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Centrali a carbone in Italia: cosa succede dopo il phase out

La decisione di posticipare la chiusura delle centrali a carbone in Italia al 2038, motivata a livello politico dalla crisi energetica in corso, ha incontrato le critiche delle associazioni ambientaliste, che richiedono di puntare sulla transizione alle fonti rinnovabili, vera alternativa per guardare avanti

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Centrali a carbone in Italia: cosa succede dopo il phase out

Quando verranno chiuse definitivamente le centrali a carbone in Italia? A oggi la data è 31 dicembre 2038, come riporta il Decreto Bollette, convertito in legge. La decisione ha spostato ben più avanti del previsto il phase-out dal carbone in Italia. Per la precisione, è stata rimandato di 13 anni rispetto alla data prevista dal piano energetico nazionale PNIEC in cui, si legge che “l’Italia si è assunta l’impegno, già prima del 2019, di programmare la graduale cessazione della produzione elettrica tramite carbone entro il 2025”.

Phase out del carbone: motivi…

La decisione di mantenere in vita le centrali a carbone in Italia è stata motivata, dall’Esecutivo, in termini di sicurezza energetica per far fronte alla crisi innescata dalla difficile situazione in Medio Oriente e al conseguente rincaro energetico. Secondo il ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Tommaso Foti, “tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, devono essere utilizzate al meglio”.

Phase out del carbone: motivi e critiche

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, già nell’incontro con i giornalisti a KEY 26, aveva ribadito di ritenere strategiche le centrali a carbone di Brindisi e di Civitavecchia: «vanno conservate, qualcuno deve tenerle almeno come guardiania e manutenzione ordinaria. Sono comunque da tenere pronte all’utilizzo. Poi, sono il primo a sperare che non sia mai necessario utilizzarle».

… e critiche

Sul mantenimento in vita delle centrali a carbone in Italia sono di tutt’altro parere le associazioni ambientaliste. Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF, in una nota congiunta, affermano che la proroga al 2038, oltre a contraddire apertamente gli impegni climatici assunti dal Paese, solleva rilevanti criticità sul piano giuridico.

“Alla luce della riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che rafforzano la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, il prolungamento dell’utilizzo della fonte fossile a maggior tasso di emissioni climalteranti rischia di configurarsi come una misura in contrasto con i principi costituzionali”.

La sicurezza energetica e la stabilità dei prezzi si costruiscono, infatti, solamente accelerando la transizione energetica in Italia, sostenuta da sistemi di accumulo, dalla promozione dell’efficienza energetica e di reti moderne, “non prolungando l’utilizzo delle fonti più dannose”.

Il think tank italiano Ecco ha presentato un’analisi sulle motivazioni a mantenere in vita il carbone, la cui generazione in Italia “è diventata strutturalmente diseconomica a fronte del completamento del processo di phase-out, dell’incidenza delle quote ETS nella formazione dei prezzi e dell’esclusione di tali centrali dal capacity market”.

La decisione alla base del phase out del carbone fissato al 2038, appare “molto scoordinata rispetto alle esigenze della crisi di oggi e la necessità di impostare una strategia energetica di lungo periodo”. Per Ecco, le centrali non sono in grado di fornire elettricità a un prezzo inferiore al già elevato prezzo del gas. “Un loro mantenimento al 2038 introduce un costo ulteriore al sistema elettrico”.

Lo stato delle centrali a carbone in Italia

Quali centrali a carbone sono ancora attive oggi in Italia? Attualmente si contano quattro centrali a carbone: Brindisi, Civitavecchia, Portovesme e Fiume Santo, queste ultime due in Sardegna, per circa 4,7 GW di potenza complessiva.

Lo stato delle centrali a carbone in Italia

Il peso specifico del carbone in Italia è minimo e nel tempo si è ulteriormente ridotto. Come segnalato da Terna a gennaio, la flessione della produzione termoelettrica da carbone lo scorso anno si è ridotta di un ulteriore 13,5%.

Lo stesso TSO, nel Rapporto Adeguatezza Italia 2025, a proposito delle centrali a carbone ancora in esercizio, “le azioni già messe in atto e pianificate sono adeguate ad abilitare il phase-out” a livello peninsulare. “Per la Sardegna invece, lo sviluppo di accumuli oltre che il completamento del Tyrrhenian Link sono condizioni indispensabili per abilitare il coal phase-out nell’Isola oggi previsto nel 2029 in funzione delle condizioni tecniche”.

Phase out già possibile oggi

Prevedere un futuro energetico dell’Italia post carbone è già possibile. In un’informativa del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica al Consiglio dei Ministri del 29 dicembre scorso si legge, a proposito di Brindisi e Civitavecchia che “da tempo le due centrali, dopo aver contribuito nel 2022 alla copertura del fabbisogno al tempo della crisi gas, non appaiono economicamente operabili senza incorrere in perdite”.

