Rischio climatico in Italia: fino al 6% di PIL in meno e infrastrutture energetiche sotto pressione entro il 2050

Il rischio climatico può provocare all’Italia una diminuzione del PIL entro il 2050 fino al 6%. Lo stima il report Deloitte elaborato con Politecnico di Milano, Ca’ Foscari, European University Institute e Ipsos-Doxa, che quantifica gli impatti su infrastrutture, energia, turismo e finanza pubblica. Il quadro che emerge assegna un valore economico all’adattamento, mentre le PMI restano poco preparate.

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Rischio climatico in Italia: fino al 6% di PIL in meno e infrastrutture energetiche sotto pressione entro il 2050
Immagine generata con IA

Il rischio climatico può ridurre il PIL italiano fino al 6% entro il 2050. È la stima del report “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento“, elaborato da Deloitte con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari, la Florence School of Regulation dell’European University Institute e Ipsos-Doxa, presentato alla Venice Climate Week e ripreso in un’analisi firmata da Elio Santoro e Giuseppe Mazzotta a partire dalle ondate di calore record dell’estate. Lo studio misura per la prima volta gli impatti fisici, economici e finanziari del cambiamento climatico sul sistema produttivo italiano, con effetti diretti su infrastrutture, comparto energetico, turismo e conti pubblici. Il messaggio è che il costo dell’inazione supera quello dell’adattamento.

Dagli scenari climatici agli impatti su PIL e finanza pubblica

Gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati secondo la World Meteorological Organization, con il 2024 e il 2025 vicini a +1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. L’Europa si riscalda a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale e l’Italia, per posizione mediterranea, figura tra i Paesi con l’accelerazione più alta. Le proiezioni multi-modello convergono su un aumento superiore a 2 °C già entro dieci anni, mentre la Pianura Padana, cuore manifatturiero e agroalimentare, registra oggi incrementi di 2-2,5 °C. Le ondate di calore, secondo il report, cresceranno di quattro-cinque volte al 2030 rispetto al livello storico, con incrementi assoluti tra 30 e 58 giorni all’anno al 2050.

A livello economico le nuove stime prevedono una riduzione progressiva del PIL compresa tra l’1,6% e il 6% al 2050 rispetto a uno scenario privo di danni climatici, a seconda dell’intensità considerata. Per un’economia a bassa crescita significa perdere fino a circa il 15% della crescita media annua tra il 2025 e il 2050. Il rallentamento si riflette sulla finanza pubblica, dove il rischio climatico agisce come amplificatore di vulnerabilità preesistenti. Con un debito già superiore a 3.000 miliardi di euro, la probabilità che il rapporto debito/PIL sfori la soglia del 200% sale dal 21-24% in assenza di danni al 39-44% negli scenari con danni elevati, mentre lo spread climatico, cioè la componente del premio sovrano attribuibile al rischio climatico, si attesta in media sui 42-46 punti base negli scenari a danni elevati.

Infrastrutture ed energia sotto pressione

Le infrastrutture rappresentano uno dei principali nodi di rischio per l’economia reale. I danni diretti annui potrebbero passare da circa 0,4 miliardi di euro della baseline storica a circa 2 miliardi entro il 2030 e a circa 5 miliardi al 2050 nello scenario RCP4.5. Considerando gli effetti indiretti (interruzione dei servizi, impatti sulle catene di fornitura), il costo totale stimato sale tra 11,5 e 18 miliardi di euro l’anno al 2050. L’incremento più rilevante in valore assoluto riguarda i trasporti, seguiti da sistemi idrici, gestione dei rifiuti ed energia.

Il comparto energetico si trova in una posizione doppiamente esposta, perché deve far fronte a una domanda di elettricità in crescita per effetto delle temperature proprio mentre le infrastrutture risentono del caldo. Un segnale concreto arriva dall’idroelettrico: a giugno 2026, secondo Terna, sono stati prodotti 3.827 GWh, il 23,7% in meno rispetto a giugno 2025. In Francia il gruppo EDF ha fermato temporaneamente alcuni reattori nucleari come misura precauzionale, per non riscaldare oltre soglia le acque dei fiumi usate per il raffreddamento. Il rischio, per il mercato elettrico, è dover ricorrere maggiormente a generazione da gas e carbone, fonti esposte alle tensioni geopolitiche. Tra i settori colpiti figura anche il turismo, con perdite dirette stimate in circa 17 miliardi di euro nello scenario a +2 °C e in circa 52 miliardi a +4 °C.

Gli impatti economici stimati del rischio climatico in Italia
Ambito Impatto stimato Orizzonte
PIL nazionale Riduzione tra -1,6% e -6% (vs scenario senza danni) 2050
Danni diretti alle infrastrutture Da ~0,4 mld €/anno a ~2 mld (2030) e ~5 mld (2050) 2030-2050
Costo totale infrastrutture (diretti + indiretti) 11,5-18 mld €/anno 2050
Produzione idroelettrica -23,7% a giugno 2026 vs giugno 2025 (Terna) Attuale
Turismo (perdite dirette) ~17 mld € (+2 °C) / ~52 mld € (+4 °C) 2050
Debito pubblico/PIL oltre il 200% Probabilità dal 21-24% al 39-44% con danni elevati 2050
Ondate di calore +30/58 giorni/anno; severità mediana ~20x 2050

Imprese poco pronte: il nodo dell’adattamento

L’indagine Ipsos-Doxa su un campione di 350 PMI italiane, con forte concentrazione nei settori costruzioni (32%) e logistica (31%), restituisce un approccio ancora reattivo e orientato al breve periodo. Solo il 34% attribuisce al rischio climatico un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio, appena il 14% ha adottato misure per la continuità operativa e il 10% ha introdotto azioni di adattamento su infrastrutture e asset fisici. Sul fronte tecnologico il divario è ampio, con non più del 18% delle imprese che utilizza strumenti digitali o piattaforme, inclusa l’intelligenza artificiale, per la gestione del rischio climatico fisico. Gli investimenti restano contenuti, orientati per l’83% su un orizzonte massimo di cinque anni e per il 77% su importi inferiori a 100.000 euro entro tre anni, con netta prevalenza delle coperture assicurative.

