Il 30 marzo torna lo Zero Waste Day: nel 2026 il focus ONU è sullo spreco alimentare

Il 30 marzo l’Onu con l’International Day of Zero Waste lancia un messaggio per dare più forza alla corretta gestione a livello globale: ridurre, riutilizzare, recuperare e riciclare.
Per l’edizione 2026 il focus scelto è lo spreco alimentare. Un tema che tocca ambiente, economia, consumi e organizzazione delle filiere, ma che chiama in causa anche una questione più profonda di giustizia globale.

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Il 30 marzo torna lo Zero Waste Day: nel 2026 il focus ONU è sullo spreco alimentare

Il 30 marzo si celebra l’International Day of Zero Waste, la giornata internazionale promossa dalle Nazioni Unite per richiamare governi, imprese e cittadini verso modelli di produzione e consumo più sostenibili, con focus per il 2026 sullo spreco alimentare.

Secondo il rapporto SOFI 2025, nel 2024 circa 673 milioni di persone hanno sofferto la fame, mentre in diverse aree dell’Africa e dell’Asia occidentale l’insicurezza alimentare resta particolarmente grave. In questo contesto, il cibo sprecato nei sistemi dell’abbondanza non è soltanto una distorsione economica o ambientale: è anche una contraddizione etica che interroga il nostro modo di produrre, distribuire e attribuire valore alle risorse.

Che cos’è l’International Day of Zero Waste

La Giornata internazionale Rifiuti Zero è stata indetta con l’adozione di una risoluzione, il 14 dicembre 2022, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sono coinvolti il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e il Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani. Secondo alcune stime se i rifiuti urbani prodotti in un anno venissero imballati in contenitori standard per la spedizione e disposti uno accanto all’altro farebbero il giro del mondo per 25 volte.

I servizi globali di gestione dei rifiuti – rileva l’Onu – “non sono attrezzati per gestire questa situazione. Ci sono 2,7 miliardi di persone che non hanno accesso alla raccolta dei rifiuti solidi (2 miliardi di queste vivono in zone rurali) e solo il 61-62% dei rifiuti solidi urbani viene gestito in strutture controllate”. Senza “un’azione urgente, la produzione di rifiuti solidi urbani aumenterà fino a raggiungere i 3,8 miliardi di tonnellate all’anno entro il 2050“.

Il miglioramento dei sistemi di raccolta e di riciclo è quindi “una priorità e un’urgenza insieme ad altre forme di corretta gestione dei rifiuti“. Le popolazioni devono risolvere “la crisi cercando di trattare i rifiuti come una risorsa“. E, tanto per cominciare, questo comporta la riduzione della produzione di rifiuti, il riutilizzo e il recupero, e la progettazione (l’eco-design) affinché i prodotti abbiano un ciclo di vita più lungo e a basso impatto ambientale.

Zero Waste Day 2026: perché l’ONU ha scelto il food waste

Portare il food waste al centro della giornata significa mettere a fuoco una delle contraddizioni più evidenti del presente: quella di un sistema che, da un lato, disperde una parte rilevante del cibo disponibile e, dall’altro, continua a convivere con forme persistenti di scarsità e deprivazione.

Zero Waste Day 2026: perché l’ONU ha scelto il food waste

Lo Zero Waste Day, promosso da UNEP e UN-Habitat, non si esaurisce quindi in una funzione simbolica, ma riporta l’attenzione su un nodo strutturale che riguarda uso delle risorse, sostenibilità, organizzazione delle filiere e responsabilità collettiva.

Spreco alimentare e fame nel mondo: una contraddizione etica oltre che ambientale

In questo quadro, la parola ricorrenza acquista un significato più denso. Non rimanda soltanto a ciò che torna nel calendario, ma a ciò che continua a chiedere attenzione e responsabilità. Vi sono questioni che devono riaffacciarsi periodicamente nel discorso pubblico proprio perché la loro urgenza non si lascia esaurire in una presa di coscienza. Il loro ritorno misura la distanza, ancora aperta, tra ciò che sappiamo e ciò che siamo realmente disposti a cambiare.

Da questo punto di vista, lo Zero Waste Day è prima di tutto un richiamo etico e civile. E lo spreco alimentare appartiene pienamente a questa categoria: una realtà spesso sommessa nella percezione comune, ma capace di erodere con continuità risorse, lavoro, energia e valore.

