La città che respira: progettare il verde per raffrescare lo spazio urbano

Dalle isole di calore alla progettazione del microclima urbano, il verde non è più un elemento decorativo ma una vera infrastruttura ambientale. Alberi, suoli permeabili, giardini, tetti e facciate vegetali possono contribuire a ridurre le temperature, migliorare il comfort degli spazi aperti e contenere la domanda energetica degli edifici. Ma per funzionare davvero devono entrare nel progetto fin dall’inizio, attraverso un dialogo tra architetti, paesaggisti e agronomi

A cura di:

Il quartiere verticale LTR1 a Nuevo Cuscatlán, El Salvador, di Carazo Arquitectura
Il quartiere verticale LTR1 a Nuevo Cuscatlán, El Salvador, di Carazo Arquitectura

Indice degli argomenti

Ci sono città che in estate sembrano trattenere il sole. Le strade restituiscono lentamente il calore accumulato durante il giorno, le facciate si trasformano in grandi superfici radianti, l’asfalto raggiunge temperature molto superiori a quelle dell’aria. Di notte il raffrescamento rallenta e il calore rimane imprigionato nella massa costruita.

È l’immagine più concreta dell’isola di calore urbana, un fenomeno nel quale la forma della città e la prevalenza di superfici artificiali contribuiscono a creare condizioni termiche più severe rispetto alle aree meno urbanizzate. Il cambiamento climatico rende questa condizione ancora più evidente. Le ondate di calore non rappresentano più un’eccezione stagionale, ma una delle condizioni con cui il progetto urbano deve confrontarsi. E mentre la climatizzazione artificiale consente di controllare la temperatura all’interno degli edifici (a caro prezzo per uomo e ambiente), lascia sostanzialmente irrisolta la questione dello spazio pubblico: la strada, la piazza, il cortile, il percorso pedonale.

È proprio qui che il progetto del verde acquista un significato diverso.

Non si tratta più soltanto di portare la natura dentro la città. Si tratta di usare la vegetazione per costruire condizioni ambientali differenti, perché il verde può diventare una vera infrastruttura, al pari di strade, ponti e linee ferroviarie.

Caso di studio – Il Piano del Verde del Comune di Mantova

Il Comune di Mantova ha di recente presentato il Piano del Verde, elaborato da Openfabric, studio di landscape architecture e urbanism fondato da Francesco Garofalo, con sedi a Rotterdam, Milano e Genova. Il progetto definisce una strategia integrata per la rigenerazione ecologica, idrica e spaziale della città, trasformando il verde in una vera infrastruttura ambientale.

Openfabric: nuovo Piano del Verde del Comune di Mantova
Il nuovo Piano del Verde del Comune di Mantova propone una città di connessione, attraverso la costruzione di una rete di ecosistemi capace di mettere in relazione il Lago Superiore, l’ex Lago Paiolo e la Vallazza. Ne deriva una vera e propria infrastruttura ecologica urbana, estesa a scala territoriale e in grado di integrare e valorizzare gli spazi naturali della città. ©Comune di Mantova

Il Piano interpreta Mantova come una “città di confluenza”, connettendo quartieri, parchi, corridoi ecologici, aree agricole e infrastrutture blu in un sistema continuo. Una grande cintura verde attorno alla città rafforza la biodiversità e contribuisce a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, dal rischio idrogeologico alle isole di calore.

Openfabric: nuovo Piano del Verde del Comune di Mantova

Fulcro del progetto è il Parco Periurbano Sud, con il Parco Paiolo e il Corridoio Sud, che collega il Lago Superiore alla Vallazza attraverso un ampio sistema ecologico e paesaggistico.

In continuità con il PGT del 2012 e con le riflessioni avviate dal World Forum on Urban Forests FAO 2018, il Piano rappresenta una nuova stagione di pianificazione urbana fondata su sostenibilità, resilienza e qualità della vita.

Openfabric: nuovo Piano del Verde del Comune di Mantova
Il progetto del Piano del Verde del Comune di Mantova

Il progetto climatico comincia prima del progetto architettonico

È probabilmente questo il passaggio culturale più importante. Per molto tempo il cambiamento climatico è stato trattato come un tema aggiuntivo: una verifica, un capitolo della relazione ambientale, un requisito da soddisfare. Ma una città più calda modifica le condizioni stesse alle quali l’architettura deve rispondere.

