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Indice degli argomenti Toggle Italia, un grande utilizzatore d’acqua con infrastrutture ancora fragiliDepurazione, infrazioni e qualità delle acque in ItaliaPo, PFAS e ghiacciai: i tre osservati speciali dell’acqua in ItaliaIl Po come infrastruttura idrica strategicaPFAS, contaminazione persistente e rischio sanitario-ambientaleGhiacciai e neve: meno accumulo, più instabilitàDalla risorsa naturale alla risorsa strategicaFAQ Acqua, reti e crisi idrica in ItaliaQuali sono i principali problemi dell’acqua in Italia oggi?Quanta acqua si perde nelle reti idriche italiane?Perché il Po è così importante per il sistema idrico italiano?Che impatto hanno i PFAS sulle risorse idriche?In che modo la crisi climatica sta cambiando la disponibilità di acqua in Italia? L’acqua torna al centro del dibattito ambientale, industriale e territoriale. Non soltanto perché la crisi climatica ne altera disponibilità, qualità e stagionalità, ma perché la risorsa idrica sta diventando sempre più un indicatore trasversale della resilienza dei sistemi economici e infrastrutturali. L’Atlante dell’acqua 2026, realizzato da Legambiente con Heinrich-Böll-Stiftung Francia & Italia, legge il tema a 360°, considerando l’acqua come diritto, come infrastruttura naturale, come fattore produttivo e come cartina di tornasole delle fragilità contemporanee, dallo scioglimento dei ghiacciai ai PFAS, fino ai data center e all’intelligenza artificiale (basti pensare che 20 ricerche online consumano circa 10 millilitri d’acqua). A pochi giorni dalla Giornata mondiale dell’Acqua, il dossier ricorda che ogni anno vengono estratti circa 4.000 km³ di acqua da falde, fiumi e laghi e che il 72% del consumo mondiale di acqua dolce è destinato alla produzione alimentare. Allo stesso tempo, 3,2 miliardi di persone vivono in aree agricole con scarsità idrica, mentre in Europa il raggiungimento del buono stato ecologico dei corpi idrici resta lontano: meno del 40% delle acque superficiali è in condizioni soddisfacenti. L’Italia si conferma tra i paesi con i più alti prelievi di acqua potabile in Europa e mostra criticità strutturali molto marcate: dispersioni di rete elevate, squilibri territoriali, ritardi nella depurazione, vulnerabilità crescente dei grandi sistemi idrici e una pressione ambientale che si manifesta sia nei bacini fluviali sia nelle aree montane da cui dipende una parte decisiva del bilancio idrologico nazionale. Nel quadro internazionale, l’Atlante ricorda che il riscaldamento globale sta intensificando i problemi idrologici: un’atmosfera più calda trattiene più umidità e aumenta la probabilità di precipitazioni intense, mentre alluvioni improvvise e siccità prolungate si susseguono con maggiore frequenza. Il dossier evidenzia inoltre che una quota molto ridotta degli eventi meteorologici è responsabile di una parte significativa delle perdite economiche globali e che, in Europa, meno del 40% delle acque superficiali raggiunge un buono stato ecologico. Le aree più esposte alla scarsità idrica si concentrano soprattutto in Medio Oriente, Nord Africa, India, nord della Cina e sud-ovest degli Stati Uniti, confermando come l’acqua sia sempre più anche una questione geopolitica oltre che ambientale. Italia, un grande utilizzatore d’acqua con infrastrutture ancora fragili L’Atlante evidenzia che nel 2022 in Italia i prelievi di acqua per uso potabile hanno raggiunto 9,1 miliardi di metri cubi, pari a 155 m³ annui per abitante. Si tratta di un valore che colloca il Paese ai vertici europei per quantità prelevata, ben al di sopra di molti altri Stati membri. Il Report segnala inoltre che circa l’85% dell’approvvigionamento idropotabile italiano deriva da acque sotterranee, quindi da pozzi e sorgenti, mentre il restante 15% proviene in prevalenza da acque superficiali. Il nostro sistema è dunque fortemente dipendente dalla qualità e dalla disponibilità delle falde, con tutte le implicazioni che ne derivano in termini di vulnerabilità ai periodi siccitosi, contaminazione e stress climatico. Il vero nodo, però, è la rete. Secondo i dati dell’Atlante, nel 2022 il volume disperso nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile è stato pari a 3,4 miliardi di metri cubi, cioè il 42,4% dell’acqua immessa in rete. In termini pro capite, significa 157 litri al giorno per abitante persi lungo il sistema. È una quota molto elevata, soprattutto se confrontata con la media tipica dei Paesi ad