I numeri dello spreco alimentare nel mondo

Che il tema sia tutt’altro che astratto lo dicono i numeri. UNEP ricorda che nel mondo viene sprecato quasi il 19% del cibo disponibile ai consumatori, e la campagna 2026 lo riassume con una formula semplice ed efficace: “Zero waste starts on your plate”.

I numeri dello spreco alimentare nel mondo

Lo spreco alimentare, inoltre, incide sul clima e prosciuga risorse essenziali come terra, acqua ed energia. Non è un residuo marginale del sistema: è una frattura strutturale.

Spreco alimentare in Europa: i dati Eurostat 2023

Anche in Europa il quadro è eloquente. Secondo Eurostat, nel 2023 nell’Unione europea sono stati generati 58,2 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, pari a circa 130 chilogrammi per abitante in un anno.

In questo caso il dato riguarda lo spreco lungo l’intera filiera, vale a dire l’insieme dei passaggi che vanno dalla produzione primaria alla trasformazione industriale, dalla distribuzione alla ristorazione, fino al consumo domestico.

Le famiglie, da sole, rappresentano il 53% del totale, con circa 69 chilogrammi annui pro capite. Un dato che mostra con chiarezza come lo spreco alimentare non si esaurisca nei segmenti produttivi e commerciali, ma trovi nelle pratiche domestiche uno dei suoi principali luoghi di formazione.

I Paesi europei che sprecano meno cibo

Anche il confronto europeo offre una misura utile. Il Parlamento europeo segnala che i livelli pro capite più bassi di spreco alimentare nell’UE si registrano in Spagna, Slovenia e Croazia. È un dato da leggere con prudenza, perché i sistemi di misurazione restano complessi, ma suggerisce una cosa semplice: margini di miglioramento reali esistono, e non sono teorici.

Spreco alimentare in Italia: quanto cibo buttiamo davvero

Nel caso italiano, il confronto richiede qualche cautela, perché i dati più citati non coincidono con quelli europei né per unità di misura né per perimetro di osservazione, pur convergendo nell’indicare il peso decisivo della dimensione domestica.

Il miglioramento registrato nel 2026 non autorizza però letture troppo rassicuranti. Secondo Waste Watcher International, lo spreco domestico medio si attesta a 554 grammi pro capite alla settimana: riportato sull’intero anno, corrisponde a circa 28,8 chilogrammi per persona.

Il costo economico dello spreco nelle case italiane

Il dato non è direttamente sovrapponibile a quello diffuso da Eurostat per l’Unione europea, perché riguarda esclusivamente la sfera domestica; resta tuttavia eloquente, soprattutto se lo si osserva nella sua traduzione economica.

Il valore del cibo buttato nelle case italiane è infatti stimato in circa 7,3 miliardi di euro l’anno, pari a circa 125 euro per abitante.

Zero waste significa prevenzione, non solo gestione dei rifiuti

Per questo parlare di zero waste non significa semplicemente parlare di rifiuti. Significa parlare di prevenzione, di organizzazione delle filiere, di logistica, di redistribuzione delle eccedenze, di cultura del consumo.

Zero waste significa prevenzione, non solo gestione dei rifiuti

Significa soprattutto spostare lo sguardo a monte: non limitarsi a gestire meglio ciò che avanza, ma imparare a far avanzare meno. La stessa Commissione europea insiste sul fatto che la priorità debba essere la prevenzione dello spreco alla fonte; solo quando questo non è possibile, il surplus alimentare dovrebbe essere redistribuito per il consumo umano, purché sicuro.

Grande distribuzione e spreco alimentare: una contraddizione ancora aperta

In questo quadro la grande distribuzione organizzata occupa un posto cruciale, e anche piuttosto scomodo. Da un lato, molte catene hanno sviluppato strumenti di contrasto allo spreco: sconti sui prodotti vicini alla scadenza, corner dedicati, iniziative sui prodotti oltre il termine minimo di conservazione, collaborazioni con reti di recupero e donazione.

Dall’altro, la GDO continua a muoversi dentro una logica ambivalente: promuove pratiche anti-spreco, ma resta fondata su meccanismi commerciali che spesso spingono all’acquisto in eccesso.

Supermercati, promozioni e acquisto impulsivo

La contraddizione, in fondo, è tutta qui. I supermercati non sono soltanto luoghi in cui si tenta di recuperare l’invenduto: sono anche spazi progettati per incentivare il consumo, spesso ben oltre il necessario. Promozioni che premiano la quantità, esposizioni studiate per l’acquisto impulsivo e standard di abbondanza percepita continuano a spingere i consumatori verso carrelli più pieni di quanto serva davvero.

