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A cura di: Fabiana Valentini Indice degli argomenti Toggle Acqua e clima: perché sono strettamente connessi?Le regioni del nord Italia sono le più colpite dalle precipitazioni intenseL’acqua complessivamente disponibile in Italia si è ridotta del 20% in un secoloL’italia è il Paese che preleva più acqua in EuropaFocus sul Mar Mediterraneo L’Italia sta attraversando una fase climatica estremamente delicata, i cui segnali spesso sfuggono alla percezione quotidiana. La Penisola si sta riscaldando troppo velocemente, ad una velocità che supera la media globale registrata. L’incremento termico determina conseguenze dannose sul ciclo dell’acqua, modificando profondamente il bilancio idrico nazionale. L’innalzamento delle temperature estremizza i fenomeni atmosferici: da un lato prolunga e intensifica i periodi di siccità, dall’altro favorisce precipitazioni concentrate e violente, causa di alluvioni e dissesti idrogeologici. A riportare questa situazione critica è il report “Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia” realizzato da Italy for Climate (centro studi sul clima ed energia della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile). Lo studio analizza il nesso tra la crisi climatica e la risorsa idrica mettendo in evidenza come l’acqua sia oggi uno degli elementi più esposti agli effetti del cambiamento climatico. Come sottolinea Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile: “La crisi climatica in corso genera, con variabilità territoriali e stagionali, rilevanti pericoli sia di siccità sia di inondazioni. Per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità verso questi pericoli serve, da una parte, un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico in tutti i settori, al rinnovo delle reti per porre fine alle ingenti dispersioni, al riuso irriguo delle acque affinate con recupero di fosforo e azoto dai fanghi di depurazione, alla raccolta e al riuso delle acque piovane. Dall’altra, servono misure strutturali di adattamento: fermare la cementificazione e l’impermeabilizzazione del territorio, aumentare le aree di espansione e di rispristino delle fasce fluviali e delle aree umide, di accumulo delle piogge nelle zone urbane e periurbane. Tutto questo richiede consapevolezza, utilizzo degli strumenti di analisi dei rischi e di pianificazione dell’adattamento climatico ormai disponibili e risorse certe, stabili e durature, anche dopo la fine della disponibilità dei fondi del PNRR”. Acqua e clima: perché sono strettamente connessi? Negli ultimi settant’anni la temperatura atmosferica italiana è salita di circa 2°C rispetto ai livelli degli anni ’50. Il 2024 ha segnato un nuovo record: 13,9°C di media annua, contro gli 11,5°C circa registrati a metà Novecento. Il riscaldamento globale non si manifesta ovunque con la stessa intensità: il Mediterraneo è un vero e proprio hotspot climatico. È proprio per questo motivo che l’Italia, date le sue specificità geografiche, sta assistendo ad un maggiore aumento delle temperature maggiore rispetto alla media globale. Ma come si evolve questo fenomeno? Gli studi mostrano una natura contraddittoria: crescono sia gli episodi di piogge intense, spesso all’origine di alluvioni, sia i periodi di scarsità idrica, con territori sempre più vulnerabili alla siccità. L’Italia è il secondo Paese europeo per costi degli eventi estremi: dopo la Germania, il Bel Paese paga un conto decisamente salato. Nel periodo che va dal 1980 al 2024 gli eventi meteoclimatici estremi hanno causato danni stimati per 145 miliardi di euro e quasi 57mila vittime. Gli esperti sottolineano la complessità dell’attribuzione precisa di impatti e danni per ogni singolo evento atmosferico e con molta probabilità non si hanno ancora a disposizione dei dati verosimili. La diffusione delle polizze assicurative contro gli eventi estremi potrebbe però contribuire a restituire un quadro più completo nel prossimo futuro. Le regioni del nord Italia sono le più colpite dalle precipitazioni intense La crisi climatica determina fenomeni atmosferici sempre più violenti: a fare le spese della “troppa acqua” è il Nord Italia, mentre il sud e le isole fanno i conti con una crescente carenza d’acqua. I numeri del 2025 lo confermano: a fronte di una media nazionale di 962 mm di pioggia, il Friuli-Venezia Giulia ha superato gli 1.800 mm, mentre Puglia, Sardegna non hanno raggiunto i 700 mm. Se mettiamo a confronto i dati attuali con lo scenario del 2019 notiamo l’aumento disastroso del fenomeno: le piogge intense sono aumentate del 134%, passando da 381 a 893 eventi nel 2025, mentre le grandinate sono cresciute addirittura del 177%, da 281 a 777. La distribuzione geografica, come visto, si concentra al nord: il Veneto è al primo posto in classifica con quasi 1.600 eventi estremi nell’ultimo sessennio, seguito da Lombardia (oltre 1.200), Piemonte (circa 950), Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna (entrambe vicine