Il clima non è più uno degli argomenti del progetto, è il progetto stesso. Significa che l’orientamento di un edificio, la sezione di una strada, la posizione di un albero, la quantità di suolo permeabile, il rapporto tra ombra e sole e la gestione dell’acqua appartengono alla stessa discussione. È una trasformazione che riguarda anche il processo professionale.

Il verde come infrastruttura climatica

Un albero modifica lo spazio molto prima di diventare un elemento riconoscibile del paesaggio. La sua chioma intercetta la radiazione solare. Le foglie schermano le superfici sottostanti. Le radici assorbono acqua dal terreno e una parte di questa viene restituita all’atmosfera attraverso l’evapotraspirazione. Il risultato è una modificazione del bilancio termico dell’ambiente circostante.

VITAE, progetto Carlo Ratti Associati vincitore del concorso internazionale Reinventing Cities
VITAE, progetto Carlo Ratti Associati

CRA – Carlo Ratti Associati vince nel 2019 il concorso internazionale Reinventing Cities con VITAE (quello che è stato rinominato anche un vigneto urbano per Milano), un innovativo centro per la ricerca scientifica e gli uffici a Milano, vicino alla Fondazione Prada. Il progetto trasforma un’area post-industriale in un nuovo spazio pubblico di oltre 5.000 mq, dominato da un vigneto urbano lungo 200 metri.

VITAE, progetto Carlo Ratti Associati vincitore del concorso internazionale Reinventing Cities

Una passeggiata verde conduce dalla strada fino al tetto, tra pergolati, terrazze, serre e coltivazioni idroponiche. L’edificio integra natura, ricerca e vita urbana, ospitando anche un ristorante farm-to-table e strutture dedicate alla ricerca molecolare e oncologica. Il cantiere è iniziato a marzo 2026 e la fne dei lavori è prevista nel 2027.

Dalla quantità alla conformazione

Ma la cosa interessante è che l’effetto non è uguale ovunque.

Una recente revisione della letteratura scientifica dedicata agli alberi urbani di USGS (U.S. Geological Survey), agenzia scientifica del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti, istituita nel 1879 che fornisce dati e analisi scientifici su ambiente, risorse naturali, acque, territorio e sicurezza pubblica, a supporto delle decisioni istituzionali, ha analizzato 115 studi pubblicati tra il 2018 e il 2024, mostrando come la capacità di raffrescamento dipenda dalle caratteristiche delle piante, dalla loro disposizione nello spazio e dal clima locale. Le chiome dense e alte possono produrre effetti importanti alla scala urbana, mentre combinazioni di alberi, arbusti e vegetazione bassa possono avere un ruolo significativo alla scala del quartiere e dello spazio pubblico. È una considerazione apparentemente semplice, ma con conseguenze profonde sul modo di progettare.

Non basta dire che una città deve avere più alberi. Bisogna chiedersi quali alberi, dove, con quale densità, in relazione a quali edifici e con quale disponibilità d’acqua. Il verde smette così di essere una quantità e diventa una configurazione.

Dal parco alla rete verde

La singola area verde può produrre un effetto locale. Ma quando parchi, giardini, alberature e superfici vegetate vengono messi in relazione, il paesaggio può assumere una dimensione infrastrutturale. La città può essere letta come una rete di spazi più o meno permeabili, più o meno ombreggiati, più o meno esposti alla radiazione. In questa rete il verde diventa una sequenza di dispositivi climatici.

Un grande parco può funzionare come un polo di raffrescamento. Un viale alberato può collegarlo al quartiere. Un cortile verde può introdurre una nuova condizione microclimatica all’interno dell’isolato. Un tetto vegetato può intervenire sul comportamento termico dell’edificio.

Le ricerche più recenti sulla green infrastructure sottolineano proprio l’importanza della scala: grandi sistemi verdi possono produrre effetti che si propagano oltre l’area direttamente interessata, mentre alberature stradali e tetti verdi agiscono soprattutto a scala locale, con possibili ricadute anche sulla domanda energetica per il raffrescamento degli edifici.

Non esiste quindi una sola infrastruttura verde. Esiste una costellazione di interventi che, se progettati in relazione, può costruire una nuova geografia climatica della città.

Caso di studio – La città parco di Savona

Un masterplan firmato da Alfonso Femia / Atelier(s) Alfonso Femia ridisegna l’area di Piazza del Popolo–Orti Folconi della città di Savona trasformandola in un nuovo sistema urbano verde e connesso.

