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Italia a rischio idrico, infrastrutture obsolete e sprechi crescenti minano la disponibilità di acqua

Con reti datate e manutenzione insufficiente, il Paese perde milioni di metri cubi d’acqua all’anno; la crisi idrica in Italia è resa più grave da siccità, alluvioni e una gestione inefficace delle risorse. la dissalazione e nuovi investimenti rappresentano le strategie per garantire sicurezza e sostenibilità.

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Italia a rischio idrico, infrastrutture obsolete e sprechi crescenti minano la disponibilità di acqua

L’Italia da anni convive con un grosso problema legato all’acqua. Le infrastrutture idriche sono vecchie e senza alcuna manutenzione, fattori che aumentano il rischio di inefficienze e sprechi.

Con 6,5 miliardi di metri cubi di acqua persi ogni anno nell’Ue, a causa di tubature mal tenute, e con eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, siamo di fronte a un bisogno urgente di affrontare le sfide legate all’acqua”.  È quanto ha dichiarato a maggio il vicepresidente Ance e presidente Fiec, durante la conferenza annuale della Federazione dell’industria europea delle costruzioni.

Quanto sono vecchie le infrastrutture

L’Italia deve affrontare con urgenza il problema dell’obsolescenza delle sue infrastrutture idriche. “Con un’età media di 58 anni per i grandi invasi e una rete idrica in cui il 22% delle condutture ha oltre mezzo secolo, il rischio di inefficienze e sprechi è altissimo – sottolinea Benedetta Brioschi, responsabile della practice Food&Retail&Sustainability di The European House – Ambrosetti durante la presentazione del Libro Bianco 2025 “Valore Acqua per l’Italia”-.

Quanto sono vecchie le infrastrutture idriche in italia

A questo ritmo, servirebbero 250 anni per rinnovare l’intera rete: investire in digitalizzazione e circolarità significa garantire sicurezza idrica, sostenibilità e sviluppo economico per il Paese.

Investimenti ancora troppo indietro

C’è bisogno quindi di investire sulle infrastrutture idriche, ma la strada è ancora molto in salita. Soltanto l’11% dei 2.023 progetti finanziati dal “Fondo europeo di sviluppo regionale” nel ciclo di programmazione 2014-2020, dedicati a risorse idriche e acque reflue, è stato effettivamente completato. I dati sono del Centro Studi Enti Locali.

Secondo l’analisi, oltre otto progetti su dieci (83%) sono ancora in corso, mentre 58 (pari al 3% del totale) non risultano nemmeno avviati. Nel ciclo precedente, 2007-2013, i progetti completati erano stati esattamente la metà di quelli programmati, 1.145 su 2.273. Nel ciclo anteriore, 2000-2006, invece, la percentuale di completamento era stata significativamente più alta: 1.402 su 1.726, pari all’81% del totale.

La tipologia di progetti più ricorrenti sono gli interventi di ammodernamento, estensione o manutenzione delle reti di distribuzione dell’acqua in ambito urbano, quelli relativi alle opere di collettamento e smaltimento acque reflue domestiche e industriali, la realizzazione o il potenziamento di impianti per il trattamento delle acque reflue, le infrastrutture per il prelievo e il trasporto dell’acqua per usi civili e industriali e i  progetti a supporto dell’agricoltura e dell’efficienza nell’uso irriguo dell’acqua.

Acque sempre più sporche

La scarsa manutenzione delle tubature porta ad avere delle acque più sporche, non controllate e con il rischio che contengano contaminanti come microplastiche e metalli. In Italia, circa un corso d’acqua su otto subisce scarichi incontrollati, causati dal deflusso delle acque in città e dal malfunzionamento dei sistemi fognari durante eventi meteo estremi.

In Italia acque sempre più sporche

Questo fenomeno, in costante crescita, è legato a una gestione ancora frammentata delle acque meteoriche e a un territorio sempre più impermeabilizzato. In contesti urbani dove oltre il 90% dell’acqua piovana scorre in superficie senza infiltrarsi nel suolo, il rischio di allagamenti, inquinamento e danni ambientali rappresenta una minaccia costante per la sicurezza delle città italiane.

I dati degli ultimi anni evidenziano che le acque di prima pioggia, che confluiscono rapidamente nei bacini o nei corsi d’acqua, trasportano elevate concentrazioni di contaminanti come microplastiche, idrocarburi, metalli pesanti e agenti patogeni. Ogni evento estremo grava sempre di più sui sistemi fognari, spesso privi di adeguati sfioratori o vasche di prima pioggia, con effetti diretti sulla qualità delle acque superficiali e sotterranee.

