La traiettoria verso il 2035: proiezioni ferme a 2,6 °C e target troppo deboli

A dieci anni dall’Accordo di Parigi, la nuova analisi di Climate Action Tracker – in linea con gli scenari energetici tracciati da Ember – mostra che la traiettoria del riscaldamento globale è quasi immobile da quattro anni. Secondo le proiezioni nel 2030 e nel 2035 le emissioni restano ben oltre i livelli compatibili con l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature, mentre i nuovi NDC e i target al 2035 non modificano in modo significativo lo scenario. Le rinnovabili e i veicoli elettrici crescono a ritmi record, ma l’espansione dell’industria fossile e il mancato rafforzamento dei target 2030 continuano a spingere il sistema energetico oltre la soglia di rischio.

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La traiettoria verso il 2035: proiezioni ferme a 2,6 °C e target troppo deboli

Dieci anni dopo l’Accordo di Parigi, il sistema energetico globale è diviso in due: da un lato la crescita esponenziale di fotovoltaico, eolico e mobilità elettrica descritta da Ember e da numerosi osservatori internazionali, dall’altro la persistenza di politiche che non riescono a ridurre in modo strutturale le emissioni.

Il nuovo Global Update di Climate Action Tracker (CAT), presentato in occasione della COP30, fotografa con estrema chiarezza questo stallo.

Per il quarto anno consecutivo, le proiezioni di riscaldamento globale non mostrano progressi.

In particolare:

  • lo scenario basato sui target 2030 e 2035 comunicati dai governi resta fermo a 2,6 °C al 2100;
  • le politiche oggi in vigore portano anch’esse intorno a 2,6 °C, solo 0,1 °C in meno rispetto al 2024, e soprattutto per motivi metodologici;
  • anche lo scenario “ottimistico”, che assume l’implementazione integrale di tutti gli impegni annunciati, si ferma a 1,9 °C, ben oltre la soglia di sicurezza.
Proiezioni riscaldamento globale CAT, Climate Action Tracker
Fonte CAT, Climate Action Tracker

Come si legge nel documento CAT, i nuovi NDC al 2035 “non spostano l’ago della bilancia” rispetto alla possibilità di mantenere l’aumento delle temperature in un range compatibile con gli obiettivi del post-Parigi.

Un decennio dopo Parigi: cosa funziona e cosa no

Il primo messaggio che si legge nel Rapporto è che l’Accordo di Parigi ha avuto un impatto strutturale.

Nel 2015, le valutazioni di Climate Action Tracker mostravano che, con le politiche allora esistenti, il mondo si dirigeva verso circa 3,6 °C di aumento al 2100. Oggi, a dieci anni di distanza, la migliore stima nello scenario delle politiche correnti è scesa a circa 2,6 °C.

Questo significa circa 1 °C di riscaldamento evitato rispetto al trend pre-Parigi.

È il risultato di riforme normative, investimenti in tecnologie pulite e cambiamenti nel sistema energetico che, con ogni probabilità, non sarebbero avvenuti con la stessa intensità senza l’architettura dell’Accordo.

Lo stesso CAT lo riconosce esplicitamente:

“Il nostro scenario di politiche correnti portava a 3,6 °C nel 2015. Oggi le ultime proiezioni indicano circa 2,6 °C. L’Accordo di Parigi ha riscritto le regole dell’azione globale, innescando investimenti, innovazione e riforme che semplicemente non sarebbero accaduti senza di esso.”

Tuttavia, questo miglioramento storico si è appiattito dopo il 2020, proprio mentre gli impatti del riscaldamento – ondate di calore estremo, eventi meteo intensi, stress idrico – diventano sempre più evidenti.

Negli ultimi quattro anni:

  • le proiezioni di riscaldamento sono praticamente ferme;
  • i nuovi impegni nazionali non riducono in modo significativo le emissioni previste al 2030 e al 2035;
  • le emissioni globali di gas serra non sono scese, anzi in alcuni casi sono aumentate, spinte da attività ad alta intensità fossile e da nuove infrastrutture energetiche.

Bill Hare, CEO di Climate Analytics sottolinea: “Il mondo sta esaurendo il tempo a disposizione per evitare un forte superamento della soglia di 1,5 °C. I ritardi hanno già aumentato le emissioni cumulative e le evidenze suggeriscono che il sistema potrebbe essere più sensibile del previsto. Senza tagli rapidi e profondi – oltre il 50% entro il 2030 – il superamento dell’1,5 °C diventa sempre più probabile”.

Parallelamente, il report richiama un altro aspetto chiave, in piena consonanza con le analisi di Ember sui mercati elettrici:

  • le rinnovabili hanno raggiunto costi inferiori alle fonti fossili in molte aree del mondo;
  • la generazione da solare ed eolico cresce a ritmo record;
  • la diffusione dei veicoli elettrici e delle nuove filiere industriali “green” è in forte accelerazione.