Il progetto di Piazza del Popolo–Orti Folconi della città di Savona firmato da Alfonso Femia / Atelier(s) Alfonso Femia
Il progetto di Piazza del Popolo–Orti Folconi della città di Savona risponde ai criteri del climate change in coerenza con il “Piano del Verde”, mettendo al centro il verde come infrastruttura urbana e non soltanto come elemento di arredo.

Il progetto si fonda su tre azioni: radicare (il rispetto e la conservazione della memoria ne preservano l’identità e la riconoscibilità); attraversare (l’attenzione progettuale rivolta alla creazione di basamenti attivi e permeabili ne agevola le connessioni tra quartieri e facilita le relazioni tra persone); rigenerare (l’adeguamento degli spazi implica una vera e propria rigenerazione di funzioni e significati contemporanei).

I principi del progetto del progetto di riqualificazione di Piazza del Popolo–Orti Folconi della città di Savona firmato da Alfonso Femia / Atelier(s) Alfonso Femia

Con un grande parco urbano di 67.000 mq, pari al 73% dell’area di intervento, pensato per collegare stazione, centro storico, Darsena e Fortezza del Priamar, questo progetto rappresenta un esempio emblematico di dialogo tra le diverse componenti (architettura e paesaggio) e di vegetazione come elemento strutturale del disegno urbano.

Gli obiettivi del progetto del progetto di riqualificazione di Piazza del Popolo–Orti Folconi della città di Savona firmato da Alfonso Femia / Atelier(s) Alfonso Femia

Tra gli interventi previsti: palaeventi multifunzionale, nuovi spazi residenziali multigenerazionali, percorsi pedonali e ciclabili, aree verdi, sistemi di gestione delle acque e nuovi parcheggi. Il masterplan è il risultato di quasi quattro anni di coprogettazione tra pubblico e privato e sarà sottoposto a un confronto pubblico prima della definizione dell’accordo per la sua realizzazione.

Caso di studio – Un esempio di intervento sul territorio

A Milano, un giardino storico rinasce come spazio verde aziendale, coniugando tutela del patrimonio paesaggistico e nuove esigenze di lavoro e benessere. Il progetto, dello studio Lai Valenti, adotta un approccio conservativo, valorizzando le essenze esistenti e integrandole con nuove specie per creare un ambiente contemporaneo, funzionale e ricco di biodiversità.

Una pergola centrale, aree dedicate a riunioni e relax, percorsi e nuovi arredi trasformano lo spazio in un ecosistema aziendale capace di migliorare comfort, immagine e qualità della vita, offrendo al tempo stesso frescura naturale e un contesto accogliente per dipendenti e visitatori.

Riqualificazione di un giardino a Milano, progetto dello studio Lai Valenti
La progettazione del verde è parte integrante dell’edilizia sostenibile. Alberature, cortili verdi, coperture vegetali e spazi permeabili migliorano il microclima urbano, contrastano l’effetto isola di calore e favoriscono il raffrescamento naturale degli edifici. Integrare il verde nella progettazione significa realizzare città più efficienti, resilienti e confortevoli.

“Le aree verdi sono un alleato strategico contro il caldo urbano. Alberi, parchi e tetti verdi riducono l’effetto “isola di calore”, abbassano la temperatura grazie all’ombreggiamento e all’evapotraspirazione e migliorano il microclima cittadino. Il raffrescamento naturale contribuisce a contenere i consumi energetici per la climatizzazione degli edifici, con benefici ambientali ed economici. Progettare il verde significa quindi rendere le città più resilienti, vivibili e sostenibili di fronte alle ondate di calore sempre più frequenti”, spiega l’architetto Stefano Valenti.

Ombra: il primo materiale del raffrescamento

Prima ancora di parlare di temperatura dell’aria, occorre parlare di sole. Per chi attraversa una piazza durante una giornata estiva, la percezione del calore non dipende soltanto dai gradi registrati dal termometro. Dipende dalla quantità di radiazione che il corpo riceve dalle superfici circostanti. È per questo che l’ombra rappresenta una delle più immediate forme di comfort urbano.

Alberi come schermature naturali

Un albero collocato lungo un percorso pedonale può trasformare completamente l’esperienza di quello spazio. Una chioma davanti a una facciata può ridurre l’esposizione solare dell’involucro. Un sistema di alberature può costruire una successione di luoghi protetti all’interno di un tessuto urbano altrimenti completamente esposto. Secondo un’analisi di University of Cambridge ed ETH Zürich, la capacità di raffrescamento degli alberi può variare notevolmente in funzione del contesto. Uno studio comparativo condotto su 110 città e 17 differenti condizioni climatiche ha evidenziato il peso combinato delle caratteristiche degli alberi, della morfologia urbana e del clima, mostrando effetti particolarmente rilevanti sulla temperatura percepita a livello pedonale.

