenti nell’acqua potabile? Una ricerca tutta italiana, è riuscita per la prima volta a individuare e contare le minuscole particelle di plastica nell’acqua potabile. Le peggiori acque minerali sono risultate essere quelle inbottigliate in plastica di tipo PET (maggior quantità di microplastiche presenti). Nell’acqua del rubinetto non è stata rilevata alcuna particella di plastica, mentre nell’acqua in bottiglia minerale sono state quantificate circa 1 milione di microplastiche/litro. Esistono normative per limitare l’inquinamento da plastica? Sebbene non sufficienti (servirebbe almeno una Plastic Tax e l’obbligo di introdurre una quantità minma di plastica riciclata nel processo produttivo), esistono normative per limitare l’inquinamento da plastica. La Commissione Europea, dopo aver richiesto all’ECHA di valutare le prove scientifiche per intraprendere azioni normative a livello UE sulle microplastiche aggiunte intenzionalmente ai prodotti, dal 2019 ha proposto un’ampia restrizione sulle microplastiche nei prodotti immessi sul mercato UE/SEE per evitarne o ridurne il rilascio nell’ambiente, definendo una progressione temporale per i diversi prodotti. Dapprima regola le acque potabili: le microplastiche sono incluse nella nuova Direttiva europea (Direttiva 2020/2184) sulla qualità delle acque destinate al consumo umano come contaminanti emergenti, insieme ai PFAS, ma senza definirne limiti o valori soglia. Successivamente la Commissione Europea, con il regolamento (UE) 2023/2055 del 25 settembre 2023 modifica l’autorizzazione e la restrizione delle microparticelle di polimeri sintetici, limitando le microparticelle di polimeri sintetici da sole o intenzionalmente aggiunte alle miscele al fine di ridurre l’emissione di microplastiche nei prodotti di uso quotidiano al fine di proteggere l’ambiente. Per approfondire: VV., Breaking the Plastic Wave, 2020 Allen S. et al., Atmospheric transport and deposition of microplastics in a remote mountain catchment, 2019 Beaumont et al., Global ecological, social and economic impacts of marine plastic, 2019 Bergamaschi et al., Nano- and microplastics: a comprehensive review on their exposure routes, translocation, and fate in humans, 2023 Bergmann et al., Plastic pollution in the Arctic, 2022 Brown et al., The potential for a plastic recycling facility to release microplastic pollution and possible filtration remediation effectiveness, 2022 Commissione Europea, EU action against microplastics, 2023 Conti et al., Micro- and nano-plastics in edible fruit and vegetables, 2020 Galvão et al., Microplastics in wastewater: microfiber emissions from common household laundry, 2020 Greenpeace, Siamo cotti? I rischi sanitari nascosti dei piatti pronti confezionati nella plastica, 2026 EEA, Microplastic pollution from textile consumption in Europe, 2022 EFSA, Presence of microplastics and nanoplastics in food, with particular focus on seafood, 2016 FAO, Microplastics in food commodities, 2022 E Gomez-Sanchez et al., O-280 Unveiling the hidden danger: detection and characterisation of microplastics in human follicular and seminal fluids, 2025 Hyman et al., Preterm birth attributable to exposure to chemicals used in plastic materials: a global estimate, 2026 ISS, Martellone et al., Microplastiche nelle Acque Potabili, 2022 IUCN, Primary Microplastics in the Oceans, 2017 IUCN, The Mediterranean: Mare Plasticum, 2020 Koelmans et al., Microplastics in freshwaters and drinking water: Critical review and assessment of data quality, 2019 Kosuth et al., Anthropogenic contamination of tap water, beer, and sea salt, 2018 Liang et al., Micro(nano)plastics in plant-derived food: Source, contamination pathways and human exposure risks, 2023 Munoz et al., Release of microplastic fibres and fragmentation to billions of nanoplastics from period products: preliminary assessment of potential health implications, 2022 Naixin Qian et al., Rapid single-particle chemical imaging of nanoplastics by SRS microscopy, 2024 OMS, Dietary and inhalation exposure to nano- and microplastic particles and potential implications for human health, 2022 OECD, Global Plastics Outlook, 2022 Oliveri Conti et al., Micro- and nano-plastics in edible fruit and vegetables, 2020 Papini et al., Identification and quantification of polystyrene microplastics in marine sediments facing a river mouth through NMR spectroscopy, 2024 Pelepenko et al., Effects of microplastics on the bones: a comprehensive review, 2025 Presa Diretta, SOS plastica, 28 settembre 2025 Sangkham et al., A review on microplastics and nanoplastics in the environment: Their occurrence, exposure routes, toxic studies, and potential effects on human health, 2022 Siu et al., Do microplastics play a role in the pathogenesis of neurodegenerative diseases?, 2025 Teles et al., Insights into nanoplastics effects on human health, 2020 Ting-An Lin et al., Microplastic exposure elicits sex-specific atherosclerosis development in lean low-density lipoprotein receptor-deficient mice, 2025 UNEP, Chemicals in Plastics – A Technical Report, 2023 UNEP, From Pollution to Solution, 2021 Wetherbee et al., It is raining plastic, 2019 WWF, No plastic in nature: assessing plastic ingestion from nature to people, 2019 Articolo aggiornato – Prima pubblicazione maggio 2024 Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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