Proprio sul versante assicurativo emerge una delle criticità più rilevanti per il settore delle costruzioni. La Legge 30 dicembre 2023, n. 213 ha introdotto l’obbligo per le imprese di coprire i rischi catastrofali, ma a oltre due anni dall’entrata in vigore la copertura resta limitata. Secondo il presidente ANIA Giovanni Liverani, le imprese assicurate sono passate dal 7% al 15%, lasciando ancora scoperto l’85% del tessuto produttivo, con la vulnerabilità concentrata su microimprese e PMI. Storicamente il 95% delle perdite da disastri naturali in Italia risultava non assicurato, con un costo pubblico stimato in circa 4 miliardi di euro l’anno.

Sul lato dell’offerta di soluzioni strutturate, il report cita casi avanzati come la Metodologia di Resilienza di Terna, approvata da ARERA e integrata nel Codice di Rete, e il Sistema Integrato di Monitoraggio e Previsione (SIM) sviluppato dal MASE con Leonardo e DXC per la sicurezza ambientale nazionale. Sul piano degli investimenti pubblici, la Commissione europea stima per l’Italia un fabbisogno annuo di adattamento pari a 10,08 miliardi di euro, lo 0,4% del PIL. Il ritorno economico è documentato: un euro investito in prevenzione può generare tra 4 e 7 euro di danni evitati, e fino a un rapporto di circa 1:11 secondo le analisi Deloitte–Unipol sui rischi Nat Cat.

L’intelligenza artificiale come leva per la resilienza

Il report assegna all’AI un ruolo di abilitatore lungo l’intero ciclo di gestione del rischio. Applicata alla gestione dei danni diretti alle infrastrutture, potrebbe generare risparmi globali compresi tra 70 e 110 miliardi di dollari l’anno entro il 2050, pari a circa il 15% delle perdite dirette associate ai disastri naturali.

Le applicazioni si articolano in tre fasi:

  • Pianificazione e adattamento ex ante, con modelli previsionali e digital twin per progettare infrastrutture più resilienti e prioritizzare gli interventi a parità di budget. Il caso di Lisbona, con un digital twin per il drenaggio urbano, ha generato risparmi stimati oltre i 100 milioni di dollari.
  • Rilevamento e risposta in tempo reale, tramite Early Warning Systems che combinano dati meteorologici, satellitari e sensori IoT. In Italia il CMCC sta sviluppando sistemi AI per l’allerta precoce delle alluvioni su scala stagionale.
  • Recupero post-disastro, con automazione del damage assessment da immagini satellitari, droni e modelli di deep learning per accelerare il ritorno alla normalità operativa.

Per il sistema produttivo italiano l’adattamento non si esaurisce nella protezione dalle perdite. Gli investimenti in resilienza si intrecciano con efficienza energetica, digitalizzazione e ammodernamento infrastrutturale, aprendo l’accesso a strumenti di finanza sostenibile e a condizioni di credito più favorevoli. La sfida, come indicano gli autori, è trasformare azioni frammentarie in una strategia coerente, integrando il rischio climatico nei processi decisionali di imprese e istituzioni.

FAQ rischio climatico

Quanto può ridurre il PIL italiano il rischio climatico entro il 2050?

Secondo il report Deloitte, l’Italia potrebbe perdere tra l’1,6% e il 6% del PIL al 2050 rispetto a uno scenario senza danni climatici, a seconda dell’intensità dello scenario. In termini di crescita, fino a circa il 15% della crescita media annua 2025-2050 rischia di essere eroso.

Quali sono i costi del cambiamento climatico per le infrastrutture in Italia?

I danni diretti annui alle infrastrutture potrebbero salire da circa 0,4 miliardi di euro a circa 5 miliardi al 2050. Includendo gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo totale stimato oscilla tra 11,5 e 18 miliardi di euro l’anno.

Le PMI italiane sono pronte ad affrontare il rischio climatico?

No, il livello di preparazione resta basso. Solo il 34% delle PMI assegna al rischio climatico un ruolo significativo o centrale, il 10% ha adottato azioni di adattamento su infrastrutture e asset fisici e non più del 18% utilizza strumenti digitali o AI per la gestione del rischio climatico fisico.

Cosa prevede l’obbligo assicurativo contro le catastrofi naturali?

La Legge 30 dicembre 2023, n. 213 impone alle imprese di assicurarsi contro i rischi catastrofali. A oltre due anni dall’introduzione, secondo ANIA la copertura è passata dal 7% al 15%, con l’85% del tessuto produttivo ancora scoperto e la maggiore vulnerabilità su microimprese e PMI.

Come può l’intelligenza artificiale aiutare nella gestione del rischio climatico?

L’AI interviene in prevenzione, rilevamento e recupero post-evento, dai digital twin agli Early Warning Systems fino al damage assessment automatizzato. Applicata ai danni alle infrastrutture, potrebbe generare risparmi tra 70 e 110 miliardi di dollari l’anno a livello globale entro il 2050.

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