La conseguenza progettuale è importante: l’albero non va semplicemente piantato, va posizionato. La sua collocazione diventa parte della geometria dello spazio, quasi come una parete, una pensilina o una schermatura solare.

La piazza come dispositivo climatico

Immaginare una piazza significa tradizionalmente lavorare su proporzioni, assi, pavimentazioni, arredi, percorsi. In una città sottoposta a temperature crescenti occorre aggiungere un’altra dimensione: la performance climatica dello spazio.

Una piazza può essere disegnata per esporre o per proteggere. Può accumulare calore oppure dissiparlo. Può allontanare rapidamente l’acqua piovana oppure trattenerla e renderla disponibile alla vegetazione. La differenza non è soltanto tecnologica. È spaziale.

Il progetto può sostituire una parte delle superfici impermeabili con suoli capaci di assorbire e trattenere l’acqua; può costruire sequenze di alberature; può concentrare l’ombra nei punti di maggiore permanenza; può creare continuità tra giardini, cortili e spazi pubblici.

Una recente revisione sistematica su oltre ottanta studi ha mostrato come il raffrescamento prodotto dagli spazi verdi urbani sia legato non solo alla presenza della vegetazione, ma anche alla densità, alla scelta delle specie, alla configurazione spaziale e alla morfologia del tessuto costruito.

In altre parole, il progetto del verde è anche un progetto della forma urbana.

Il suolo torna protagonista

Parlare di verde urbano significa spesso parlare di chiome, foglie e giardini. Ma sotto la vegetazione c’è un elemento altrettanto importante: il suolo. La capacità di una pianta di contribuire al raffrescamento dipende anche dalla possibilità di mantenere attivo il proprio ciclo idrico. Un albero in un piccolo volume di terreno completamente impermeabilizzato ha condizioni molto diverse da un albero inserito in un sistema di suoli continui e permeabili. La gestione dell’acqua diventa quindi inseparabile dal progetto della vegetazione.

Pioggia, infiltrazione, accumulo, irrigazione e crescita delle piante devono essere considerati come parti dello stesso sistema. La superficie verde non è semplicemente una superficie che sostituisce l’asfalto: è una porzione di città capace di partecipare al ciclo dell’acqua.

Anche questo cambia il modo di intendere la sostenibilità. Non basta progettare un giardino e prevedere successivamente come irrigarlo. Occorre progettare la disponibilità futura dell’acqua come condizione della vegetazione. È un tema particolarmente rilevante in un contesto climatico nel quale le temperature aumentano e le risorse idriche possono diventare più discontinue.

Progettare il tempo

C’è infine una differenza fondamentale tra progettare un edificio e progettare il verde. L’edificio viene consegnato quasi nella sua forma definitiva. Il paesaggio, invece, comincia davvero a esistere dopo il cantiere.

Un albero appena piantato non offre la stessa ombra di un albero adulto. Un giardino cambia durante le stagioni. Una vegetazione progettata oggi dovrà funzionare tra dieci, venti, trent’anni, in condizioni climatiche probabilmente diverse da quelle attuali.

Il progetto del verde è quindi anche un progetto del tempo. Questo implica quindi di prevedere la crescita, la sostituzione, la manutenzione, la disponibilità idrica e l’adattamento. La scelta delle specie non può dipendere soltanto dall’aspetto desiderato nell’anno di inaugurazione, ma dalla loro capacità di vivere e svolgere la funzione richiesta nel lungo periodo. Il paesaggio introduce nel progetto una dimensione che l’architettura conosce meno: quella della trasformazione continua.

Architetti, paesaggisti, agronomi: il progetto come dialogo

La città climatica richiede un approccio interdisciplinare. Architetti, paesaggisti e agronomi devono confrontarsi fin dall’inizio, integrando competenze diverse: forma e spazio costruito, sistema vegetale e spazio aperto, specie, suoli, acqua e manutenzione. La scelta di un albero, ad esempio, non è solo botanica: incide sull’ombra e sulla percezione dello spazio, sull’esposizione e sui consumi energetici dell’edificio, sul fabbisogno idrico e sulla continuità della rete verde urbana.

È questa complessità a rendere il dialogo tra discipline non solo utile, ma indispensabile per progettare una città realmente resiliente al clima.