agli 800). In queste regioni a prevalere sono soprattutto le grandinate, mentre nel resto del Paese il rapporto tra grandinate e piogge intense è più equilibrato. Il problema della “troppa acqua” tocca una regione inaspettata. La Sicilia registra infatti oltre 500 episodi di precipitazioni eccezionali. Il continuo consumo e l’impermeabilizzazione crescente delle aree urbane e non riduce la capacità dei territori di assorbire le piogge intense. Nel 2024 la superficie cementificata in Italia ha raggiunto i 2,16 milioni di ettari, arrivando a coprire il 7,2% del territorio nazionale. Si tratta di un’area vasta quasi quanto l’intera Emilia-Romagna, all’interno della quale circa 400mila ettari si concentrano in zone a pericolosità idraulica medio-alta. I dati raccolti dal report evidenziano una correlazione diretta tra l’urbanizzazione e la fragilità del territorio. Le regioni storicamente più vulnerabili al rischio alluvioni, ovvero Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, sono infatti le stesse che guidano la classifica del consumo di suolo, con picchi del 12% nei territori lombardi e veneti e del 9% in quello emiliano-romagnolo. L’acqua complessivamente disponibile in Italia si è ridotta del 20% in un secolo I dati ISPRA raccontano una tendenza inequivocabile: l’Italia sta vivendo una progressiva riduzione della disponibilità media annua di risorsa idrica. Si è passati dai 166 miliardi di m³ l’anno del periodo 1921-1950 ai 135 miliardi del periodo 1991-2020, una contrazione di circa il 20% nell’arco di un secolo. Il futuro non è roseo: Secondo ISPRA, il trend negativo è destinato ad aggravarsi a causa del cambiamento climatico. Sono necessarie azioni politiche incisive per decarbonizzare il Paese: se le temperature continuano ad aumentare di 3-4° a fine secolo potremmo arrivare a perdere un ulteriore 40% della disponibilità di acqua. Scorrendo il report, nella sezione dedicata alla “troppa poca acqua”, l’attenzione si sofferma al pericolo siccità. Il 2024 si è rivelato un anno critico sul fronte del deficit idrico, con una fase acuta registrata soprattutto nel mese di giugno. L’emergenza ha colpito con particolare durezza il Sud e le Isole maggiori, estendendosi progressivamente anche a diverse aree del Centro Italia. Complessivamente, il 16% del territorio nazionale ha dovuto fare i conti con una siccità estrema, mentre un ulteriore 24% della penisola ha versato in condizioni valutate tra il moderato e il severo. A pagare il prezzo della scarsità di acqua non sono solo le aree del Sud: anche le nostre montagne sono in sofferenza e la progressiva scomparsa di neve ne è la prova tangibile. Neve e ghiacciai rappresentano da sempre una vera e propria cassaforte idrica per il Paese, in grado di stoccare l’acqua durante la stagione fredda per poi rilasciarla gradualmente nei mesi caldi. Il riscaldamento globale sta scardinando questo meccanismo vitale. Il crollo delle precipitazioni nevose è drastico: si è passati da una media storica di 17 miliardi di metri cubi all’anno registrata nel decennio 1951-1960, a poco più di 8 miliardi di metri cubi annui rilevati nell’ultimo quinquennio. L’italia è il Paese che preleva più acqua in Europa Siamo il Paese con i maggiori prelievi idrici in assoluto. Nel 2023 le estrazioni da acque superficiali e sotterranee hanno superato i 36 miliardi di metri cubi, un volume impressionante che equivale a circa 14 milioni di piscine olimpioniche. Con questi numeri la Penisola guida la classifica continentale dei consumi davanti alla Spagna, ferma a meno di 33 miliardi di metri cubi, e stacca nettamente la Francia con 26 miliardi e la Germania con meno di 25 miliardi. Il comparto agricolo è il principale settore che richiede un consumo d’acqua oltre misura. Come riporta lo studio, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo sono al vertice della classifica per consumo d’acqua dedicato all’agricoltura. Questi quattro Paese totalizzano insieme quasi l’80% di tutti i prelievi idrici agricoli dell’UE27. Il settore civile rappresenta la seconda voce di spesa per i prelievi idrici in Italia, incidendo per il 23% sul totale nazionale. I dati storici non mostrano segnali di inversione di tendenza: da circa vent’anni i prelievi oscillano stabilmente tra gli 8 e i 9 miliardi di metri cubi all’anno, un volume superiore di circa il 50% rispetto a quelli registrati in Francia, Spagna e Germania. Focus sul Mar Mediterraneo Il Mediterraneo ha superato per la prima volta i 20°C di temperatura media superficiale. Gli oceani stanno infatti assorbendo il 90% del calore globale, un surriscaldamento rapido che altera gli ecosistemi e causa un aumento esponenziale di specie aliene. Dagli anni ’90 a oggi il livello del Mediterraneo è cresciuto di circa 12 centimetri. L’impatto sul litorale italiano è concreto: quasi un comune costiero su dieci vede arretrare la propria linea di costa. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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