Una parte dello spreco, insomma, nasce molto prima del cestino: prende forma in un modello commerciale che, mentre dichiara di voler ridurre gli scarti, continua spesso ad alimentare l’eccesso.

Botteghe, mercati di prossimità e filiere corte: un’alternativa da riscoprire

In questa prospettiva, forse varrebbe la pena tornare a interrogarsi anche sui luoghi dell’acquisto. Accanto alla necessaria responsabilizzazione della grande distribuzione, si potrebbe riscoprire il valore delle botteghe, dei mercati di prossimità, delle filiere corte: spazi in cui il rapporto con il cibo tende a essere meno astratto, più misurato, più legato alla stagionalità e alla freschezza dei prodotti.

È vero che il supermercato continua ad attrarre per la promessa di convenienza e per la concentrazione dell’offerta, ma non sempre il prezzo più basso coincide con il costo reale più giusto, né sul piano della qualità né su quello degli effetti culturali e territoriali.

Comprare meno, scegliere meglio, acquistare con maggiore consapevolezza significherebbe non solo ridurre lo spreco, ma anche restituire respiro a quel tessuto di botteghe di quartiere che per decenni ha dato forma alla vita delle città e dei paesi italiani, e che la progressiva espansione della grande distribuzione ha in molti casi eroso o marginalizzato. In questo senso, la lotta allo spreco può diventare anche l’occasione per ripensare il consumo come atto economico, sociale e persino urbano.

Data di scadenza e termine minimo di conservazione: differenze da conoscere

Anche sul piano normativo conviene evitare semplificazioni. I supermercati non possono vendere prodotti oltre la data di scadenza, che riguarda gli alimenti deperibili e attiene alla sicurezza.

Diverso è il caso del termine minimo di conservazione, il classico “da consumarsi preferibilmente entro”: il quadro normativo non ne vieta in via generale la commercializzazione oltre la data indicata, né la donazione, purché il prodotto sia ancora idoneo al consumo e correttamente gestito. In altre parole, non è sempre la legge a imporre lo spreco: spesso sono l’organizzazione interna, i costi logistici, il timore reputazionale o la semplicità operativa a rendere il cassonetto più rapido e comodo rispetto a una redistribuzione intelligente.

Educazione alimentare e lotta allo spreco: il ruolo dell’informazione

Qui entra in gioco un altro tema decisivo: l’educazione. Una parte rilevante dello spreco nasce da abitudini scorrette e da una conoscenza ancora insufficiente delle etichette, delle modalità di conservazione e della differenza reale tra data di scadenza e termine minimo di conservazione.

Finché consumatori e operatori continueranno a trattare ogni data impressa sulla confezione come un confine assoluto, una parte del cibo ancora perfettamente utilizzabile continuerà a essere scartata per abitudine, paura o cattiva informazione.

Accanto agli strumenti digitali, alle donazioni e alle iniziative della distribuzione, resta dunque decisivo il tema dell’educazione. Il contrasto al food waste non può essere affidato soltanto alla buona volontà individuale o alla gestione dell’invenduto: richiede informazione chiara, campagne pubbliche più incisive e un lavoro culturale capace di trasformare il consumo in un gesto più consapevole.

In questo senso, il problema non è solo quanto cibo recuperiamo, ma quanto cibo impariamo finalmente a non sprecare.

Le migliori app anti-spreco da conoscere nel 2026

Accanto alla GDO, cresce anche il ruolo delle piattaforme e delle app anti-spreco. Tra le più interessanti segnalate da Non Sprecare ci sono Too Good To Go, per acquistare a prezzo ridotto il cibo invenduto di negozi e ristoranti; Bring The Food, orientata al recupero delle eccedenze per enti e associazioni; Last Minute Sotto Casa, che segnala offerte di prossimità su prodotti a rischio spreco; myFOODY, focalizzata sugli sconti nei supermercati; e UBO, più educativa, con consigli su conservazione, avanzi e stagionalità.

Come la tecnologia può aiutare a ridurre il food waste

Nel loro insieme, queste applicazioni mostrano che la tecnologia può aiutare a ridurre la distanza tra eccedenza e riuso, ma anche a rendere il consumatore più consapevole. Il loro valore non è soltanto pratico: contribuiscono a spostare lo sguardo, facendo percepire il cibo invenduto non come uno scarto inevitabile, ma come una risorsa ancora disponibile.