Questi trend aprono un margine tecnico per riduzioni delle emissioni più veloci di quanto stimato pochi anni fa.

Come sottolinea ancora Höhne, “Sebbene le emissioni siano salite, l’espansione esponenziale delle rinnovabili consente oggi di ridurre le emissioni molto più rapidamente di quanto pensassimo. I governi possono rafforzare o superare i target al 2030, implementare politiche solide e garantire trasparenza per mantenere viva la promessa di Parigi”.

Target 2030 e 2035: numeri, gap e fiducia in calo

Il secondo pilastro del Global Update riguarda gli impegni formali dei governi: i target 2030 e 2035 inseriti negli NDC e nelle strategie di lungo termine. È qui che l’analisi diventa più severa.

Quasi nessuno dei 40 governi analizzati da Climate Action Tracker infatti ha rafforzato in modo significativo il proprio target 2030, fondamentale per limitare l’aumento delle temperature né ha delineato, nei nuovi target al 2035, il livello di azione necessario a piegare la curva delle emissioni.

Lo scenario CAT “2030 and 2035 targets”, che stima l’impatto complessivo dei target comunicati resta fermo a 2,6 °C, esattamente come un anno fa. Mostra, inoltre,che i nuovi NDC al 2035, così come sono, non modificano la traiettoria del riscaldamento globale.

I numeri sulle emissioni sono particolarmente eloquenti:

  • con l’insieme degli attuali NDC e dei target di lungo termine, le emissioni globali sono stimate a 53–57 GtCO₂e nel 2030 e 48–52 GtCO₂e nel 2035;
  • per mantenersi in un percorso compatibile con 1,5 °C, sarebbero necessari 27 GtCO₂e nel 2030 e 21 GtCO₂e nel 2035.

Ne deriva un divario molto ampio: al 2030, la differenza tra target dichiarati e traiettoria compatibile è di circa 26–29 GtCO₂e mentre al 2035, il gap sale a 26–31 GtCO₂e.

In pratica, anche se tutti gli NDC venissero pienamente attuati, le emissioni nel 2035 sarebbero ancora tra il 125% e il 150% del livello richiesto per un percorso allineato e il mondo resterebbe su una traiettoria di superamento significativo della soglia di sicurezza.

Il CAT sottolinea inoltre un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico:

  • lo scenario “Current Policies Pathway”, basato sulle politiche effettivamente in vigore, è sceso da 2,7 °C a 2,6 °C, ma soprattutto grazie a un aggiornamento metodologico (estensione e migliore rappresentazione delle traiettorie emissive della Cina fino al 2100);
  • lo scenario “Pledges & targets”, che combina gli NDC 2030-2035 con gli obiettivi net-zero comunicati, peggiora leggermente da 2,1 °C a 2,2 °C, principalmente per effetto del ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, che di fatto invalida i target statunitensi;
  • lo scenario più “ottimistico”, che assume l’implementazione completa di tutti gli impegni annunciati, resta a 1,9 °C, comunque oltre i livelli auspicati.

In questo contesto, il “target gap” diventa anche un problema di fiducia nel processo multilaterale.

Ana Missirliu
(NewClimate Institute) lo riassume così:

“Le conseguenze del ritardo vanno oltre il tempo perduto: invece di creare slancio, alimentano il dubbio ed erodono la fiducia nel processo. Con molti governi che non hanno ancora presentato i loro NDC al 2035, si entra in COP30 con un quadro incompleto degli impegni nazionali, il che rende difficile valutare i progressi e chiamare i governi alle proprie responsabilità.”

A questo si aggiunge la persistente espansione dell’industria fossile, indicata dal CAT come uno dei principali driver dell’emergenza emissiva.

Sofia Gonzales-Zuñiga, autrice principale del report, sottolinea a questo proposito “Ogni nuovo accordo sul gas dell’UE, ogni nuova centrale a carbone costruita in Cina, ogni progetto di espansione del gas in Australia, ogni barile esportato dalla Norvegia, ogni tonnellata di GNL che il Giappone spinge verso i Paesi vicini, costa miliardi alle persone altrove nel mondo, che subiscono eventi meteo sempre più estremi. Non sono scelte astratte di policy: sono realtà fisiche con conseguenze umane. L’atmosfera non negozia e non aspetta”.

I governi devono implementare strategie per invertire la rotta, rafforzando e, dove possibile superando gli impegni al 2030; trasformando gli obiettivi al 2035 in piani operativi credibili, con misure di phase-out delle fonti fossili; sfruttando l’accelerazione delle rinnovabili e dei veicoli elettrici per anticipare la curva di riduzione delle emissioni.

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