L’Italia ha dunque un problema con l’acqua e c’è necessità di una gestione più sostenibile delle risorse idriche in un contesto sempre più instabile, aggravato dai cambiamenti climatici. Ma da dove si può partire?

Gli sprechi nell’agricoltura

Per esempio dall’agricoltura; secondo il SNPA – Sistema nazionale protezione ambiente, il settore agricolo è il maggior consumatore, utilizzando il 57% delle risorse idriche totali, seguito dagli usi civili (31%) e industriali (12%).

Acqua: gli sprechi in agricoltura

Solo il 46% dei terreni irrigati impiega acque reflue depurate, segnalando un potenziale ancora inespresso in termini di efficienza idrica. Inoltre, l’agricoltura è particolarmente esposta alla crisi climatica: negli ultimi quattro anni, sono stati registrati 96 eventi meteorologici estremi legati all’acqua, tra cui grandinate (58%), siccità (27%) e allagamenti (10%), che hanno compromesso gravemente le coltivazioni italiane.

E l’Italia punta sulla dissalazione

Proprio per far fronte alla crescente scarsità di risorse idriche, l’Italia sta puntando sulla dissalazione. Durante il Primo Simposio Nazionale sulla Dissalazione in luglio, il The European House – Ambrosetti (Teha) ha affermato che entro il 2030, il Paese punta a dissalare un milione di metri cubi di acqua al giorno, con una crescita media annua del 6% rispetto al volume registrato nel 2010.

L'Italia punta a dissalare un milione di metri cubi di acqua al giorno entro il 2030

Tra marzo e aprile 2025, la Cabina di Regia per la crisi idrica ha individuato come interventi prioritari e urgenti la realizzazione di dissalatori mobili a Gela, Porto Empedocle e Trapani, con una portata complessiva di 96 litri al secondo per ciascun impianto. Tra i grandi progetti previsti nel prossimo quinquennio figurano anche Palermo (70.000 m³/giorno con un investimento di circa 180 milioni di euro), Taranto (oltre 55.000 m³/giorno e 100 milioni di euro) e Brindisi (80.000 m³/giorno e 100 milioni di euro).

L’analisi di Teha evidenzia come gran parte degli impianti attivi in Italia sia di piccole dimensioni, con una capacità inferiore a 1.000 m³ al giorno. Critica è anche l’età delle strutture: circa la metà risale a prima del 2000, evidenziando l’urgenza di interventi di ammodernamento e ristrutturazione. L’acqua dissalata è impiegata prevalentemente nel settore industriale, che assorbe oltre il 68% della capacità complessiva, mentre l’uso potabile resta ancora marginale.

Mancata manutenzione e dighe troppo vecchie, quanta acqua si può recuperare

A proposito della vecchiaia degli impianti, nelle grandi dighe italiane quasi 6,5 miliardi di metri cubi di acqua, fondamentali per gestire i mesi estivi, rimangono inutilizzati a causa di mancata manutenzione e ostacoli burocratici, stando al Libro Bianco 2024 Valore Acqua per l’Italia di The European House – Ambrosetti.

Mancata manutenzione e dighe troppo vecchie, quanta acqua si può recuperare

Attualmente, i 532 grandi invasi italiani hanno una capacità potenziale di raccogliere fino a 13,8 miliardi di metri cubi d’acqua, a cui si aggiungono circa 800 milioni di metri cubi dai piccoli invasi.

“Tuttavia, mediamente il 33% del loro volume, equivalente a 4,3 miliardi di metri cubi, si perde a causa dell’accumulo di detriti nei fondali (interrimento), con punte che arrivano fino al 48% nei territori del fiume Po – spiega il Libro Bianco – In questo contesto, l’incertezza normativa riguardo alle concessioni idroelettriche ha limitato gli investimenti degli operatori negli ultimi anni. Inoltre, vi sono ulteriori 1,9 miliardi di metri cubi di capacità di raccolta già disponibili nel sistema infrastrutturale attuale di dighe in Italia, ma non ancora autorizzati”.

Dighe che peraltro sono vecchie; queste 532 hanno un’età media di oltre 60 anni e alcune sono vicine a compiere addirittura il secolo di vita, come Liguria (92 anni di età), Valle d’Aosta (84) e Piemonte (82).

Sempre secondo il The European House – Ambrosetti, grazie a investimenti mirati di 33 miliardi di euro, l’Italia potrebbe recuperare 9,5 miliardi di metri cubi di acqua attraverso misure come la riduzione delle perdite, l’aumento del riuso e la raccolta delle acque meteoriche.

FAQ acqua e infrastrutture idriche

Qual è il principale problema delle infrastrutture idriche italiane?

