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La crisi dell’idrogeno verde: un pilastro ancora mancante della transizione energetica

Produzione ancora di nicchia, progetti rinviati o annullati, divario tra obiettivi e realtà: la crisi dell’idrogeno verde vista attraverso diverse analisi e dati. Il contesto internazionale, europeo e italiano e i relativi punti critici

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La crisi dell’idrogeno verde: un pilastro ancora mancante della transizione energetica

È crisi dell’idrogeno verde. Su una produzione totale di idrogeno che ha raggiunto i 97 Mt nel 2023, meno dell’1% è “a basse emissioni”, ha certificato IEA solo un anno fa, comprendendo con tale definizione anche l’idrogeno viola e blu.

La stragrande maggioranza dei progetti “rimane sulla carta: i nuovi progetti si trovano ad affrontare una domanda limitata e nessuna garanzia di ritorno sull’investimento”, segnala la Ong Global Energy Association, aggiungendo che a febbraio 2025, la capacità globale di elettrolizzatori alimentati da energia eolica e solare ha raggiunto i 5,3 GW, di cui l’80% in Cina. Nel totale viene sommata la capacità degli elettrolizzatori esistenti alimentati da pannelli fotovoltaici (3,2 GW) e quella degli elettrolizzatori operativi alimentati da impianti eolici (2,1 GW).

L’idrogeno verde, che dovrebbe essere uno dei pilastri della transizione energetica, è ancora atteso a un passo in avanti che ancora, per molti aspetti, è mancato.

Idrogeno verde, pochi i progetti attuati

Dietro la crisi dell’idrogeno verde si cela un divario tra ambizioni e attuazione. Lo hanno spiegato bene due ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research in un articolo pubblicato su Nature a inizio anno. Monitorando 190 progetti nell’arco di tre anni, hanno rilevato che, al 2023, solo il 7% degli annunci di capacità globale erano stati completati nei tempi previsti.

Idrogeno verde, pochi i progetti attuati

Hanno stimato che, senza la fissazione del prezzo del carbonio, la realizzazione di tutti questi progetti richiederebbe sussidi globali per 1300 miliardi di dollari, “di gran lunga superiori a quelli annunciati”. Per questo, aggiungono, “considerati i divari di implementazione passati e futuri, i responsabili politici devono prepararsi a una prolungata scarsità di idrogeno verde”.

Un esempio delle difficoltà affrontate è l’Australia. Solo nel 2024 il ministro per il Clima e l’energia, Chris Bowen, dichiarava l’Australia quale capitale mondiale dell’idrogeno verde, rivelando un portafoglio di investimenti da 200 miliardi di dollari. Lo scorso marzo, il Guardian ha rilevato che il piano per lo sviluppo dell’idrogeno verde australiano ha subito diverse difficoltà causate dal mancato sostegno finanziario a progetti importanti.

La crisi dell’idrogeno verde in Europa

Questa crisi dell’idrogeno verde la vive anche l’Europa, che ha sempre considerato cruciale questo vettore energetico uno degli assi strategici della transizione energetica europea, al centro del Green Deal europeo, della strategia “Fit for 55” e dei nuovi strumenti finanziari, come la European Hydrogen Bank. Già nel 2020 l’UE ha proposto una strategia per l’idrogeno per un’Europa climaticamente neutra. In esso si legge che l’industria dell’UE ha elaborato un piano ambizioso, finalizzato a dotarsi di una potenza elettrolitica pari a 2 x 40 GW entro il 2030.

La crisi dell’idrogeno verde in Europa

Che ne è stato di quell’obiettivo? Reuters ha messo in luce, di recente, i diversi progetti ritirati. Ha citato, a proposito, Jun Sasamura, responsabile dell’idrogeno presso la società di ricerca Westwood Global Energy, secondo cui solo circa un quinto dei progetti di idrogeno pianificati nell’Unione Europea entrerà in funzione entro il 2030. Ciò equivale a circa 12 GW di capacità produttiva, a fronte di un obiettivo UE di 40 GW.

La stessa Westwood Global Energy redige mensilmente un report dedicato all’idrogeno nel suo complesso, riportando i progetti avviati e quelli annullati o sospesi. Sul momento che vive l’idrogeno in Europa, rileva le “consuete sfide” che sono alla base dello sviluppo di progetti, tra cui la situazione economica sfavorevole, l’incertezza politica e l’inadeguato sostegno governativo.