La Serre, il nuovo progetto di MVRDV per Parigi pensato come un vero e proprio villaggio verticale
La Serre – ©ENGRAM

A Issy-les-Moulineaux, alle porte di Parigi, sta prendendo forma La Serre, il nuovo progetto di MVRDV pensato come un vero e proprio villaggio verticale dove architettura, natura e vita sociale convivono. Durante la cerimonia di avvio dei lavori è stato piantato il primo dei 390 alberi che vestiranno l’edificio. Progettata insieme alla paesaggista Alice Tricon e al developer OGIC, La Serre sorgerà nel cuore dell’eco-quartiere ZAC Léon Blum.

La Serre, il nuovo progetto di MVRDV per Parigi pensato come un vero e proprio villaggio verticale
©OGIC

Diciotto piani ospiteranno 190 abitazioni, di cui il 30% destinato all’edilizia sociale, insieme a negozi e spazi comuni. Gli appartamenti, dai monolocali alle quattro camere, si distribuiscono all’interno di una struttura aperta in acciaio, affacciandosi su balconi e terrazze. In tutto, quasi 3.000 mq di spazi esterni trasformeranno l’edificio in una grande superficie abitata dal verde. Ma la natura qui non è decorazione: è parte dell’architettura. Il giardino verticale comprenderà 150 specie vegetali, per il 70% autoctone, scelte in base all’esposizione al sole e al vento. Cassette nido per uccelli e pipistrelli, materiali a basse emissioni e l’utilizzo della rete di teleriscaldamento alimentata anche da acque reflue recuperate completano l’approccio ecologico.

La vera novità, però, è il modo in cui gli abitanti vivranno questo spazio. Scale e passerelle attraverseranno il verde collegando gli spazi comuni, dalla hall fino al cuore dell’edificio e al giardino panoramico sul tetto. La facciata diventerà così una passeggiata verticale, capace di favorire incontri, relazioni e senso di comunità.

Intervista a Lorenzo Noè, segretario dell’Ordine degli Architetti di Milano

Il cambiamento climatico sta trasformando il modo di progettare le città, chiamando architettura, urbanistica e paesaggio a lavorare insieme per rendere gli spazi urbani più resilienti e vivibili. È questo il tema al centro del programma quadriennale “Paesaggio e Clima 2026-2029” promosso dall’Ordine degli Architetti di Milano, che considera il clima non più come un tema separato, ma come una vera e propria condizione di progetto. Tra le questioni più urgenti c’è proprio quella delle isole di calore urbane, che impone di ripensare il verde non come semplice elemento decorativo, ma come una componente strutturale della città, capace di contribuire al benessere, alla regolazione microclimatica e alla resilienza degli spazi pubblici.

Ne parliamo con Lorenzo Noè, segretario dell’Ordine degli Architetti di Milano, che si occupa anche del gruppo Paesaggio e Clima, per capire come progettare il verde in modo integrato e quali strumenti servano per affrontare concretamente gli effetti del clima che cambia.

Che cos’è il gruppo Paesaggio e Clima e perché è stato costituito?

Il gruppo Paesaggio e Clima è stato costituito perché, come Ordine degli Architetti (che ingloba anche l’Ordine dei Paesaggisti), pensiamo che il cambiamento climatico, l’adattamento al cambiamento climatico e al paesaggio saranno i temi dei prossimi anni, non solo per quelli di noi che si occupano già di questa cosa, ma per tutti. Per questo abbiamo deciso di focalizzare questo tema, come crescita della consapevolezza verso i professionisti, ma anche come comunicazione con la città. Articoliamo la nostra azione su incontri tecnici, serate che sono anche aperte al pubblico, e abbiamo in programma di fare un podcast, il quale però partirà probabilmente nel 2027. Abbiamo fatto un convegno con Dreiseitl, che è un po’ il papà della città Spugna in Europa, e con SLA, che è il più importante studio di paesaggio e adattamento climatico che lavora a Copenaghen. E abbiamo fatto incontri con gli studi italiani, che stanno facendo qualcosa, perché anche in Italia qualcosa stiamo facendo e proseguiremo sul tema.

Come dovrebbe cambiare la progettazione del verde in città per avere un impatto importante sul raffrescamento naturale e quindi sul microclima?

