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Indice degli argomenti Toggle La società dello sprecoCibo sprecato e affamati: il paradosso della società contemporaneaLa fame nel mondo (insicurezza alimentare)Obesità e malnutrizioneIl costo di una dieta sanaPerdita e spreco alimentareDanni e perdite legate ai cambiamenti climaticiImpatto ambientale, economico e sociale (del sistema alimentare)Risorse naturali e gas serraPerdita di biodiversitàSoluzioni e prospettiveRiforma del sistema alimentare mondialeLa riduzione di sprechi e rifiuti alimentariFAQs Spreco alimentarePerché è importante ridurre le perdite e gli sprechi alimentari?Che cos’è la sicurezza alimentare?Perché la sicurezza alimentare è così importante?Che differenza c’è tra fame e insicurezza alimentare?Quante persone soffrono di insicurezza alimentare?Quali sono le cause dell’insicurezza alimentare?In che modo le diverse stagioni influiscono sulla sicurezza alimentare?Qual è la più grande organizzazione al mondo che si occupa di assistenza alimentare?Esiste una misurazione della sicurezza alimentare concordata a livello globale?Cosa puoi fare contro lo spreco alimentare? Lo spreco alimentare è un problema globale. Ogni anno si sprecano ben 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, mentre milioni di persone soffrono la fame. Nel 2011 la FAO aveva stimato che 1/3 di tutto il cibo prodotto al mondo viene perso e sprecato. Secondo gli ultimi dati disponibili (UNEP 2024), a livello globale il 13,2% del cibo viene perso nella catena di approvvigionamento (dopo il raccolto nelle aziende agricole e prima della fase di vendita al dettaglio), mentre il 19% viene sprecato a livello di vendita al dettaglio (ristorazione e consumo domestico). Se affianchiamo le tonnellate di cibo sprecato al problema della malnutrizione, si ha il paradosso della nostra società: mentre 2,1 miliardi di persone vivono una condizione di insicurezza alimentare (1 persona su 4), circa 3 miliardi di persone (bambini inclusi) sono considerate sovrappeso o obese. Con gravi ricadute sulla salute: il 12,2% di tutti i decessi globali avvenuti nel 2023, sono attribuibili a una cattiva alimentazione. L’impatto economico per la salute globale derivante da malattie legate all’alimentazione è stimato in un costo annuo di 8,1 trilioni di dollari (FAO, 2026). Ma il costo di una dieta sana è aumentato, a causa dell’inflazione, dell’aumento dei costi dell’energia (a causa delle guerre e dell’instabilità politica globale), mentre i salari in generale faticano a tenere il passo. Infine, cercheremo risposte alla soluzione di questo problema. Il modo migliore per combattere sprechi e rifiuti, chiaramente, è produrne il meno possibile (prevenzione). E, nel caso dello spreco alimentare, tutti noi siamo chiamati a risponderne (oltre il 60% avviene tra le mura domestiche). Daremo uno sguardo anche all’impatto del sistema alimentare globale. L’agricoltura, soprattutto quella intensiva e a basso costo e le monocolture (il 66% della produzione agricola globale è rappresentato da solo 9 specie delle 6000 specie vegetali coltivabili), ha un elevato impatto ambientale: è responsabile del 30% delle emissioni antropiche di gas serra e dell’80% della deforestazione. La società dello spreco Siamo la società dei consumi, la società dei rifiuti, la società dello spreco. Soprattutto la società dei paradossi: mentre tonnellate di cibo vengono sprecate o perse, milioni di persone soffrono la fame. Circa un terzo del cibo prodotto per il consumo umano viene perso o sprecato tra la lavorazione, lo stoccaggio, il trasporto, la distribuzione e il consumo. Ogni anno si sprecano ben 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, pari al 19% di tutto il cibo disponibile a livello globale, oltre al 13% del cibo che è perso nella filiera alimentare (dopo il raccolto nelle aziende agricole e prima della fase di vendita al dettaglio). Ciò equivale a 132 chilogrammi pro capite all’anno, di cui 79 chilogrammi pro-capite sono stati sprecati nelle famiglie. Spesso il cibo, come frutta e verdura, viene lasciato marcire direttamente nei campi, senza essere raccolto. Il costo totale della perdita e dello spreco alimentare per l’economia globale è stimato in circa 1.000 miliardi di dollari all’anno. La mancanza di infrastrutture, strutture di stoccaggio inadeguate e trasporti inappropriati (ad esempio, l’assenza di celle frigorifere) sono le principali cause delle perdite post-raccolto. Molti Paesi non hanno accesso all’energia, il che si traduce in un aumento delle perdite alimentari, una capacità limitata di trasformazione degli alimenti e restrizioni per gli agricoltori che cercano di aumentare il proprio reddito. Questo, mentre milioni di persone soffrono la fame e un terzo della popolazione mondiale si trova in condizioni di insicurezza alimentare. Affrontare questo problema richiede politiche mirate, dati più precisi e investimenti in tecnologia, infrastrutture e istruzione. Questa è probabilmente una stima minima e la quantità reale potrebbe essere molto più alta. Cibo sprecato e affamati: il paradosso della società contemporanea La malnutrizione colpisce una persona su tre a livello globale, attraverso fame cronica, carenza di micronutrienti, ritardo della crescita infantile, sovrappeso e obesità negli adulti. Oltre al costo in termini di sofferenza umana, la malnutrizione costa all’economia globale 3,5 miliardi di dollari all’anno. Oggi si assiste a un eccesso di cibo e spreco in una parte del mondo, persone obese in contrapposizione ad una platea di affamati. Se si riuscisse a far convergere le due cose, ci sarebbero benefici per tutti. Mentre nei paesi sviluppati si combatte l’obesità e l’eccesso di cibo, in molte parti del mondo, la sfida è opposta: la scarsità di cibo e la malnutrizione. Obesità e fame, sono due facce della stessa medaglia: la malnutrizione. Sulla Terra, circa 2,1 miliardi di persone vivono una condizione di insicurezza alimentare (1 persona su 4): contemporaneamente circa 3 miliardi di persone (bambini inclusi) sono considerate sovrappeso o obese. Se togliessimo il cibo in eccesso a chi ne consuma troppo, potremmo più che sfamare chiunque nel mondo. Ma i sistemi alimentari globali hanno un altro paradosso: l’enorme quantità di cibo sprecato e perso, se ridotta, potrebbe compensare i bisogni alimentari attuali e futuri. Un terzo della popolazione mondiale non può permettersi una dieta sana (FAO, rapporto SOFI 2026) Molti Paesi a basso e medio reddito si trovano ad affrontare il cosiddetto doppio fardello della malnutrizione. Mentre questi paesi continuano a confrontarsi con i problemi delle malattie infettive e della denutrizione, stanno anche assistendo a un rapido aumento dei fattori di rischio per le malattie non trasmissibili, come l’obesità e il sovrappeso. È frequente riscontrare la coesistenza di denutrizione e obesità nello stesso paese, nella stessa comunità e nella stessa famiglia. I bambini nei paesi a basso e medio reddito sono più vulnerabili a un’alimentazione inadeguata durante la gravidanza, l’infanzia e la prima infanzia. Allo stesso tempo, questi bambini sono esposti a cibi ultraprocessati, ricchi di grassi, zuccheri e sale, ad alta densità energetica e poveri di micronutrienti, che tendono ad essere più economici ma anche meno nutrienti. Questi modelli alimentari, unitamente a bassi livelli di attività fisica, determinano un forte aumento dell’obesità infantile, mentre i problemi di denutrizione rimangono irrisolti. Una volta c’era più rispetto per il cibo, nulla veniva buttato, ma conservato e trasformato: gli avanzi venivano conservati (sotto sale, sotto aceto, sott’olio, a basse temperature) per essere consumati in seguito. Panzanella, frittata di pasta, cibi riscaldati e farciti in nuove forme e ricette per finire di nuovo sulla tavola. Ancora ricordo le raccomandazioni di chi ha vissuto la fame e la guerra: mangiare tutto, come forma di rispetto per chi non è altrettanto fortunato e patisce la fame nel mondo. Parole altisonanti e distanti per chi è vissuto nell’abbondanza. Eppure, di gente affamata il mondo è pieno. E non serve nemmeno andare in Africa, basta guardare agli angoli delle nostre città, ai senzatetto, agli indigenti nostrani. La fame nel mondo (insicurezza alimentare) Nel 2025, circa il 25,8 percento della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) ha vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave, il che significa che in alcuni casi è stata costretta a scendere a compromessi sulla qualità o sulla quantità del cibo consumato. Secondo la FAO, il 7,8 % della popolazione mondiale ha sofferto la fame, circa 645 milioni di persone. La mappa della fame nel mondo: insicurezza alimentare e malnutrizione ((fonte: FAO) Una persona è esposta a insicurezza alimentare quando non ha accesso a quantità sufficienti di cibo nutriente per crescere, svilupparsi normalmente e avere una vita attiva e in buona salute, il che può essere dovuto all’indisponibilità di cibo e/o alla mancanza di risorse per procurarselo. La “fame” è una spiacevole sensazione causata dall’insufficiente assunzione di cibo. Non potersi cibare quando si ha fame è una gravissima violazione del diritto all’alimentazione. Tuttavia, molte persone che non sono “affamate” (cioè non provano un malessere fisico) possono comunque essere esposte a insicurezza alimentare: magari hanno accesso al cibo, ma non sanno per quanto tempo sarà disponibile e potrebbero essere costrette a ridurne la qualità e/o le quantità per sopravvivere. La condizione di insicurezza alimentare ha notevoli ripercussioni sulla salute mentale, sul benessere fisico e sulla società. Nonostante i miglioramenti costanti e graduali registrati negli ultimi anni, la fame e l’insicurezza alimentare a livello globale rimangono ben al di sopra degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il rapporto sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI) è un documento annuale di punta che presenta le stime della FAO sulla fame nel mondo. Secondo l’ultimo rapporto del 2026, il mondo sta affrontando una ripresa disomogenea dai recenti shock globali. Si stima che 645 milioni di persone (circa il 7,8% della popolazione mondiale) potrebbero aver sofferto la fame nel 2025. Nel 2025, la fame ha colpito 309 milioni di persone in Africa, 292 milioni in Asia e 32 milioni in America Latina e nei Caraibi – rispettivamente il 20%, il 6% e il 4,8% della popolazione. Si stima che nel 2025 circa 2,1 miliardi di persone nel mondo – il 25,8% della popolazione globale – abbiano sofferto di insicurezza alimentare da moderata a grave. Nel 2025, oltre la metà della popolazione africana (56,6%) ha sofferto di insicurezza alimentare da moderata a grave, rispetto al 20,3% in Asia, al 22,9% in America Latina e nei Caraibi e all’8,7% in Nord America ed Europa. Insicurezza alimentare acuta nel Mondo (fonte: IPC) Lo standard globale per misurare la sicurezza alimentare è la Classificazione Integrata delle Fasi della Sicurezza Alimentare, o IPC in breve. Descrive cinque livelli di insicurezza alimentare: Fase 1 – Nessuna/Minima Fase 2 – Stress Fase 3 – Crisi Fase 4 – Emergenza Fase 5 – Catastrofe/Carestia Lo standard IPC è organizzato sia in base ai risultati (consumo alimentare, cambiamenti nei mezzi di sussistenza, nutrizione e mortalità), che ai fattori che contribuiscono (vulnerabilità e pericoli, e le quattro dimensioni della sicurezza alimentare), in modo che le evidenze possano essere valutate criticamente, contestualizzate e correlate ai diversi livelli di gravità dell’insicurezza alimentare. È il risultato di una collaborazione tra diverse organizzazioni a livello globale, regionale e nazionale, impegnate a sviluppare e mantenere la massima qualità possibile nell’analisi della sicurezza alimentare e della nutrizione. Obesità e malnutrizione Obesità e fame, sono due facce della stessa medaglia: la malnutrizione. Cibi ultraprocessati e pieni di zuccheri, a basso costo e facilmente disponibili, creano dipendenza e assuefazione. Sedentarietà e stile di vita, fanno il resto. Nel mondo, il 43% degli adulti (età pari o superiore a 18 anni) ed il 20% dei bambini e adolescenti (età compresa tra i 5 e i 19 anni) è in sovrappeso. Sovrappeso e obesità sono un grave rischio per la salute. Nel 2021 hanno causato circa 3,7 milioni di decessi per malattie non trasmissibili (MNT), come malattie cardiovascolari, diabete, tumori, disturbi neurologici, malattie respiratorie croniche e disturbi digestivi (GBD 