Aggiunge che nel 2024 “la centrale di Brindisi è stata sempre ferma mentre quella di Civitavecchia ha prodotto solo a dicembre 0,3 TWh. Nel 2025 le due centrali sono rimaste sempre ferme”.

Secondo l’informativa “ENEL ha motivato il fermo impianti sulla base dell’elevato differenziale di costo tra il carbone e la tecnologia a ciclo combinato a gas”.

Il ruolo delle rinnovabili e i benefici

Le alternative al carbone per la produzione di energia già ci sono e si chiamano rinnovabili. Nel Piano nazionale integrato Energia e Clima l’abbandono del carbone è già stato ipotizzato e compensato dall’aumento della produzione tramite fotovoltaico, eolico e altre FER, oltre che dall’incremento dei sistemi di accumulo e da altre misure infrastrutturali, in primis le reti.

Il ruolo delle rinnovabili per il phase out dal carbone

Già oggi le rinnovabili svolgono un importante contributo. A febbraio hanno coperto il 37,9% della domanda elettrica nazionale, rispetto al 30,3% di un anno fa, con una crescita complessiva del 27,8%. La produzione eolica risulta la prima fonte del mese, con un incremento del 117% (Fonte: Terna). Occorre, però, incrementare lo sviluppo delle FER, a oggi in ritardo sulle previsioni dello stesso PNIEC.

Abbandonare il carbone e passare alle rinnovabili è una scelta capace di generare benefici economici notevoli non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Lo ha rilevato il Fondo Monetario Internazionale, in un working paper dedicato. Confrontando il valore attuale dei benefici derivanti dalle emissioni evitate con il valore dei costi per la cessazione dell’uso del carbone e la sua sostituzione con le energie rinnovabili, la stima di base prudenziale indica che il mondo può realizzare un guadagno netto di 85mila miliardi di dollari.

FAQ phase out carbone

Le energie rinnovabili sono sufficienti a compensare il phase out?

Sì, lo specifica il PNIEC, indicando le strategie dell’Italia per abbandonare il carbone, scelta già ipotizzata “in maniera progressiva attraverso un primo significativo step al 2021”, compensato, oltre che da un significativo incremento della produzione tramite energia rinnovabile, “anche da un piano di interventi infrastrutturali in generazione flessibile, sviluppo delle reti e incremento dei sistemi di accumulo”. La realizzazione in parallelo del processo di dismissione dei gruppi a carbone e dello sviluppo delle infrastrutture “è stata ritenuta indispensabile per arrivare al risultato senza generare criticità a carico dell’adeguatezza del sistema elettrico”.

Ci saranno perdite di posti di lavoro nel settore?

Le due centrali di Brindisi e Civitavecchia occupano complessivamente 350 addetti diretti e un altro migliaio sono impiegati nelle aziende dell’indotto. Con la legge n. 91 del 202 e con la legge di bilancio 2025 risulta già il processo di transizione energetica post carbone delle due centrali, con l’obiettivo di individuare soluzioni per il rilancio delle attività imprenditoriali, salvaguardare i livelli occupazionali, sostenere programmi di investimento e sviluppo imprenditoriale delle due aree industriali.

Il phase out del carbone aumenterà il costo dell’energia?

L’utilizzo di queste centrali è già oggi economicamente non competitivo. Secondo il think tank italiano del clima Ecco, mantenerle in servizio ha determinato un costo di 78,3 milioni di euro tra luglio 2024 e luglio 2025. “Tale costo secondo la stessa Commissione europea è difficilmente compatibile con le norme in materia di aiuti di Stato e con la legislazione settoriale applicabile”.


21/12/2021

Strategie per la dismissione delle centrali a carbone

Le centrali a carbone hanno un ruolo ancora significativo in Italia. Come illustra Terna, il sistema elettrico italiano conta ancora su circa 6 GW di capacità di generazione da carbone distribuiti su sette centrali, circa il 10% della capacità termoelettrica totale in Italia.

Indice degli argomenti:

Il PNIEC prevede il loro phase out entro il 2025, insieme alla dismissione di altri impianti termoelettrici giunti a “fine vita”.

Non sarà un passaggio semplice, evidenzia la stessa Terna. Nel rapporto “Adeguatezza Italia 2021” rileva come queste questa capacità generata dalle centrali termoelettriche a carbone “pur contribuendo in modo marginale alla copertura del fabbisogno in energia, fornisce un contributo determinante alla copertura dei picchi di carico e quindi a garantire l’adeguatezza del sistema elettrico italiano”.

