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Indice degli argomenti Toggle Goal 13: l’obiettivo è ridurre gli effetti della crisi climaticaL’impegno dell’Unione Europea sul climaL’Italia alle prese col climate changeGoal 13: l’Italia ha il suo Piano, ma servono investimentiSpazio al PNACC, però c’è anche bisogno della Nature Restoration Law Il Goal 13 riguarda la necessità di adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e i suoi impatti e di promuovere azioni, a tutti i livelli, a tal fine. Stiamo già sperimentando da anni gli effetti della crisi climatica, che rappresenta «uno dei rischi più pervasivi per il nostro pianeta e la nostra prosperità», sottolinea Swiss Re, uno dei principali fornitori mondiali di assicurazioni. Nel report da loro pubblicato, annota i danni economici provocati dalle catastrofi naturali: nel 2023 ammontano a 280 miliardi di dollari. Sulla quota totale, 108 miliardi di dollari (40%) erano coperti da assicurazioni. Per il quarto anno consecutivo si superano i cento miliardi di dollari ed è una cifra ben al di sopra della media decennale precedente (89 miliardi). In rapporto al Pil, Swiss Re stima che l’entità delle perdite assicurative derivanti dalle catastrofi è più che raddoppiato negli ultimi 30 anni. Il futuro è ancora più cupo: si prevede che il quantitativo di danni attuale potrebbe raddoppiare nel prossimo decennio. Di questo scenario è bene tenerne conto, a ogni livello, globale e nazionale. L’Italia deve porre attenzione, perché è particolarmente fragile. Servono interventi e investimenti: finora però è mancata concretezza, come vedremo. Goal 13: l’obiettivo è ridurre gli effetti della crisi climatica Tra i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile di Agenda 2030, il Goal 13 ambisce a raggiungere un mondo climaticamente neutro entro la metà del secolo e a limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C – con un obiettivo di 1,5°C – rispetto all’epoca preindustriale. Per questo si propone di rafforzare la capacità di ripresa e di adattamento ai rischi legati al clima e ai disastri naturali dei vari Paesi, con particolare attenzione a quelli meno sviluppati. Richiede di integrare le misure di cambiamento climatico nelle politiche, strategie e pianificazione nazionali, oltre che di migliorare l’istruzione, la sensibilizzazione e la capacità umana e istituzionale per quanto riguarda la mitigazione del cambiamento climatico, l’adattamento, la riduzione dell’impatto e l’allerta tempestiva, ricorda il Centro regionale di informazione delle Nazioni Unite. Lo stesso evidenzia, riportando dati IPCC, che dal 1880 al 2012 la temperatura media globale è aumentata di circa 0,85 °C. Oltre a mettere a dura prova la salute umana e degli altri esseri viventi, a risentire del riscaldamento globale è anche la produzione agricola: per ogni grado in aumento, il raccolto del grano cala del 5% circa. Tra il 1981 e il 200, a causa del clima più caldo, la produzione di mais, di grano e di altre coltivazioni principali è diminuita in maniera significativa a livello globale di 40 milioni di tonnellate all’anno. L’impegno dell’Unione Europea sul clima Per riuscire a raggiungere le finalità racchiuse nel goal 13, è necessario che tutti i Paesi facciano la loro parte. L’Europa, a questo proposito, deve impegnarsi particolarmente, in quanto è il continente che sta registrando i più rapidi aumenti delle temperature al mondo. L’Unione Europea si è dimostrata all’avanguardia in tal senso, con sforzi, attività e obiettivi che sono ben delineati nello European Green Deal, che punta a rendere l’Europa climaticamente neutrale entro il 2050. Per rendere questo obiettivo giuridicamente vincolante, la Commissione Europea ha proposto la Legge europea sul clima, che ha alzato l’asticella in termini di riduzione delle emissioni nette di gas serra ad almeno il -55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. L’Italia alle prese col climate change Tra i Paesi dell’UE più esposti agli effetti del climate change c’è l’Italia. I dati supportano la fragilità del nostro Paese ai rischi degli eventi estremi. Secondo quanto evidenziato dalla applicazione ai paesi dell’UE del Macroeconomic Climate Stress Test (MCST) di Scope Ratings, le future siccità potrebbero costare ipoteticamente 32mila e 700 milioni di euro tra il 2020 e il 2050, pari al 3,3% del PIL totale del blocco. Il 70% delle perdite modellate legate alla siccità si verificano nelle cinque maggiori economie dell’UE. Tra queste, l’Italia è la più esposta: le ipotetiche perdite legate alla siccità nel nostro Paese rappresentano il 30% della perdita totale prevista nell’UE