2021). Anche l’impatto economico dell’epidemia di obesità è significativo. Se non si interviene, si prevede che i costi globali del sovrappeso e dell’obesità raggiungeranno i 3 trilioni di dollari all’anno entro il 2030 e oltre 18 trilioni di dollari entro il 2060 (Okunogbe et al., 2022). Nel 2022, 2,5 miliardi di adulti di età pari o superiore a 18 anni erano in sovrappeso, di cui oltre 890 milioni (16%) affetti da obesità (NCD-RisC, 2024). Ciò corrisponde al 43% degli adulti di età pari o superiore a 18 anni (43% degli uomini e 44% delle donne) in sovrappeso; si tratta di un aumento rispetto al 1990, quando il 25% degli adulti di età pari o superiore a 18 anni era in sovrappeso. Se guardiamo ai più giovani, la situazione non va meglio. Nel 2022, oltre 390 milioni di bambini e adolescenti di età compresa tra i 5 e i 19 anni erano in sovrappeso. La prevalenza del sovrappeso (inclusa l’obesità) tra bambini e adolescenti di età compresa tra i 5 e i 19 anni è aumentata drasticamente, passando dall’8% del 1990 al 20% del 2022. Il problema dell’obesità infantile sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria epidemia: si stima, infatti, che 37 milioni di bambini e bambine di età inferiore a 5 anni, nel mondo siano in sovrappeso correndo quindi un rischio maggiore di trovarsi da adulti in una condizione di obesità. In Italia, nel 2023, il 28,8% dei bambini e delle bambine fra gli 8 e i 9 anni era in sovrappeso/obesità. È quanto emerge dalla pubblicazione UNICEF Italia – con il contributo dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) – dal titolo “Il peso è giusto?” sul tema del sovrappeso e dell’obesità dei bambini. “Sovrappeso e obesità rappresentano nuove e crescenti minacce per la salute dei bambini e delle bambine; malnutrizione non significa solo non avere da mangiare a sufficienza, ma anche mangiare in modo errato o malsano. Con la facile accessibilità di cibi poco sani e a basso costo, i bambini e le bambine – soprattutto quelli in condizioni di povertà – non ricevono la dieta nutriente di cui hanno bisogno per una crescita sana” – ha dichiarato Carmela Pace, Presidente dell’UNICEF Italia. Il cosiddetto cibo spazzatura, ultraprocessato e pieno di zuccheri, l’abuso di bevande gassate e zuccherate, uniti a modelli di vita sedentaria, sono tra i maggiori responsabili di sovrappeso ed obesità. Ma, una dieta sana è davvero alla portata di tutti? E qual è il suo costo? Il costo di una dieta sana FAO e OMS provano a rispondere a questa domanda. L’edizione di quest’anno del rapporto SOFI (Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2026) approfondisce il costo di una dieta sana, ovvero la spesa minima media necessaria per procurarsi alimenti disponibili a livello locale in grado di soddisfare il fabbisogno energetico e la maggior parte dei fabbisogni di nutrienti. Secondo la FAO e l’OMS, una dieta sana è una dieta adeguata, equilibrata, varia e moderata. Il costo di una dieta sana, secondo la FAO Il rapporto sottolinea che i costi restano un ostacolo importante al raggiungimento dell’Obiettivo Fame Zero, sebbene la sola riduzione di tali costi non sia sufficiente a migliorare la qualità dell’alimentazione e i risultati nutrizionali. Nel 2025 il costo medio globale di una dieta sana è salito a 4,28 dollari a parità di potere d’acquisto (PPA) a persona al giorno, rispetto ai 3,44 dollari PPA del 2021 e ai 2,94 dollari PPA del 2017, con i livelli più elevati registrati in America Latina e nei Caraibi (4,91 dollari PPA). Ma, compensi e stipendi, anche in Italia, non tengono il passo dell’inflazione e perdono potere d’acquisto. Esistono, tuttavia, notevoli disparità regionali. In Africa l’accessibilità economica è peggiorata in modo marcato: nel 2025 il 66,6 percento della popolazione non poteva permettersi una dieta sana, oltre il doppio dei livelli osservati in Asia e in America Latina e nei Caraibi. I costi di una dieta sana variano ampiamente tra le regioni a causa delle differenze strutturali dei sistemi agroalimentari. Gli alimenti di origine animale, insieme a frutta e verdura, rappresentano la quota maggiore dei costi, mentre gli alimenti amidacei di base incidono in misura relativamente modesta. Gli alimenti di origine animale costituiscono la principale voce di costo di una dieta sana in Africa, mentre in America Latina e nei Caraibi la quota maggiore è rappresentata dalle verdure. Le filiere alimentari sono un fattore determinante dei prezzi. Le attività a valle della produzione agricola rappresentano dal 70 al 75 percento di quanto pagato dai consumatori, e fino al 40 percento dei costi totali deriva da trasformazione, logistica e commercio all’ingrosso. Migliorare l’efficienza di questi segmenti, riducendo perdite e sprechi alimentari, è quindi fondamentale, in particolare per ridurre il costo degli alimenti deperibili e ricchi di nutrienti. Perdita e spreco alimentare Va fatta una distinzione tra “perdita di cibo” e “spreco di cibo“. Lo spreco alimentare a livello aziendale è stato definito “perdita”, in contrapposizione allo “spreco” causato da rivenditori e comportamenti dei consumatori, come negligenza, scelte errate o errori. Col termine perdita di cibo ci si riferisce alla produzione agricola che viene persa involontariamente a causa di diversi fattori: condizioni di mercato, infrastrutture inadeguate, pratiche agricole scorrette, parassiti, malattie, calamità naturali ed eventi meteorologici. Al contrario, lo spreco alimentare è causato da negligenza o dall’atto consapevole di scartare il cibo, e avviene spesso nelle fasi di vendita al dettaglio o di consumo. La filiera alimentare: produzione (agricoltura e allevamento), lavorazione, trasporto, vendita e consumo. Nell’UE, ogni anno si sprecano più di 59 milioni di tonnellate di cibo, vale a dire 132 kg a persona. Oltre la metà degli sprechi alimentari nell’UE avviene nei nuclei domestici, quasi il doppio rispetto agli sprechi alimentari generati durante la produzione o la trasformazione. Gli sprechi alimentari causano il 16% delle emissioni di gas effetto serra provenienti dal sistema alimentare dell’UE. Ogni anno si perdono fino a 132 miliardi di EUR per gli sprechi alimentari. Un giorno su due quasi 33 milioni di persone nell’UE non possono