Cosa possono fare i cittadini contro lo spreco alimentare

Le azioni che i cittadini possono mettere in campo, del resto, restano spesso semplici e decisive: pianificare la spesa in modo più realistico, controllare frigorifero e dispensa prima di acquistare, distinguere tra data di scadenza e termine minimo di conservazione, congelare ciò che non si consumerà a breve, usare gli avanzi come ingredienti e non come scarti, scegliere porzioni più adeguate.

Sono gesti minimi, ma proprio per questo strutturali: lo spreco alimentare prospera spesso non nella cattiva volontà, bensì nella disattenzione.

Food for Soul e il recupero delle eccedenze: quando il cibo diventa inclusione e dignità

Anche l’alta ristorazione, per la quale al momento non emerge una mobilitazione coordinata specificamente annunciata per il 30 marzo 2026, offre comunque alcuni esempi interessanti. In questa costellazione si inserisce con particolare forza Food for Soul, fondata da Massimo Bottura e Lara Gilmore: una realtà che ha fatto del recupero delle eccedenze alimentari uno strumento di intervento sociale, restituendo valore a ciò che altrimenti verrebbe scartato.

In questo caso, il recupero delle eccedenze non riguarda soltanto la riduzione dello spreco, ma si traduce in un intervento concreto sul piano sociale.

Perché lo Zero Waste Day 2026 non può ridursi a una celebrazione simbolica

La ricorrenza del 30 marzo, allora, ha senso proprio se evita di ridursi a una celebrazione simbolica. Ha senso se costringe a guardare il punto cieco del sistema: il fatto che lo spreco non comincia dal cestino, ma molto prima, nelle filiere, nelle strategie commerciali, nei messaggi di marketing, nelle abitudini d’acquisto e nella nostra alfabetizzazione alimentare.

Il cibo buttato non è solo cibo perduto: è acqua spesa inutilmente, energia dissipata, emissioni prodotte senza motivo, lavoro disperso. Ed è forse questo il valore più serio di una ricorrenza: tornare, ogni anno, finché il problema smette di sembrarci normale.

FAQ – Zero Waste Day 2026 e spreco alimentare

Quando si celebra lo Zero Waste Day 2026?

Lo Zero Waste Day 2026 si celebra il 30 marzo. Si tratta della Giornata internazionale promossa dalle Nazioni Unite per richiamare l’attenzione su modelli di produzione e consumo più sostenibili e sulla necessità di ridurre gli sprechi lungo tutta la filiera.

Quali sono le 3 R dei rifiuti?

Ridurre, Riutilizzare e Riciclare sono le 3 “R” alla base della sostenibilità ambientale. Ridurre significa scegliere con consapevolezza ed eliminare gli acquisti che possono essere superflui. Riutilizzare vuol dire dare nuova vita agli oggetti, prolungandone così il ciclo di vita. Con la terza “R” ovvero Riciclare si intende lo step finale in cui gli scarti si trasformano in preziose risorse tali da poter essere nuovamente utilizzate.

Qual è il tema dello Zero Waste Day 2026?

Per il 2026 l’attenzione dell’ONU è concentrata sul food waste, cioè sullo spreco alimentare. La scelta mette al centro una criticità che riguarda non solo la gestione dei rifiuti, ma anche il consumo di risorse, l’impatto climatico, l’organizzazione delle filiere e la distribuzione del cibo

Perché lo spreco alimentare è un problema così rilevante?

Lo spreco alimentare non riguarda soltanto il cibo buttato, ma anche tutta l’energia, l’acqua, il suolo, il lavoro e la logistica impiegati per produrlo, trasportarlo e conservarlo. Inoltre, il fenomeno appare ancora più contraddittorio se si considera che, secondo i dati richiamati dall’articolo, nel mondo centinaia di milioni di persone soffrono ancora la fame o vivono in condizioni di insicurezza alimentare.

Quanto cibo viene sprecato in Europa e in Italia?

Secondo Eurostat, nel 2023 nell’Unione europea sono stati generati 58,2 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, pari a circa 130 kg per abitante in un anno. In Italia, secondo i dati citati di Waste Watcher International, lo spreco domestico medio nel 2026 è pari a 554 grammi pro capite alla settimana, cioè circa 28,8 kg all’anno per persona, con un impatto economico stimato in 7,3 miliardi di euro l’anno nelle case italiane.