Da quanto si legge, non basterà lo sviluppo delle rinnovabili e i sistemi di energy storage e neppure la capacità assegnata nelle aste del Capacity Market del 2019 sarà sufficiente a riportare il sistema al di sotto della soglia standard di adeguatezza. Servono, invece, due condizioni: la completa realizzazione della nuova capacità assegnata già nelle aste del 2019, inclusa quella che deve ancora completare l’iter autorizzativo presso gli uffici competenti; e l’acquisizione di ulteriore nuova capacità tramite il Capacity Market.

Non solo: per la Sardegna, la dismissione dei due impianti a carbone, Fiume Santo e Sulcis, rischia di mettere in seria difficoltà il sistema energetico insulare. Per risolvere le criticità in Sardegna e consentire la dismissione degli impianti a carbone sarà necessario realizzare nuova capacità per circa 500 MW di Capacità Disponibile in Probabilità distribuiti opportunamente sull’isola e realizzare il Tyrrhenian Link. Quest’ultimo è il nuovo collegamento Centro Sud – Sicilia – Sardegna che entrerà progressivamente in servizio nel periodo 2026-2028. Quindi il phase out in Sardegna rischia di allungarsi al 2029.

Ma in generale, che futuro è previsto per le centrali a carbone italiane?

Centrali a carbone: lo scenario mondiale e lo stato dell’arte in Europa

Tutti gli scenari che soddisfano gli obiettivi climatici presentano un rapido declino nell’uso del carbone. È il combustibile a più alta intensità di carbonio, usato prevalentemente in un settore – la produzione di elettricità – dove le opzioni di energia rinnovabile sono le nuove fonti più convenienti nella maggior parte dei mercati. Lo ricorda la IEA che rileva, tuttavia, che gestire l’abbandono del carbone non è semplice, specialmente quando procede alla velocità richiesta dagli scenari net zero, dove tutta la produzione di energia a carbone si ferma entro il 2040.

Le centrali a carbone in Europa
Le centrali a carbone in Europa

“Ci sono due aspetti nell’eliminazione graduale del carbone nel settore energetico: fermare la costruzione di nuove centrali e gestire il declino delle emissioni delle attività esistenti”.

Intanto però, ha rilevato Assocarboni in un intervento riportato da S&P Global, il carbone “ha confermato la sua leadership come principale combustibile per la produzione di elettricità anche nel 2020, rappresentando il 38% della produzione complessiva”. Secondo l’associazione, mentre l’Europa nel 2020 ha generato elettricità principalmente dal carbone (13,3%) e dal nucleare (24,2%), tagliando i costi delle bollette elettriche in media del 30%, l’Italia “è rimasta indietro, essendo l’unico paese al mondo senza energia nucleare e con la quota più bassa di utilizzo del carbone (10%)”.

C’è chi, come la coalizione Europe Beyond Coal mette in rilievo come l’estrazione e la combustione del carbone per l’elettricità siano fortemente impattanti per l’ambiente, la salute e siano abilitatori della crisi climatica. Forte degli studi che dimostrano come l’inquinamento atmosferico causato dalla combustione di combustibili fossili sia stato responsabile di una morte su cinque nel solo anno 2018.

I programmi in Europa per il phase out dal carbone

La stessa Europe Beyond Coal ricorda che più della metà di tutte le centrali a carbone in Europa sono ora chiuse, o lo saranno al più tardi entro il 2030; “e abbiamo l’eolico, il solare, l’energy storage e altre soluzioni di energia rinnovabile sostenibile per sostituirle”.

Centrali a carbone in Italia: stato e prospettive

In Italia le centrali a carbone attive sono otto, come riporta Assocarboni: cinque di proprietà Enel, due di A2A e una di EP Produzione. Quest’ultima è proprietaria della centrale di Fiumesanto (Sassari) da 320 MW. La multi-utility invece ne possiede una a Brescia (70 MW) e a Monfalcone (Gorizia, con due sezioni alimentate a carbone da 165 e 171 MW).

Le centrali a carbone in Italia

Per quanto riguarda Enel, è proprietaria delle centrali di Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia, Roma, 3 sezioni da 660 MW riconvertite a carbone); Brindisi Sud (composta da 4 unità per complessivi 2640 MW); Fusina (Venezia, 4 unità da 320 MW); La Spezia (600 MW) e la centrale termoelettrica del Sulcis, a Portoscuso, in provincia di Cagliari (340 MW).

Per quanto riguarda la centrale di Fiume Santo, la società proprietaria spiega che sono in corso valutazioni su progetti di trasformazione, che intendono “mantenere attivo il sito produttivo anche dopo il termine della produzione a carbone”.

I programmi in Italia per il phase out dal carbone

A2A sulla centrale di Monfalcone, illustra che, il gestore si è impegnato a presentare, “nel corso del periodo di validità dell’AIA (fino a marzo 2025)”, un piano di riconversione del sito. Esso prevede una graduale diminuzione dell’uso del carbone per produrre elettricità e una sostituzione con fonti energetiche rinnovabili. Tutto questo si pone in accordo con le linee strategiche del Piano Energetico Regionale approvato dalla Regione Friuli Venezia Giulia, nel 2015.