permettersi un pasto completo, mentre vanno sprecate tonnellate di cibo. A livello globale, nel 2022, oltre il 13% del cibo è stato perso nella filiera alimentare (dopo il raccolto nelle aziende agricole e prima della fase di vendita al dettaglio). Un ulteriore 19% viene sprecato a livello di vendita al dettaglio, ristorazione e consumo domestico, secondo le statistiche UNEP del 2024. Mentre 783 milioni di persone soffrivano la fame e un terzo della popolazione mondiale si trovava in condizioni di insicurezza alimentare, ben 1,05 miliardi di tonnellate di cibo all’anno sono andate sprecate. Dato impressionante è che, circa il 60% dello spreco alimentare avviene a livello domestico, in famiglia e nelle nostre case. Il costo totale della perdita e dello spreco alimentare per l’economia globale è stimato in circa 1.000 miliardi di dollari all’anno. Le perdite e gli sprechi alimentari hanno un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione e sono responsabili di una percentuale stimata tra l’8 e il 10% delle emissioni globali di gas serra. Inoltre, causano inquinamento ambientale, degrado degli ecosistemi naturali e perdita di biodiversità. Affrontare le perdite e gli sprechi alimentari è tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Goal 12: Consumo e produzione responsabili) concordati a livello internazionale. In qualità di responsabili di questo obiettivo, la FAO e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) misurano e monitorano i progressi compiuti per ridurre le perdite e gli sprechi alimentari attraverso l’Indice Globale delle Perdite e degli Sprechi Alimentari. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), in qualità di responsabile dell’indice di spreco alimentare, monitora lo spreco alimentare globale a livello di vendita al dettaglio, ristorazione e famiglie; l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), invece, è responsabile dell’indice di perdita alimentare, che monitora le perdite alimentari lungo la filiera post-raccolta fino al livello di vendita al dettaglio, escluso quest’ultimo. Danni e perdite legate ai cambiamenti climatici Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), negli ultimi 30 anni la produzione agricola e zootecnica ha subito perdite per un valore stimato di 3.800 miliardi di dollari a causa di eventi calamitosi, pari a una perdita media di 123 miliardi di dollari all’anno o al 5% del prodotto interno lordo (PIL) agricolo mondiale. Una donna porta via l’acqua dopo un’alluvione (Ifad) La pubblicazione della FAO, dal titolo “L’impatto dei disastri sull’agricoltura e la sicurezza alimentare” è la prima stima globale degli effetti delle calamità naturali sulla produzione agricola, in particolare coltivazioni e bestiame, e sottolinea inoltre che le cifre potrebbero essere di gran lunga superiori se fossero disponibili dati sistematici sui sottosettori della pesca, dell’acquacoltura e della silvicoltura. Il rapporto rimarca l’urgente necessità di migliorare i dati e le informazioni sugli effetti delle calamità naturali in tutti i sottosettori dell’agricoltura, al fine di creare una banca dati che possa servire come base su cui costruire e proporre interventi efficaci. Persone colpite dalle inondazioni si recano a prendere acqua potabile, Kurigram, Bangladesh, 2020 (FAO) “L’agricoltura è uno dei settori maggiormente esposti e vulnerabili al rischio di disastri, data la sua profonda dipendenza dalle risorse naturali e dalle condizioni climatiche: i disastri ricorrenti possono incidere negativamente sulla sicurezza alimentare e minare la sostenibilità dei sistemi agroalimentari”, afferma il Direttore Generale della FAO, QU Dongyu, nella prefazione del rapporto. “Sulla base delle competenze tecniche della FAO, il rapporto illustra le opportunità per far fronte in modo proattivo ai rischi nei sistemi agroalimentari e dimostra come integrare la gestione del rischio di catastrofi nelle pratiche e nelle strategie agricole”. Il rapporto indica che negli ultimi trent’anni le calamità – definite come gravi sconvolgimenti dell’operatività di una comunità o di una società – hanno inflitto le maggiori perdite collaterali ai paesi a reddito medio-basso, fino al 15% del loro PIL agricolo totale. Le calamità naturali hanno inciso in modo notevole anche sui Piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS), causando la perdita di quasi il 7% del loro PIL agricolo. In tutto il mondo gli eventi calamitosi sono aumentati dai 100 all’anno negli anni ‘70 ai circa 400 all’anno nelle ultime 2 decadi: aumentano non solo in termini di frequenza, intensità e complessità, ma è previsto anche un peggioramento dei loro effetti, in quanto gli eventi calamitosi legati al cambiamento climatico amplificano le vulnerabilità sociali e ambientali. Il rapporto sottolinea che le calamità possono produrre effetti a cascata su più sistemi e settori: tra i fattori alla base del rischio di catastrofi troviamo il cambiamento climatico, la povertà, le disuguaglianze, la crescita demografica, le emergenze sanitarie causate dalle pandemie, pratiche come l’uso e la gestione non sostenibile del territorio, i conflitti armati e il degrado ambientale. Gli agricoltori, in particolare i piccoli proprietari dediti all’agricoltura pluviale, sono i soggetti più vulnerabili dei sistemi agroalimentari e sono maggiormente esposti agli effetti delle calamità: implementare buone pratiche per la riduzione del rischio di catastrofi nelle aziende agricole può aiutare i piccoli proprietari a evitare perdite e a rafforzare la loro resilienza. Investire in buone pratiche per la riduzione del rischio di catastrofi nelle aziende agricole può comportare risultati in media 2,2 volte superiori rispetto ai rimedi utilizzati in passato. il conflitto in Medio Oriente del 2026, insieme agli eventi meteorologici estremi e alle riduzioni dell’aiuto pubblico allo sviluppo e dei finanziamenti umanitari, rischia di compromettere i progressi compiuti verso l’eliminazione della fame nel mondo. Impatto ambientale, economico e sociale (del sistema alimentare) La perdita e lo spreco alimentare rappresentano l’8-10% delle emissioni globali di gas serra e contribuiscono a una sostanziale perdita di biodiversità, utilizzando quasi un terzo dei