e il 43% della perdita attesa delle cinque grandi economie. La siccità potrebbe costare all’Italia 10mila miliardi di euro nel periodo 2020-2050, pari a un 8,3% cumulativo del Pil pro capite del paese nello stesso periodo. Già nel 2020, il rapporto “Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia”, realizzato dalla Fondazione CMCC, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, prima analisi integrata del rischio climatico in Italia, metteva in luce questa situazione. Si leggeva, a proposito che, per quanto riguarda gli eventi estremi, «la probabilità del rischio è aumentata in Italia del 9% negli ultimi vent’anni». Secondo il Focus Censis-Confcooperative “Disastri e climate change, conto salato per l’Italia”, tra il 1980 e il 2022 i danni causati dal clima sono pari a 210 miliardi di euro, un conto che di fatto “cancella” il PNRR e pesa quanto dieci manovre finanziarie. Goal 13: l’Italia ha il suo Piano, ma servono investimenti Sull’attuazione del Goal 13, l’Italia a che punto è? Sappiamo che per ridurre le emissioni si deve lavorare sulla produzione e sull’efficienza energetica, su cui sappiamo più o meno che l’Italia deve recuperare un ritardo che rischia di non farle centrare gli obiettivi al 2030 e al 2050. Di certo, un punto focale cui guardare per comprendere meglio lo stato dell’arte rispetto alle politiche climatiche è il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica lo ha approvato, con specifico decreto, lo scorso dicembre. È un elemento positivo, ma rischia di essere l’unico, la sua approvazione. Innanzitutto perché ci sono voluti sei anni per la sua approvazione: la prima bozza pubblicata nel 2018 dal governo Gentiloni, non è stata adottata dai tre esecutivi che si sono succeduti. Le misure e le azioni di adattamento sono articolate in 361 azioni suddivise in 18 settori. Andando ad analizzare quanto posto nel documento, Stefano Nespor (avvocato, socio fondatore di Greenlex e direttore della Rivista Giuridica dell’Ambiente) e Luca Carra, direttore di Scienza in Rete, hanno messo in evidenza la lacuna più significativa del PNACC: è un piano di adattamento senza investimenti e finanziamenti. Basta scorrere il file di excel relativo alle misure e ai relativi fondi stanziati. Spesso nella casella costi non c’è nulla. Lo ha fatto notare anche il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, che alla presentazione del Piano ha commentato: «Finalmente l’Italia dopo sei lunghi anni e quattro governi approva il PNACC. Ora però ricordiamo al Ministro dell’ambiente e al Governo Meloni che per attuare il PNACC sarà fondamentale stanziare le risorse economiche necessarie e ad oggi ancora assenti». Stesso parere l’ha espresso WWF e Asvis. Quest’ultima ha ricordato i punti deboli dell’Italia, dal rischio idrogeologico che mette a rischio il 94% dei Comuni italiani, rendendo il nostro Paese il più pericoloso in UE su questo frangente, alla siccità fino agli eventi estremi, in crescita. Spazio al PNACC, però c’è anche bisogno della Nature Restoration Law Persino il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2024 riporta un giudizio critico sull’azione italiana sul clima. Nell’analisi sintetica riportata dalla Camera dei Deputati, secondo la Commissione europea, per quanto in miglioramento, l’azione italiana per il clima rimane al disotto della media europea nel 2021. Però ricorda che l’Italia ha approvato il PNACC, «che definisce una strategia ampia ed avanzata per rispondere a tali sfide» ed evidenzia che in tale contesto, le misure del PNRR, con risorse pari a circa 7,8 miliardi di euro, e le altre misure descritte nel capitolo precedente, volte a favorire la transizione ecologica e la lotta al cambiamento climatico «sono fondamentali per consolidare i miglioramenti degli ultimi anni e accelerare il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030 e al 2050». Speriamo: intanto vale la pena ricordare che l’Italia ha dimostrato la sua contrarietà, votando contro (insieme ad altri 5 Paesi) l’approvazione della Nature Restoration Law, legge che – prima al mondo – fissa obiettivi vincolanti per ripristinare gli ecosistemi degradati, in particolare quelli con il maggior potenziale di catturare e immagazzinare carbonio e di prevenire e ridurre l’impatto dei disastri naturali. I paesi UE sono tenuti a presentare piani nazionali di ripristino alla Commissione entro due anni dall’entrata in vigore del regolamento, ovvero entro metà 2026, mostrando come raggiungeranno gli obiettivi, monitorando e riferendo i loro progressi. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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