Le strategie di Enel sulle sue centrali…

Abbiamo posto la domanda a Enel sulle prospettive delle proprie centrali a carbone. La società ha fatto sapere che già dal 2019 ha avviato le attività propedeutiche alla sostituzione entro il 2025 della produzione termoelettrica a carbone, “in maniera graduale e tale da assicurare la sicurezza del sistema elettrico”.

Il piano prevede la progressiva sostituzione degli attuali impianti a carbone con nuova capacità da fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e impianti a gas – nella misura strettamente necessaria a garantire la sicurezza del sistema elettrico italiano.

La strategia di Enel è coerente con quanto previsto dal PNIEC che prevede un rilevante programma di crescita delle fonti rinnovabili, associata a nuove tecnologie (come ad esempio sistemi di accumulo di energia e gestione attiva della domanda) e a nuova capacità produttiva flessibile a gas per garantire la sicurezza del sistema elettrico italiano.

“Una pianificazione delle attività di permitting, approvvigionamenti e realizzazione dei nuovi impianti che sia in linea con la previsione del 2025 potrà essere garantita solo attraverso iter per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie, nell’ambito di un percorso di dialogo e condivisione con le istituzioni interessate e le comunità locali”, scrive Enel nella stessa nota.

Attualmente Enel ha inviato alle istituzioni centrali e territoriali competenti la documentazione necessaria per avviare l’iter di permitting per nuova capacità a gas per i siti di La Spezia, Fusina, Civitavecchia e Brindisi.

Lo sviluppo nei siti in cui avverrà il phase out degli impianti Enel a carbone permette di utilizzare infrastrutture esistenti in ottica di economia circolare e di assicurare adeguata continuità sia occupazionale sia della stabilità del servizio. L’obiettivo è di trasformare gli impianti a La Spezia, Fusina, Brindisi e Civitavecchia in poli energetici innovativi pensati come luoghi aperti al territorio e sempre più integrati con il paesaggio. A luglio 2020 sono stati lanciati i concorsi, “Nuovi spazi per l’energia”, chiedendo ad architetti e designer di disegnare il nuovo volto dei quattro siti. È stato chiesto di presentare idee progettuali secondo principi di sostenibilità ed economia circolare, attraverso il riutilizzo delle strutture esistenti. I concorsi sono portati avanti in collaborazione con le Università di Genova, IUAV di Venezia, della Tuscia e del Salento.

Circa 350 gli studi di architettura e professionisti che hanno manifestato interesse per i concorsi e i progetti proposti sono stati valutati da una commissione formata da rappresentanti di Enel e istituzioni e università dei territori coinvolti. Al momento sono stati aggiudicati i concorsi di Fusina, Civitavecchia e Brindisi.

… e sugli impianti a carbone (e le centrali già chiuse)

Riguardo, invece, al piano di chiusura degli impianti a carbone, la stessa Enel ci ha fatto sapere di aver ricevuto nelle scorse settimane l’autorizzazione finale dal Ministero della Transizione Ecologica per la cessazione definitiva dell’impianto a carbone della centrale termoelettrica “Eugenio Montale” a La Spezia. In Italia Enel ha già chiuso le centrali a carbone di Genova, quella umbra in località Bastardo, a Gualdo Cattaneo (Perugia) e a fine 2020 ha chiuso il Gruppo 2 della centrale “Federico II” di Brindisi. Con l’autorizzazione alla chiusura di La Spezia e con quella dei gruppi 1 e 2 della centrale “Andrea Palladio” di Fusina, già ricevuta, quest’anno saranno dismessi ulteriori 870 MW. Complessivamente, quindi, con queste due ulteriori autorizzazioni, in Italia Enel avrà dismesso complessivamente circa 1.900 MW di capacità a carbone entro fine 2021.

“Anche per la centrale a carbone “Grazia Deledda, in Sardegna, nell’area di Portovesme, Enel intende completare la chiusura in linea con la strategia del Gruppo – scrive ancora – In considerazione di alcune caratteristiche specifiche del territorio, come la presenza di fonti rinnovabili e una previsione di un significativo incremento della connessione elettrica con la penisola grazie alla realizzazione di un nuovo collegamento (Thyrrenian Link), l’azienda ha proposto per la Sardegna di passare direttamente ad un’alimentazione energetica da sole fonti rinnovabili supportate da sistemi di accumulo, per fare della regione una vera a propria ‘isola verde’ entro il 2030, attraverso una produzione energetica a zero emissioni e l’elettrificazione di attività e consumi”.


Articolo aggiornato – Prima pubblicazione dicembre 2021

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