“le rigide norme dell’UE per la produzione di idrogeno rinnovabile continuano a suscitare critiche, in quanto bloccano i progetti e fanno aumentare i costi. A giugno, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che esorta la Commissione europea a rivedere il suo atto delegato sulle RFNBO”.

L’acronimo RFNBO sottende i carburanti rinnovabili di origine non biologica, di cui l’idrogeno rinnovabile è parte integrante. A questo proposito, la società di ricerca segnala che gli Stati membri dell’UE stanno adottando strategie divergenti per l’attuazione degli obiettivi di trasporto RED III, che impongono almeno l’1% di utilizzo di RFNBO entro il 2030. Tuttavia, fino allo scorso luglio, “nessun Paese ha formalmente recepito questi obblighi nella legislazione nazionale”.

Divario tra ambizioni e realtà: il giudizio della Corte dei Conti UE

Il divario tra ambizioni e realtà, sintomo della crisi dell’idrogeno verde, lo ha rilevato anche una relazione della Corte dei Conti UE, sottolineando i problemi che affliggono il mercato dell’idrogeno rinnovabile. Secondo i revisori, costruire un’industria dell’idrogeno nell’UE richiede ingenti investimenti pubblici e privati, ma la Commissione non dispone di una panoramica completa delle esigenze o dei finanziamenti pubblici disponibili.

Divario tra ambizioni e realtà: il giudizio della Corte dei Conti UE

Allo stesso tempo, i finanziamenti dell’UE – stimati dalla Corte dei conti in 18,8 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 – sono distribuiti tra diversi programmi, rendendo così difficile per le aziende determinare il tipo di finanziamento più adatto a un determinato progetto.

“La maggior parte dei finanziamenti UE viene utilizzata dagli Stati membri con un’elevata quota di industria difficile da decarbonizzare e che sono anche più avanzati in termini di progetti pianificati, ovvero Germania, Spagna, Francia e Paesi Bassi. Tuttavia, non vi è ancora alcuna garanzia che il potenziale di produzione di idrogeno dell’UE possa essere pienamente sfruttato, né che i finanziamenti pubblici consentiranno all’UE di trasportare idrogeno verde in tutta l’Unione dai paesi con un buon potenziale di produzione a quelli con un’elevata domanda industriale”.

Secondo la Corte, l’Unione Europea è riuscita solo in parte a gettare le basi per l’emergente mercato dell’idrogeno rinnovabile. Nonostante le varie azioni positive intraprese dalla Commissione europea, permangono problemi lungo tutta la catena del valore dell’idrogeno. La stessa Corte dei Conti giudica improbabile il raggiungimento degli obiettivi che l’UE ha fissato per il 2030 in materia di produzione e importazione di idrogeno generato grazie all’elettricità prodotta da fonti rinnovabili.

Cosa succede in Italia

Anche in Italia si avverte la crisi dell’idrogeno verde. Nonostante gli oltre 2,5 miliardi di euro stanziati dal PNRR per l’idrogeno, una quota significativa delle risorse non è stata assegnata a causa della scarsa partecipazione delle imprese, in particolare delle grandi realtà industriali, ai bandi.

È quanto emerso dal tavolo di Lavoro promosso da TEHA Group in collaborazione con WAVE (We Add Value), durante cui è emerso che le hydrogen valley, finanziate dallo stesso Piano nazionale, sono in forte discussione: tra le 57 iniziative ammesse a finanziamento per 532 milioni di euro, solo 9 hanno finalizzato il processo autorizzativo e di procurement, per un totale di 132 milioni di euro di finanziamento (circa il 25%).

La stessa Strategia nazionale lascia diverse questioni aperte. ReCommon ha pubblicato un’analisi in cui pone diverse critiche, dalle infrastrutture necessarie ai costi. Tra l’altro, riporta la stessa associazione,

“Per raggiungere gli obiettivi di produzione di idrogeno verde, servirebbe più energia rinnovabile di quanta ne abbiamo oggi. Anche usando il 100% di eolico e fotovoltaico, non arriveremmo nemmeno allo scenario minimo previsto”.

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