Cosa possono fare concretamente cittadini e famiglie per ridurre lo spreco alimentare?

Ridurre lo spreco alimentare richiede soprattutto maggiore consapevolezza nelle abitudini quotidiane. Tra le azioni più utili ci sono pianificare la spesa in modo realistico, controllare frigorifero e dispensa prima di acquistare, conservare correttamente gli alimenti, distinguere tra data di scadenza e termine minimo di conservazione, congelare ciò che non verrà consumato a breve e recuperare gli avanzi in cucina. Sono gesti semplici, ma hanno un impatto strutturale perché intervengono direttamente sulle cause più diffuse dello spreco domestico.


31/03/2025

Ridurre i consumi e gli sprechi della moda

Lo Zero Waste Day 2025 si concentra sul mondo della moda: la produzione di capi e tessuti sfrutta le risorse naturali, rilascia gas serra ed emana nell’ambiente sostanze chimiche dannose.

a cura di Fabiana Valentini

Ogni anno 2,3 miliardi tonnellate spazzatura, torna l'International Day of 0 Waste

Quante magliette abbiamo nell’armadio? Quella grigia comprata in saldo, mai indossata. Oppure quella rossa che sembrava perfetta, ma che abbiamo scoperto non essere della giusta taglia. Ogni settimana nei negozi si susseguono collezioni su collezioni, un flusso inarrestabile di capi fast fashion che ci tenta continuamente.

Ma cosa cela l’acquisto di un capo alla moda low cost? Spesso si tratta di un racconto di ecosistemi danneggiati e di risorse naturali sprecate. Una t-shirt che vale pochi euro non è un’offerta imperdibile:  rappresenta invece un ingranaggio di una macchina inquinante che sta inesorabilmente devastando il pianeta.

I dati sull’impatto ambientale della moda parlano chiaro: annualmente milioni di tonnellate di vestiti finiscono in discariche o vengono bruciate, mentre solo l’1% dei tessuti viene effettivamente riciclato. In Europa, ogni cittadino butta mediamente 16 chilogrammi di prodotti tessili all’anno, di cui quasi 12 finiscono nei rifiuti indifferenziati, un fiume di stoffa destinato a inquinare, a persistere per decenni nei nostri ecosistemi (fonte WWF Italia).

È in questo delicato scenario che si inserisce lo Zero Waste Day 2025: il 30 marzo è la Giornata Internazionale Rifiuti Zero, promossa congiuntamente da UNEP e UN-Habitat, che diventa quest’anno un appello alla trasformazione radicale dei nostri modelli produttivi, con un focus particolare sul settore tessile.

Come dichiarato dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres: “La Giornata internazionale di quest’anno è dedicata alla moda e ai tessuti. Ed è giusto che sia così. Se non acceleriamo i tempi, vestirci per uccidere potrebbe uccidere il pianeta”.

Giornata Internazionale Rifiuti Zero 2025: riflettori puntati sulla moda

Tra le dodici categorie di consumo delle famiglie europee, i prodotti tessili si classificano al quinto posto per pressioni ambientali e climatiche, un dato che traduce in numeri la distruzione quotidiana provocata dall’industria dell’abbigliamento. Le metriche misurate dall’EEA (Agenzia Europea per l’Ambiente) – utilizzo di materie prime, emissioni di gas serra, consumo di acqua e suolo – dipingono un panorama in cui ogni capo d’abbigliamento nasconde un impatto ambientale di notevole portata.

Giornata Internazionale Rifiuti Zero 2025: riflettori puntati sulla moda

Solamente nel 2022, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno generato 6,94 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, traducibili in 16 kg di scarti per ogni cittadino. Analizzando in profondità questi dati, vediamo che l’85% dei rifiuti tessili non viene raccolto separatamente, ma anzi finisce nelle discariche e da lì negli inceneritori.

La produzione e il consumo di capi e accessori tessili hanno un forte impatto sull’inquinamento atmosferico e ambientale. Le conseguenze sono preoccupanti: microplastiche rilasciate durante la produzione e il lavaggio dei tessuti, sostanze chimiche tossiche e emissioni nocive che alterano gli equilibri climatici, habitat naturali completamente alterati dall’inquinamento.

Questo sistema non è più sostenibile: la produzione di massa legata alle logiche del fast fashion divora le risorse e accelera la crisi climatica ad una velocità incompatibile con le esigenze del pianeta. 