Le nostre città sono state progettate in generale quando la situazione climatica era diversa, c’è tutta una tradizione secondo la quale il verde, in qualche misura, è un verde da una parte di tipo ornamentale e dall’altra è un verde per le attività di svago e di ricreazione, per rigenerarsi. Questi sono i due filoni della tradizione storici, se vogliamo. Il verde fa parte del paesaggio e nell’attualità il paesaggio viene inteso come interrelazione tra la natura e le attività umane. E poi dalla fine dello scorso secolo ha cominciato ad essere visto come una vera infrastruttura, più che come completamento della città, ovvero un elemento che “fa qualcosa”, cioè che può risolvere problemi che precedentemente erano esclusiva delle tecnologie grigie e offrire spazi di socialità.

C’è qualche esempio in Italia o in Europa che si può citare come modello virtuoso in questo senso?

Un esempio classico di questo cambio di prospettiva è stata la città di Copenaghen. Nel 2011 è segnata da un evento climatico eccezionale che in sostanza allaga quasi tutta la città. Anziché intervenire sulla rete fognaria, trasformano la città in un contesto capace di contenere l’acqua quando serve, lavorando su piazze e parchi, incluso il parco storico.

In quel senso, il verde diventa non più un completamento della città per lo svago e per la bellezza del verde stesso, ma diventa una vera e propria infrastruttura.

Nel caso di Milano progettare il verde non vuol dire progettare un pezzo di verde, cioè un giardino o quant’altro, ma pensare il verde come capace di costruire, insieme ad altre componenti, tra cui quella principale che è l’acqua, un’infrastruttura per esempio per gestire il cambiamento climatico.

Milano ha già una cintura di area verde che va benissimo, nel senso che contribuisce sicuramente alla qualità dell’ambiente urbano, ma se si vuole fare un passo avanti bisogna pensare a dove ci sono i maggiori problemi legati al cambiamento climatico e a come intervenire su questi. Questo vuol dire innanzitutto che non si può pensare che esista un intervento risolutivo unico, come un grande parco; è più giusto parlare di una serie di interventi anche a scale diverse, cioè sia interventi a grande scala ma anche molti interventi piccolini.

Per esempio a Parigi hanno fatto il CUR Oasis, cioè che è un piano di riconversione dei cortili delle scuole.

L’isola di calore è la differenza di temperatura fra la città, l’area urbana e l’ambiente circostante. Ma questo fenomeno non colpisce tutte le persone allo stesso modo, i bambini e gli anziani sono più soggetti ad avere dei disagi dovuti al calore urbano. Per questo l’intervento diffuso di Parigi nei cortili delle scuole è interessante.

A Parigi stanno facendo anche la forestazione urbana in maniera molto importante. Uno degli esempi di questo è la Place de Catalogne, dove ci sono 4.000 mq di foresta urbana nuova. Ma si tratta di interventi molto costosi (quello della Place de Catalogne è costato 10 milioni di euro), perché vuol dire rifare tutti i sottoservizi e modificare l’assetto del traffico, oltre alla depavimentazione del suolo.

Quindi ad ogni contesto il proprio intervento su misura, proprio come avviene per le infrastrutture?

Nel caso di Copenaghen e Rotterdam, la strategia di adattamento climatico viene integrata con interventi sul paesaggio urbano. Alcune aree vengono progettate come spazi temporaneamente allagabili, capaci di raccogliere grandi quantità d’acqua durante eventi meteorologici eccezionali. A Rotterdam, per esempio, è stata realizzata una piazza con un campo da basket posto sotto il livello stradale: in caso di piogge intense, lo spazio può riempirsi d’acqua e successivamente svuotarsi, senza perdere la propria funzione di spazio pubblico.

La strategia, quindi, non può limitarsi alla realizzazione di nuove aree verdi, ma deve considerare il paesaggio urbano e gli spazi pubblici nella loro complessità. Un esempio particolarmente significativo nelle città dense è quello di Barcellona, con le cosiddette superilles o superblocks dell’Eixample. Alcuni isolati del piano di Cerdà sono stati completamente ridisegnati e sottratti al traffico, trasformandoli in spazi pubblici destinati alla socialità, alle attività e alla mobilità sostenibile.

Questo approccio parte anche da una considerazione fondamentale: la rete stradale rappresenta spesso la principale dotazione di spazio pubblico delle città. In molti casi è sovradimensionata rispetto alle esigenze attuali, perché progettata secondo principi e condizioni urbane differenti. Una parte di questa rete può quindi essere riconvertita.