alto reddito, dove le perdite di rete si collocano generalmente tra il 10% e il 20%. Si conferma inoltre un forte divario territoriale: i livelli più critici si registrano in alcune regioni del Mezzogiorno, con punte superiori al 60% in Basilicata e Abruzzo, mentre i valori più contenuti si osservano nella provincia autonoma di Bolzano, in Emilia-Romagna e in Valle d’Aosta. Acqua: i numeri dell’Italia Indicatore Valore Significato Prelievi di acqua potabile in Italia (2022) 9,1 miliardi di m³ Confermano l’elevata pressione sulla risorsa idrica a livello nazionale. Prelievo annuo per abitante 155 m³ Colloca l’Italia tra i Paesi europei con i maggiori prelievi pro capite di acqua potabile. Quota di approvvigionamento da acque sotterranee 85% Evidenzia la forte dipendenza del sistema idropotabile italiano da falde e sorgenti. Acqua dispersa nelle reti 3,4 miliardi di m³ Misura l’inefficienza infrastrutturale del sistema di distribuzione. Perdite sulla rete idrica 42,4% Indica una criticità strutturale che incide su disponibilità, costi e resilienza del servizio. Picchi di perdita in alcune regioni del Mezzogiorno Oltre il 60% Segnalano forti squilibri territoriali nella qualità e nell’efficienza delle reti. Acque reflue trattate in conformità alla normativa 56% Mostra il ritardo italiano sul fronte depurativo rispetto agli standard europei. Media UE delle acque reflue trattate in conformità 76% Evidenzia il divario tra Italia e media comunitaria sul trattamento delle reflue. Depurazione, infrazioni e qualità delle acque in Italia Oltre alle perdite, l’Atlante evidenzia un secondo fronte critico: quello della depurazione e della conformità normativa. Nel documento si ricorda che sull’Italia risultano attive sei procedure europee di infrazione: una relativa alle acque potabili, una alla Direttiva Nitrati e quattro legate a fognature e depurazione. Nel gennaio 2026 è stata aperta un’ulteriore procedura riferita alla Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE. L’Atlante segnala che solo il 56% delle acque reflue in Italia viene trattato in conformità alla normativa, contro una media UE del 76%. Un deficit che si riflette sulla qualità ambientale dei corpi idrici: gli scarichi non adeguatamente trattati incidono sulla qualità del 25% dei fiumi, del 22% dei laghi e di oltre il 50% delle acque costiere. In parallelo, il dossier richiama la revisione della normativa europea sulle acque reflue urbane (Direttiva 2024/3019), e segnala che in Italia il DPR approvato nel novembre 2025 sul riutilizzo delle acque reflue affinate ha definito un quadro normativo più chiaro per il riuso a fini irrigui, ambientali, civili e industriali. Po, PFAS e ghiacciai: i tre osservati speciali dell’acqua in Italia Nel focus dedicato all’Italia, l’Atlante mette in evidenza tre questioni particolarmente emblematiche della fragilità del Paese: il bacino del Po, l’inquinamento da PFAS e il rapido arretramento della criosfera alpina. Il Po come infrastruttura idrica strategica Intorno al Po, grande fiume italiano, con un bacino di circa 71.000 km², pari al 24% del territorio nazionale, vivono oltre 16 milioni di persone. È una piattaforma idrica, agricola ed ecosistemica essenziale per il Nord Italia, ma è esposto a pressioni multiple: inquinamento chimico, microplastiche, crisi idriche e forte domanda per l’irrigazione. Nel distretto del Po vengono prelevati ogni anno oltre 20 miliardi di m³ d’acqua, di cui quasi il 75% destinato agli usi irrigui. Il fiume è inoltre indicato come uno dei principali vettori di plastica verso l’Adriatico, mentre la Riserva MAB UNESCO Po Grande è un modello di tutela e sviluppo sostenibile del bacino fluviale. PFAS, contaminazione persistente e rischio sanitario-ambientale I PFAS sono tra gli inquinanti più pervasivi e persistenti, capaci di accumularsi in acqua, suolo, cibo e organismi viventi. Nel caso italiano, l’Atlante richiama soprattutto il Veneto, dove circa 350.000 persone sarebbero state esposte per decenni. Si tratta di una sfida centrale della sicurezza idrica europea, anche alla luce dell’emersione di molecole sostitutive che rischiano di mantenere alta la pressione sugli ecosistemi acquatici e sui sistemi di trattamento. Ghiacciai e neve: meno accumulo, più instabilità Sul fronte alpino, il documento segnala che tra il 2000 e il 2023 i ghiacciai delle Alpi e dei Pirenei hanno perso circa il 39% della loro massa. Se la traiettoria non cambierà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri in Europa centrale potrebbe scomparire. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve al suolo sono diminuiti mediamente di 20-30 giorni rispetto ai primi anni Duemila, con deficit dell’equivalente idrico nivale fino al 70%. Le conseguenze riguardano direttamente la disponibilità idrica, la portata dei corsi d’acqua, la produzione idroelettrica e la stabilità dei versanti, aggravata dal degrado del permafrost. Dalla risorsa naturale alla risorsa strategica L’Atlante dell’acqua 2026 conferma che l’acqua non può più essere letta come materia esclusivamente ambientale. È una questione industriale, energetica, sanitaria e geopolitica. Il dossier dedica spazio anche ai consumi idrici della digitalizzazione, ricordando che i data center e l’AI hanno un’impronta crescente: entro il 2030, in Europa, il consumo idrico dei data center per il raffreddamento potrebbe eguagliare quello di una grande città come Monaco di Baviera; l’AI, inoltre, potrebbe arrivare entro il 2027 a consumare globalmente fino a sei volte l’acqua della Danimarca. A questa pressione si aggiunge quella legata all’estrazione delle materie prime strategiche per la transizione. Rame, litio e terre rare sono indispensabili per energie rinnovabili, mobilità elettrica e dispositivi digitali, ma la loro produzione è altamente idro-intensiva: secondo l’Atlante, per ottenere un chilogrammo di rame servono circa 97 litri d’acqua, mentre per un chilogrammo di litio il fabbisogno può variare tra 400 e 2.000 litri. Il dossier segnala inoltre che la domanda di terre rare potrebbe più che raddoppiare entro il 2040 e che quella di litio potrebbe crescere fino a tredici volte, in un contesto in cui oltre la metà della produzione globale di rame e litio si concentra in aree già esposte a stress idrico e rischi climatici. Per l’Italia, tuttavia, il messaggio più urgente resta quello infrastrutturale e territoriale. Perdite di rete, ritardi depurativi, contaminazione diffusa, vulnerabilità dei grandi bacini e arretramento delle riserve nivoglaciali compongono un quadro che non autorizza più approcci frammentati; è necessaria una gestione integrata della risorsa idrica, capace di connettere adattamento climatico, investimenti sulle reti, riuso, monitoraggio avanzato, qualità ambientale e pianificazione di lungo periodo. L’acqua diventa un banco di prova anche per la transizione energetica e per la tenuta dei territori. Non solo perché senza acqua non c’è agricoltura, industria o produzione elettrica, ma perché la capacità di governarne disponibilità e qualità sarà sempre più decisiva per la competitività e la sicurezza del Paese. FAQ Acqua, reti e crisi idrica in Italia Quali sono i principali problemi dell’acqua in Italia oggi? Secondo l’Atlante dell’acqua 2026, le criticità principali sono l’elevato prelievo di acqua potabile, le perdite di rete pari al 42,4%, i ritardi nella depurazione, le procedure europee di infrazione, la contaminazione da PFAS e gli impatti della crisi climatica su fiumi, falde e ghiacciai. Quanta acqua si perde nelle reti idriche italiane? Nel 2022 nelle reti comunali di distribuzione si sono persi 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua, equivalenti al 42,4% dell’acqua immessa in rete. In alcune regioni del Mezzogiorno le perdite superano il 60%. Perché il Po è così importante per il sistema idrico italiano? Il Po è il principale asse idrico del Nord Italia: il suo bacino copre circa il 24% del territorio nazionale, serve oltre 16 milioni di abitanti e sostiene una delle aree agricole più produttive d’Europa. Proprio per questo le crisi idriche, l’inquinamento e la pressione irrigua sul bacino hanno effetti sistemici. Che impatto hanno i PFAS sulle risorse idriche? I PFAS sono sostanze persistenti e mobili che contaminano acqua, suolo e catena alimentare. L’Atlante li presenta come una delle maggiori sfide della sicurezza idrica europea e richiama, per l’Italia, il caso del Veneto come il più grave. In che modo la crisi climatica sta cambiando la disponibilità di acqua in Italia? La crisi climatica altera il ciclo idrologico con periodi siccitosi più intensi, eventi estremi più frequenti, minore accumulo nivale e rapido arretramento glaciale. Questo riduce la capacità di regolazione naturale della risorsa e aumenta la vulnerabilità di territori, ecosistemi e sistemi produttivi. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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