Moda Zero Waste: ripensiamo al nostro approccio allo shopping per rispettare il pianeta

Data la grande mole di rifiuti prodotti su base annuale, ridurre i PFAS sembra un obiettivo lontano. È necessario cambiare il nostro modello di consumo, interrompendo l’uso non essenziale di prodotti che contengono queste sostanze tossiche.

Come racconta Eva Alessi, responsabile Sostenibilità WWF Italia: “La presenza di PFAS nei tessili ha un impatto sulla possibilità di utilizzare, riutilizzare e riciclare alcuni prodotti tessili. Ridurre l’uso dei PFAS nell’abbigliamento e in altri prodotti tessili è quindi fondamentale se vogliamo aumentare la riciclabilità e la transizione verso un’economia più circolare, riducendo i rifiuti che produciamo”.

WWF Italia ci invita a porre al centro della riflessione i valori dell’economia circolare in modo da ridurre in modo sostanziale l’impatto ambientale determinato dai prodotti tessili. Il cambio di prospettiva si muove su tre direttrici: ridurre gli acquisti e prendersi cura dei capi esistenti, riutilizzare e riciclare con pratiche innovative di upcycling, investire in una produzione sostenibile lontana dalle logiche del fast fashion.

Ridurre e riparare i propri capi

WWF Italia sottolinea l’importanza di acquistare meno e meglio, ponendosi domande prima di arrivare alla cassa: “Ho davvero bisogno di questo capo?”.  In questo scenario la riparazione diventa “un’arte” da recuperare: imparare a rammendare un abito ci permette di prolungarne la vita ed evitare che finisca in discarica.

Riutilizzare e riciclare con l’upcycling

Il secondo focus è incentrato su un approccio creativo al riuso e al riciclo. Il mercato del vintage e dell’usato sta diventando sempre più attraente, specialmente tra le nuove generazioni attente alla sostenibilità. L’upcycling rappresenta la frontiera più innovativa e creativa.

Produzione sostenibile: trasformare la filiera

La produzione di una singola t-shirt di cotone richiede 2.700 litri di acqua. Le aziende fashion devono abbracciare un modello di produzione circolare, investendo in materiali ecologici, riducendo l’uso di sostanze chimiche tossiche, migliorando il trattamento delle acque reflue.

Si tratta di ripensare l’intero ciclo di vita di un capo: dalla scelta delle materie prime fino al fine vita, privilegiando materiali riciclabili, biodegradabili, provenienti da fonti rinnovabili.

Cycloplastic Economy: il MICS – Made in Italy Circolare trasforma dona una nuova vita ai rifiuti di plastica

Le realtà più innovatrici hanno accettato le attuali sfide poste dall’inquinamento legato ai rifiuti tessili per creare delle soluzioni all’avanguardia.

Da rifiuto a risorsa: con il progetto Cycloplastic Economy il destino degli scarti cambia completamente rotta. Promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche nell’ambito di MICS – Made in Italy Circolare e Sostenibile, il programma coinvolge 38 ricercatori con l’obiettivo di trasformare i residui plastici provenienti da settori chiave come tessile, calzature, arredamento e imballaggio. Guidato dal ricercatore Pierluigi Barbaro, il progetto, avviato nell’aprile 2023 e con conclusione prevista per novembre 2025, coinvolge alcune delle più prestigiose università italiane, tra cui l’Università Federico II di Napoli, l’Università di Padova e il Politecnico di Milano.

L’elemento innovativo del progetto risiede nel riciclo chimico, un processo avanzato che, grazie a tecnologie all’avanguardia come la depolimerizzazione, consente di rigenerare poliesteri, poliammidi e poliuretani.

Cycloplastic Economy punta a ridurre significativamente l’accumulo di plastica nell’ambiente, ridefinendo il ciclo di vita di questi materiali all’interno di settori strategici come moda, farmaceutica e cosmetica.

FAQ Rifiuti moda e tessile

Cosa vuol dire moda zero waste?

La moda zero waste si fonda su un approccio sostenibile alla progettazione dei capi che mira a ridurre al minimo o eliminare del tutto gli scarti tessili durante la produzione. Il concetto di moda zero waste si articola in due approcci chiave: lo spreco zero pre-consumo, che previene gli scarti in fase di produzione, e lo spreco zero post-consumo, che riutilizza materiali esistenti, come abiti di seconda mano o tessuti riciclati.


Articolo aggiornato – Prima pubblicazione 30/03/2024

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Sostenibilità e Ambiente

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