Un altro esempio interessante, questa volta extraeuropeo, è Medellín, dove sono stati realizzati numerosi corridoi verdi lungo le principali infrastrutture urbane e il fiume. Non si è trattato semplicemente di piantare alberi, ma di creare strutture vegetali più articolate, composte da alberi, arbusti e altre forme di vegetazione. Secondo i dati diffusi dalla città, questi interventi hanno contribuito a ridurre le temperature di circa due gradi nelle aree interessate dai corridoi verdi.

In Italia qual è lo stato dell’arte?

In Italia siamo ancora in una fase arretrata, anche se esistono diverse esperienze e strumenti interessanti. A Milano si è già fatto un primo passo attraverso le iniziative di urbanistica tattica e le cosiddette “piazze aperte”. Un’evoluzione di questa strategia potrebbe consistere nella trasformazione degli interventi temporanei in sistemazioni permanenti, attraverso la depavimentazione, la piantumazione di alberi e la creazione di nuovi spazi pubblici. Bologna ha elaborato un piano di adattamento ai cambiamenti climatici che è attualmente in fase di attuazione. Milano dispone del Piano Aria e Clima e di strumenti dedicati al verde e al paesaggio. Esistono quindi iniziative concrete che vanno nella direzione dell’adattamento e della trasformazione degli spazi urbani.

Il problema principale riguarda però la capacità di inserire queste iniziative all’interno di una strategia complessiva e facilmente comunicabile. Il caso di Parigi è significativo: interventi come le foreste urbane, la riqualificazione della Senna e la trasformazione degli spazi scolastici costituiscono tre linee d’azione facilmente riconoscibili e dotate di un forte impatto comunicativo.

Quando la comunicazione è legata a interventi concreti e viene integrata con un chiaro indirizzo strategico, diventa possibile ottenere risultati più incisivi e costruire consenso intorno alle trasformazioni urbane.

Che cosa possiamo dire sul capitolo risorse necessarie per realizzare e mantenere questi interventi?

Un’altra dimensione fondamentale riguarda proprio le risorse. Se consideriamo il paesaggio e il verde come una vera e propria infrastruttura, capace di svolgere una funzione multidimensionale e di contribuire alla soluzione dei problemi della convivenza urbana, dobbiamo anche prevedere investimenti adeguati.

Per le infrastrutture tradizionali, come autostrade e metropolitane, è sempre stato evidente che la loro realizzazione richiedesse risorse economiche significative. Lo stesso principio dovrebbe valere per le infrastrutture verdi e paesaggistiche.

In questa prospettiva, il programma europeo di ripristino della natura, la Nature Restoration Law (Regolamento UE 2024/1991, la prima normativa dell’Unione Europea che impone agli Stati membri di ripristinare gli ecosistemi degradati, favorire il recupero della biodiversità e rafforzare la tutela del territorio di fronte agli eventi climatici estremi N.d.r.), rappresenta un’importante opportunità. Gli Stati membri sono chiamati a elaborare una risposta e questo potrebbe costituire un quadro strategico all’interno del quale promuovere interventi e investimenti.

Alcune grandi città europee sono già dotate di grandi parchi pubblici, perché non sono “sufficienti” alle nuove esigenze climatiche?

Il verde urbano deve essere progettato come una vera infrastruttura, diffusa e accessibile, non limitata ai parchi pubblici storici. L’obiettivo è creare una rete di spazi verdi e ombreggiati vicini ai cittadini, come le “isole di freschezza” previste a Parigi.

La pianificazione dovrebbe partire dalla mappatura delle isole di calore, individuando le aree più vulnerabili e intervenendo a diverse scale: strade, piazze, scuole e altri spazi pubblici.

Anche la gestione degli alberi è fondamentale: quelli adulti offrono benefici maggiori rispetto a quelli appena piantati e devono essere mantenuti in buona salute. Non conta solo il numero di alberi, ma soprattutto dove vengono piantati: devono creare ombra e comfort nei luoghi frequentati quotidianamente dai cittadini.

L’obiettivo, quindi, è rendere la città più vivibile attraverso una rete capillare di alberi, piazze ombreggiate, panchine e spazi freschi, integrati nella vita quotidiana.

Caso di studio – Il progetto al contrario

E se invece che “integrare” il verde nella città avessimo ragionato in maniera inversa, ovvero progettando la città per essere integrata nella vegetazione? Un’utopia in un territorio come quello europeo, ma che invece può essere realizzabile in Centro America. È il caso del quartiere verticale LTR1 a Nuevo Cuscatlán, El Salvador, di Carazo Arquitectura, un progetto del 2024 ad uso misto non ancora realizzato.