terreni agricoli mondiali. Se la perdita e lo spreco alimentare fossero un Paese, rappresenterebbero la terza maggiore fonte di emissioni di gas serra a livello mondiale. Le conseguenze di questo spreco alimentare sono enormi. Il cibo che non viene mai consumato occupa il 28% della superficie agricola mondiale ( FAO, 2013). L’impronta globale di occupazione del suolo dovuta alla perdita e allo spreco di cibo, ovvero la superficie totale di ettari utilizzati per coltivare cibo che finisce per non essere consumato, è di circa 1,4 miliardi di ettari ( FAO, 2013), più grande del Canada o della Cina. Date le ingenti risorse necessarie per la produzione alimentare, lo spreco alimentare significa anche spreco di terra, acqua, energia e manodopera, con gravi ripercussioni economiche. Circa 190.000 miliardi di litri d’acqua, quasi un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura, vengono consumati in questo processo. Si stima che il costo complessivo delle perdite e degli sprechi alimentari sull’economia globale ammonti a circa 1.000 miliardi di dollari all’anno. I sistemi agroalimentari sono responsabili di circa un terzo delle emissioni antropogeniche totali di gas serra. Le emissioni globali dei sistemi agroalimentari hanno raggiunto i 16,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente (Gt CO2eq) nel 2023, con un aumento del 21% rispetto al 2001. Queste emissioni si generano all’interno delle aziende agricole (a partire dalle attività di produzione vegetale e zootecnica), dai cambiamenti nell’uso del suolo (causati dalla deforestazione, dagli incendi di biomassa e dai processi di degrado delle torbiere, spesso legati alla bonifica dei terreni per scopi agricoli) e nei processi pre e post-produzione (che comprendono la filiera alimentare, dalla trasformazione alla vendita al dettaglio, dal consumo domestico allo smaltimento degli alimenti). Risorse naturali e gas serra Non è solo il cibo che viene sprecato, ma tutte le risorse utilizzate per produrlo, trasformarlo e trasportarlo lungo la filiera alimentare: energia, denaro, terra e acqua. Ad esempio, prendi una patata: dal suolo in cui è coltivata, alle risorse usate per confezionarla, fino al carburante per trasportarla. Se buttiamo via quella patata, stiamo sprecando tutto ciò che è stato impiegato per ottenerla. Rafforzare la resilienza dell’agricoltura alle calamità legate a rischi naturali (OECD) La perdita e lo spreco alimentare sono un significativo contributo al cambiamento climatico. Il diossido di carbonio è generato in ogni fase del sistema alimentare, indipendentemente dal fatto che il cibo venga consumato o meno, lasciando una significativa impronta di carbonio. Inoltre, il cibo che si decompone nelle discariche genera gas serra che hanno un effetto di riscaldamento maggiore, contribuendo in modo significativo alla crisi climatica. Sebbene frutta e verdura siano i principali alimenti sprecati, è la carne che se viene buttata la più grande divoratrice di risorse naturali, molta energia ed acqua (per produrla) Lo spreco alimentare è un fallimento del mercato che porta a buttare via ogni anno cibo per un valore superiore a 1.000 miliardi di dollari. È anche un fallimento ambientale: si stima che lo spreco alimentare generi l’8-10% delle emissioni globali di gas serra e occupa l’equivalente di quasi il 30% dei terreni agricoli mondiali. La conversione degli ecosistemi naturali per l’agricoltura è stata la principale causa della perdita di habitat. I sistemi alimentari contribuiscono a un terzo delle emissioni globali antropogeniche di gas serra e il cambiamento dell’uso del suolo agricolo è la principale causa di perdita di biodiversità. Si prevede che queste tendenze continuino. La produzione alimentare è il principale utilizzatore di suolo, la principale fonte di emissioni globali di metano, un importante fattore che contribuisce alle emissioni totali di gas serra (GHG) e il principale motore della deforestazione e della perdita di biodiversità. Nel 2023, le emissioni globali dei sistemi agroalimentari rappresentavano il 32% delle emissioni totali: hanno raggiunto i 16,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente (Gt CO2eq), con un aumento del 21% rispetto al 2001. Un cambiamento nella nostra dieta diventa quindi una necessità, per restituire le terre sottratte alla natura e con l’obiettivo di sviluppare un’agricoltura sempre più rispettosa degli ecosistemi naturali. Ridurre la perdita e lo spreco alimentare è quindi una soluzione climatica che i paesi e le comunità possono adottare per ridurre le emissioni di gas serra e proteggere le risorse naturali ( IPCC, 2019). Perdita di biodiversità La biodiversità, o diversità biologica, viene definita dalla Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) come la “variabilità tra tutti gli organismi viventi, compresi, tra gli altri, gli ecosistemi terrestri, marini e altri ecosistemi acquatici e i complessi ecologici di cui fanno parte”. E, secondo quanto emerge dal rapporto di Chatham House, sostenuto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e Compassion in World Farming (Food System Impacts on Biodiversity Loss), il sistema alimentare mondiale è la principale causa della perdita di biodiversità. Monocolture intensive di noccioli presso Fabbrica di Roma (Vt) (Foto di Manlio Masucci). Il comparto agricolo rappresenta una minaccia per l’86% delle specie a rischio di estinzione (ben 24.000 su 28.000): la produzione di cibo a basso costo, le monocolture e l’agricoltura intensiva sono le principali cause della perdita di biodiversità. Negli ultimi decenni questa perdita, assieme al tasso di estinzione delle specie, è cresciuta come mai prima d’ora. Il principale responsabile di questa accelerazione è il sistema alimentare mondiale. Negli ultimi 50 anni, la conversione degli ecosistemi naturali per la produzione di colture o pascoli e il paradigma del “cibo economico” sono state le cause principali della perdita di habitat e, di conseguenza, della biodiversità. La produzione agricola intensiva degrada i suoli e gli ecosistemi, riduce la capacità produttiva dei terreni e rende necessaria una produzione alimentare ancora maggiore per tenere il passo con la domanda. Inoltre, continua il Rapporto, l’attuale produzione alimentare dipende in larga misura dall’uso di fattori come fertilizzanti, pesticidi, energia, terra, acqua e da pratiche non sostenibili come la monocoltura. Questi fattori hanno ridotto la varietà di paesaggi e di habitat, mettendo a rischio l’esistenza di uccelli, mammiferi, insetti e organismi microbici. L’impatto di questa corsa al ribasso non si limita però solo alla perdita di biodiversità. Il sistema alimentare globale è uno dei principali motori del cambiamento climatico e rappresenta circa il 30% delle emissioni totali prodotte dall’uomo: un cambiamento nella nostra dieta diventa quindi una necessità, per restituire le terre sottratte alla natura e con l’obiettivo di sviluppare un’agricoltura sempre più rispettosa degli ecosistemi naturali. La biodiversità per l’alimentazione e l’agricoltura è indispensabile per la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile. Fornisce molti servizi ecosistemici vitali, come la creazione e il mantenimento di suoli sani, l’impollinazione delle piante, il controllo dei parassiti e la fornitura di habitat per la fauna selvatica, compresi i pesci e altre specie vitali per la produzione alimentare e il sostentamento agricolo. La diversità biologica rende i sistemi di produzione e i mezzi di sussistenza più resilienti agli shock e alle pressioni, compresi quelli causati dai cambiamenti climatici. È una risorsa fondamentale per aumentare la produzione alimentare limitando al contempo l’impatto negativo sull’ambiente. Contribuisce in vari modi al sostentamento di molte persone, spesso riducendo la necessità per i produttori alimentari e agricoli di ricorrere a input esterni costosi o dannosi per l’ambiente. Sono state coltivate per l’alimentazione oltre 6000 specie vegetali. Meno di 200 contribuiscono in modo significativo alla produzione alimentare a livello globale, regionale o nazionale. Solo 9 rappresentano il 66% della produzione agricola totale. Quasi un terzo degli stock ittici è sovrasfruttato e un terzo delle specie di pesci d’acqua dolce valutate è considerato minacciato. Molte specie, tra cui impollinatori, organismi del suolo e nemici naturali dei parassiti, che contribuiscono a servizi ecosistemici vitali, sono in declino a causa della distruzione e del degrado degli habitat, dello sfruttamento eccessivo, dell’inquinamento e di altre minacce. Si registra anche un rapido declino degli ecosistemi chiave che forniscono numerosi servizi essenziali per l’alimentazione e l’agricoltura, tra cui l’approvvigionamento di acqua dolce, la protezione da tempeste, inondazioni e altri pericoli, e gli habitat per specie come pesci e impollinatori. Esistono ancora 7.745 razze locali di bestiame. Il 26% di queste è a rischio di estinzione. Lo stato di rischio del 67% è sconosciuto. Solo il 7% non è a rischio. Solo 14 delle oltre 30 specie di mammiferi e uccelli domestici forniscono il 90% dell’approvvigionamento alimentare umano proveniente da animali da allevamento. Delle circa 8 800 razze di animali da allevamento esistenti il 7% sono già estinte e il 17% a rischio di estinzione. Inoltre, continua il report, il nostro sistema alimentare contribuisce in maniera importante alle emissioni di gas serra, determinando una serie di reazioni a catena. In primis determina il cambiamento climatico, che a sua volta degrada ulteriormente gli habitat e fa sì che le specie si disperdano in altri luoghi. A sua volta questo comportamento mette nuove specie in contatto e in competizione tra loro, creando le condizioni per l’insorgenza di malattie infettive. Se non si interviene riformando il sistema alimentare, si legge nel documento, la perdita di biodiversità continuerà ad accelerare e la distruzione degli habitat minaccerà la capacità di sostenere le popolazioni. Investimenti responsabili, cambiamenti nella dieta e soluzioni di mitigazione per il clima sono le principali soluzioni. Soluzioni e prospettive Ridurre le perdite e gli sprechi alimentari contribuisce a proteggere le risorse naturali e la biodiversità, a ridurre l’inquinamento e le emissioni di gas serra e a massimizzare l’utilizzo del cibo prodotto. È quindi fondamentale per garantire sistemi agroalimentari efficienti, inclusivi, resilienti e sostenibili e per migliorare la sicurezza alimentare, la nutrizione e la salute. Abbracciare l’innovazione e promuovere approcci di economia circolare nei sistemi agroalimentari per prevenire, ridurre, riutilizzare e riciclare le perdite e gli sprechi alimentari contribuisce anche a creare nuove opportunità di lavoro, a migliorare le condizioni di vita e a generare benefici economici per una vasta gamma di soggetti interessati. Dimezzare lo spreco alimentare globale entro il 2030 è una delle massime priorità delle Nazioni Unite. È infatti uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’organizzazione. È giunto il momento che tutti – dai produttori, agli investitori, alle imprese e agli attori della filiera agroalimentare, fino ai consumatori di ogni età, al mondo accademico e della ricerca, alla società civile e ai settori pubblico e privato – agiscano con urgenza per ampliare e rafforzare gli sforzi, sia individuali che collettivi, volti a ridurre le perdite e gli sprechi alimentari e a garantire un mondo con sicurezza alimentare, ora e in futuro. Riforma del sistema alimentare mondiale Il nostro sistema alimentare globale è la principale causa della perdita di biodiversità: basti pensare che soltanto il comparto agricolo rappresenta una minaccia per ben 24.000 delle 28.000 specie a rischio di estinzione, cioè l’86%. Valutazione dei servizi ecosistemici negli agroecosistemi zootecnici (FAO) L’UNEP chiede urgenti riforme dei sistemi alimentari, concentrandosi su tre azioni necessarie per la trasformazione del sistema alimentare a sostegno della biodiversità: In primo luogo, i modelli alimentari globali devono evolversi verso diete più ricche di vegetali, principalmente a causa dell’impatto sproporzionato dell’allevamento animale sulla biodiversità, sull’uso del suolo e sull’ambiente. Tale cambiamento, unito alla riduzione degli sprechi alimentari globali, ridurrebbe la domanda e la pressione sull’ambiente e sul suolo, apporterebbe benefici alla salute delle popolazioni di tutto il