Il quartiere verticale LTR1 a Nuevo Cuscatlán, El Salvador, di Carazo Arquitectura
Il quartiere verticale LTR1 a Nuevo Cuscatlán: il progetto applica il modello di “Tropical Vertical Urbanism” sviluppato da Carazo Arquitectura, che interpreta la densità verticale non come semplice concentrazione edilizia, ma come integrazione tra città, natura, clima e vita comunitaria.

LTR1 è un progetto di sviluppo residenziale e commerciale che trasforma l’idea tradizionale di torre in un “quartiere verticale”, integrando abitazioni, negozi, ristorazione, coworking, wellness e spazi pubblici in un unico sistema. Il cuore del progetto è una foresta esistente, preservata e utilizzata come elemento generatore dell’architettura: l’edificio assume una configurazione ovale attorno agli alberi, creando giardini, terrazze, cortili e percorsi immersi nel verde.

Il quartiere verticale LTR1 a Nuevo Cuscatlán, El Salvador, di Carazo Arquitectura

La forma dell’edificio dialoga inoltre con il paesaggio di El Salvador: i profili del monte El Picacho e del vulcano San Salvador hanno ispirato la geometria della copertura e l’organizzazione dei volumi.

Alla base, il distretto commerciale e gastronomico Quadra crea una nuova piazza urbana con negozi, ristoranti e spazi di aggregazione. La vita collettiva prosegue verso l’alto attraverso giardini sospesi, coworking, aree wellness e spazi condivisi.

Il progetto applica il modello di “Tropical Vertical Urbanism” sviluppato da Carazo Arquitectura, che interpreta la densità verticale non come semplice concentrazione edilizia, ma come integrazione tra città, natura, clima e vita comunitaria.

FAQ Progettare il verde

In che modo il verde urbano contribuisce a ridurre il calore in città?

Alberi, arbusti, giardini e altre superfici vegetate contribuiscono al raffrescamento attraverso l’ombreggiamento e l’evapotraspirazione. La vegetazione riduce l’esposizione alla radiazione solare e può modificare il microclima degli spazi pubblici, migliorando il comfort delle persone. L’efficacia dipende però dalla scelta delle specie, dalla loro disposizione, dalla disponibilità d’acqua e dalle caratteristiche del contesto urbano.

Perché il verde viene considerato una vera infrastruttura urbana?

Il verde non svolge più soltanto una funzione estetica o ricreativa, ma può contribuire alla gestione di diverse problematiche urbane: calore, gestione delle acque piovane, biodiversità, permeabilità dei suoli e qualità dello spazio pubblico. Parchi, alberature, cortili verdi, tetti vegetati e corridoi ecologici, se progettati come una rete, possono quindi diventare una vera infrastruttura ambientale.

È sufficiente piantare più alberi per contrastare le isole di calore?

No. Non conta soltanto il numero degli alberi, ma soprattutto dove vengono collocati, quali specie vengono utilizzate, quale sarà la loro crescita nel tempo e quanta acqua avranno a disposizione. Un albero posizionato lungo un percorso pedonale o davanti a una facciata può produrre benefici molto diversi rispetto a uno collocato in un’area scarsamente frequentata. Il verde deve quindi essere progettato in relazione alla forma urbana e alle esigenze climatiche specifiche del luogo.

Perché acqua e suolo sono fondamentali nella progettazione del verde urbano?

La vegetazione può contribuire al raffrescamento solo se riesce a mantenere attivo il proprio ciclo idrico. Suoli permeabili e continui permettono di infiltrare e trattenere l’acqua, sostenendo la crescita delle piante e favorendo l’evapotraspirazione. Per questo pioggia, infiltrazione, accumulo, irrigazione e vegetazione devono essere considerati come parti di un unico sistema, soprattutto in un contesto caratterizzato da temperature più elevate e maggiore pressione sulle risorse idriche.

Perché architetti, paesaggisti e agronomi devono progettare insieme?

Il verde climatico richiede competenze diverse e complementari. L’architetto lavora sulla forma urbana e sugli edifici, il paesaggista sul sistema degli spazi aperti e della vegetazione, mentre l’agronomo contribuisce alla scelta delle specie, alla gestione dei suoli, dell’acqua e della manutenzione. Coinvolgere queste professionalità fin dalle prime fasi consente di progettare sistemi verdi capaci di funzionare nel lungo periodo e di adattarsi alle condizioni climatiche future.

Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici

Commenta questo approfondimento



Tema Tecnico

Le ultime notizie sull’argomento