mondo e contribuirebbe a ridurre il rischio di pandemie. In secondo luogo, è necessario proteggere e destinare più terre alla natura. I maggiori benefici per la biodiversità si otterranno preservando o ripristinando interi ecosistemi. Pertanto, dobbiamo evitare la conversione dei terreni all’agricoltura. Un cambiamento nelle abitudini alimentari umane è essenziale per preservare gli ecosistemi autoctoni esistenti e ripristinare quelli che sono stati distrutti o degradati. In terzo luogo, dobbiamo praticare un’agricoltura più rispettosa della natura e della biodiversità, limitando l’uso di input e sostituendo la monocoltura con pratiche agricole di policoltura. Un cambiamento nelle abitudini alimentari è necessario per consentire il ritorno dei terreni alla natura e per permettere un’ampia diffusione di pratiche agricole rispettose dell’ambiente, senza aumentare la pressione per la conversione dei terreni naturali in aree agricole. Quanto più si adotterà la prima azione, ovvero il cambiamento delle abitudini alimentari, tanto maggiori saranno le possibilità di intraprendere la seconda e la terza. La riduzione di sprechi e rifiuti alimentari Lo spreco alimentare è un problema economico, ambientale e sociale. Ridurre lo spreco alimentare rappresenta un’opportunità per ridurre i costi e affrontare alcune delle maggiori problematiche ambientali e sociali del nostro tempo: la lotta al cambiamento climatico e il contrasto all’insicurezza alimentare e alla povertà. Come ridurre gli sprechi alimentari, secondo la FAO Siccome oltre la metà degli sprechi di cibo avviene in ambito familiare e domestico, tutti noi siamo chiamati in prima persona a rispondere, mettendo in atto attitudini e attenzioni particolari. Ridurre le perdite e gli sprechi alimentari può avere un impatto positivo sia sui profitti dei fornitori, che sul benessere dei consumatori. E, se proprio, alla fine della fiera, nonostante i tentativi di ridurre al minimo gli sprechi, qualcosa avanza, cerchiamo di renderlo produttivo e utile. I rifiuti tutti (plastica, RAEE, tessili, C&D), anche quelli alimentari, possono diventare risorsa (ad es., compost o biogas). La giustificazione economica per la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari va oltre il mero aspetto commerciale, includendo i benefici per la società nel suo complesso. In primo luogo, la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari può migliorare la produttività e quindi contribuire alla crescita economica. della società nel suo complesso. In secondo luogo, la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari può migliorare la sicurezza alimentare o lo stato nutrizionale delle persone più insicure. In terzo luogo, può contribuire a mitigare gli impatti ambientali negativi delle perdite e degli sprechi alimentari in termini di emissioni di gas serra e pressione sulle risorse idriche e del suolo. Consumi sostenibili, frutta e verdura di stagione, spese intelligenti e porzioni più piccole, possono essere un antidoto al cibo scaduto, marcio, da buttare. Nata con questi propositi, l’App “TooGoodToGo” prova a combattere lo spreco di cibo, permettendo a ristoratori e commercianti di svendere il prodotto in eccesso che andrebbe altrimenti smaltito o buttato, con forti sconti per il cliente. Dimezzare lo spreco alimentare globale entro il 2030 è una delle massime priorità delle Nazioni Unite: è infatti uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’organizzazione. L’SDG 12.3 riveste un ruolo chiave nel raggiungimento di altri Obiettivi di sviluppo sostenibile, tra cui quelli relativi a Fame Zero (SDG 2), Città Sostenibili (SDG 11) e Lotta contro il cambiamento climatico (SDG 13). Ma, ad oggi, il mondo è seriamente in ritardo rispetto all’obiettivo di dimezzare gli sprechi e le perdite alimentari pro capite entro il 2030, dato che ogni giorno vengono sprecati oltre 1 miliardo di pasti di cibo commestibile. FAQs Spreco alimentare Perché è importante ridurre le perdite e gli sprechi alimentari? Ridurre le perdite e gli sprechi alimentari è importante per una serie di ragioni, economiche, sociali, ambientali. Le perdite e gli sprechi alimentari hanno un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione e sono responsabili di una percentuale stimata tra l’8 e il 10% delle emissioni globali di gas serra. Inoltre, causano inquinamento ambientale, degrado degli ecosistemi naturali e perdita di biodiversità. A livello globale, nel 2022, oltre il 13% del cibo è stato perso nella filiera alimentare (dopo il raccolto nelle aziende agricole e prima della fase di vendita al dettaglio). Un ulteriore 19% viene sprecato a livello di vendita al dettaglio, ristorazione e consumo domestico. Mentre 783 milioni di persone soffrivano la fame e un terzo della popolazione mondiale si trovava in condizioni di insicurezza alimentare, ben 1,05 miliardi di tonnellate di cibo all’anno sono andate sprecate. Che cos’è la sicurezza alimentare? La sicurezza alimentare esiste quando le persone hanno accesso a una quantità di cibo sicuro e nutriente sufficiente per una crescita e uno sviluppo normali e per una vita attiva e sana. Una definizione ufficiale è stata fornita al Vertice mondiale sull’alimentazione del 1996 a Roma e ulteriormente rivista nel 2001. Ci sono quattro fattori fondamentali che influenzano la sicurezza alimentare di una persona: uso, accesso, disponibilità e stabilità. L’insicurezza alimentare, invece, si riferisce a quando le condizioni sopra citate non sussistono. L’insicurezza alimentare cronica si ha quando una persona non è in grado di consumare cibo sufficiente per un periodo prolungato per mantenere una vita normale, attiva e sana. L’insicurezza alimentare acuta è quella che minaccia la vita o i mezzi di sostentamento delle persone. Perché la sicurezza alimentare è così importante? La sicurezza alimentare è un imperativo morale, in quanto tutte le persone dovrebbero avere un accesso uguale e illimitato al cibo. Oltre a questo, la sicurezza alimentare è un investimento in una più ampia stabilità e sicurezza. In caso di insicurezza alimentare, si verificano spostamenti di persone e una maggiore instabilità che può ripercuotersi in tutti i Paesi, le regioni e oltre. Che differenza c’è tra fame e insicurezza alimentare? Nel 2025, circa il 25,8 percento della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) ha vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave, mentre il 7,8 percento della popolazione mondiale ha sofferto la fame, circa 645 milioni di persone. Una persona è esposta a insicurezza alimentare quando non ha accesso a quantità sufficienti di cibo nutriente per crescere, svilupparsi normalmente e avere una vita attiva e in buona salute, il che può essere dovuto all’indisponibilità di cibo e/o alla mancanza di risorse per procurarselo. La “fame” è una spiacevole sensazione causata dall’insufficiente assunzione di cibo. Tuttavia, molte persone che non sono “affamate” (cioè non provano un malessere fisico) possono comunque essere esposte a insicurezza alimentare: magari hanno accesso al cibo, ma non sanno per quanto tempo sarà disponibile e potrebbero essere costrette a ridurne la qualità e/o le quantità per sopravvivere. La condizione di insicurezza alimentare ha notevoli ripercussioni sulla salute mentale, sul benessere fisico e sulla società. Quante persone soffrono di insicurezza alimentare? Nel 2025, circa il 25,8 percento della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) ha vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave, il che significa che in alcuni casi è stata costretta a scendere a compromessi sulla qualità o sulla quantità del cibo consumato. Secondo la FAO, il 7,8 percento della popolazione mondiale ha sofferto la fame, circa 645 milioni di persone. Quali sono le cause dell’insicurezza alimentare? Conflitti, condizioni meteorologiche estreme e shock economici sono i principali fattori di insicurezza alimentare, spesso sovrapposti e interconnessi. Le persone sfollate dalle loro case e dalle loro fonti di reddito sono tra i gruppi più vulnerabili. Ci sono quattro fattori fondamentali che influenzano la sicurezza alimentare di una persona: uso, accesso, disponibilità e stabilità. In che modo le diverse stagioni influiscono sulla sicurezza alimentare? Il calendario agricolo è molto importante per la sicurezza alimentare. Il periodo precedente al raccolto è spesso la stagione di magra, quando le persone tendono ad avere poche scorte alimentari in casa, il cibo è meno disponibile nei mercati e i prezzi sono alti. Al contrario, subito dopo il raccolto, c’è più abbondanza e il cibo è molto più economico. Una scarsa stagione delle piogge può avere un effetto devastante sui raccolti e quindi sulla sicurezza alimentare delle persone. Qual è la più grande organizzazione al mondo che si occupa di assistenza alimentare? Il Programma alimentare mondiale (PAM), istituita da FAO e ONU, è la più grande organizzazione umanitaria del mondo che si occupa di assistenza alimentare (assiste circa 100 milioni di persone in 78 paesi del mondo). Esiste una misurazione della sicurezza alimentare concordata a livello globale? Sì. Lo standard globale per misurare la sicurezza alimentare è la Classificazione Integrata delle Fasi della Sicurezza Alimentare, o IPC. Descrive cinque livelli, da “nessuna/minima insicurezza alimentare” (IPC fase 1) a “catastrofe” o “carestia” (IPC fase 5). L’IPC coinvolge oltre 20 partner, tra cui governi, agenzie delle Nazioni Unite e ONG, che condividono i dati e utilizzano i risultati per aiutare a progettare programmi che rispondano adeguatamente ai bisogni delle persone. Il PAM raccoglie informazioni utilizzando indicatori di sicurezza alimentare consolidati, come ad esempio il Food Consumption Score, che l’agenzia utilizza da oltre due decenni. Queste informazioni supportano le operazioni del PAM e sono anche una fonte principale per l’IPC. Laddove non sono disponibili dati IPC, vengono utilizzate altre misure equivalenti, ad esempio il cosiddetto Cadre Harmonise in Africa occidentale o il metodo CARI del PAM. Cosa puoi fare contro lo spreco alimentare? Le scelte quotidiane contano: scegliendo un’alimentazione nutriente e diversificata e riducendo gli sprechi alimentari, possiamo contribuire a creare un sistema agroalimentare più sostenibile. Al tempo stesso, possiamo sostenere la tutela della terra, delle risorse idriche e della biodiversità e tenerci aggiornati. Una maggiore consapevolezza di come viene prodotto e distribuito il cibo rafforza queste scelte a livello individuale, familiare, comunitario e nazionale. Le nostre scelte quotidiane definiscono il mondo in cui viviamo. Bibliografia: Blunden et al., State of the Climate in 2023, BAMS, agosto 2024 Chatham House, The water footprints of global food and agriculture trade, 2025 Chatham House, Aligning food systems with climate and biodiversity targets, 2022 Chatham House, Food system impacts on biodiversity loss, 2021 Davis et al., Net-zero emissions energy systems, 2018 EEA, Imagining a sustainable Europe in 2050, 2025 FAO, OMS, IFAD, WFP, The State of Food Security and Nutrition in the World, 2026 FAO, WFP, GNAFC, Global Report on Food Crises, 2026 FAO, Greenhouse gas emissions from agrifood systems, 2025 FAO, The Impact of Disasters on Agriculture and Food Security, 2023 FAO, The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture, 2019 FAO, Global Food Losses and Food Waste, 2011 Fawzy et al., Strategies for mitigation of climate change: a review, 2020 IEA, Net Zero by 2050, 2021 IEA, Net Zero Roadmap. A Global Pathway to Keep the 1.5 °C Goal in Reach, 2023 IPCC, AR6 Synthesis Report: Climate Change 2023 IUCN, Global Standard for Nature-based Solutions, 2020 JRC, GHG emissions of all world Countries, 2024 Legambiente, Rapporto Città Clima, 2024 Legambiente, Comuni ricicloni, 2026 OECD, A place-based approach to climate action and resilience, 2025 OECD/FAO, Rafforzare la Resilienza Dell’agricoltura Alle Calamità Legate a Rischi Naturali: Approfondimenti da studi di caso nazionali, 2021 ONU, The Sustainable Development Goals Report 2026 UNEP, Adaptation Gap Report 2023 UNEP, Nature-based Solutions for climate change mitigation, 2021 UNICEF, ISS, Il peso è giusto?, 2025 UNICEF, Child food poverty report, 2024 WMO, State of the Global Climate 2024, marzo 2025 WWF, Driven to Waste: Global Food Loss on Farms, 2021 Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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