Le infrastrutture idriche italiane sono in gran parte vecchie e mal-manutenute. La rete idrica ha una percentuale significativa di tubature con oltre 50 anni di età, e i grandi invasi hanno un’età media di 58 anni. Questo comporta inefficienze, sprechi e rischi per la qualità dell’acqua.

Quanto investe l’Italia per rinnovare le infrastrutture idriche?

Gli investimenti sono ancora insufficienti. Solo l’11% dei progetti finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale nel ciclo 2014-2020 dedicati a risorse idriche e acque reflue è stato completato, mentre oltre l’80% è ancora in corso.

Quali sono i principali rischi legati alle acque in Italia?

Oltre ai problemi di inefficienza, circa un corso d’acqua su otto subisce scarichi incontrollati dovuti al malfunzionamento dei sistemi fognari e al deflusso urbano delle acque piovane. Ciò aumenta il rischio di inquinamento da microplastiche, metalli pesanti, idrocarburi e agenti patogeni, oltre a causare allagamenti e danni ambientali.

Come influisce il cambiamento climatico sulla crisi idrica?

Eventi meteorologici estremi sempre più frequenti aumentano il carico sui sistemi fognari e sulle reti idriche, accentuando le perdite e i rischi di contaminazione.

Quali soluzioni sta valutando l’Italia per garantire acqua sicura e sufficiente?

Tra le soluzioni c’è la dissalazione. L’Italia punta a dissalare un milione di metri cubi di acqua al giorno entro il 2030, con interventi prioritari già programmati a Gela, Porto Empedocle, Trapani, Palermo, Taranto e Brindisi.

Chi utilizza principalmente l’acqua dissalata in Italia?

La maggior parte dell’acqua dissalata è destinata al settore industriale (oltre il 68% della capacità complessiva), mentre l’uso potabile è ancora limitato.

Quali sono le principali sfide per la gestione dell’acqua piovana nelle città?

In ambito urbano oltre il 90% dell’acqua piovana scorre in superficie senza infiltrarsi nel suolo. La gestione frammentata delle acque meteoriche, unita all’impermeabilizzazione del territorio, aumenta il rischio di allagamenti, inquinamento e danni ambientali.

Quali progetti o soluzioni innovative sono in corso per migliorare la gestione dell’acqua?

Si stanno valutando interventi di ammodernamento delle reti, digitalizzazione e soluzioni Nature-Based, come tetti verdi, zone di infiltrazione e sistemi “città spugna”, che favoriscono la ricarica delle falde e riducono l’impatto degli eventi estremi.


6/11/24

Impianti vecchi, perdite fisiologiche e cambiamento climatico: perché in Italia si spreca così tanta acqua

Esistono soluzioni per affrontare la crisi idrica, ma è essenziale affrontare questo problema con consapevolezza per rinnovare il nostro approccio alla gestione dell’acqua.

Impianti vecchi, perdite fisiologiche e cambiamento climatico: perchè in Italia si spreca così tanta acqua

L’acqua rappresenta un tema complesso e articolato, spesso affrontato dalla politica e dai media di emergenza in emergenza.

Secondo i dati Istat relativi agli anni 2020-2023, nel 2022, il prelievo giornaliero d’acqua è stato di 25 milioni di metri cubi, corrispondenti a 424 litri per abitante. Cifre molto alte, se non fosse però che la quantità di acqua dispersa in distribuzione è quantificabile con 157 litri al giorno per abitante.

Per capire, il volume di acqua disperso nel 2022 soddisferebbe le esigenze idriche di 43,4 milioni di persone per un intero anno, che corrisponde a circa il 75% della popolazione italiana.

Perché l’acqua viene persa

Di fronte a questi dati, sorge spontanea la domanda sulle motivazioni alla base di un notevole spreco di questa risorsa vitale, specialmente in un contesto di crisi climatica.

Secondo l’Istat, le perdite totali della rete sono attribuibili a diversi fattori: uno è un fattore fisiologico, che è presente in tutte le infrastrutture idriche, poiché non esiste un sistema che possa garantire perdite zero. Ma anche e soprattutto la rottura delle condotte e vetustà degli impianti, che contribuiscono in modo significativo al deterioramento della rete.

Le città più sprecone

Legambiente, nel suo rapporto Ecosistema Urbano 2024 presentato a ottobre, traccia il punto sulla rete idrica nazionale.

Il nostro Paese è tra quelli che consumano più acqua in Europa (la media continentale è di 220 litri pro-capite), i soli capoluoghi considerati in Ecosistema Urbano “consumano” 147 litri per abitante al giorno. Purtroppo, le perdite nella rete di distribuzione possono arrivare mediamente fino al 60% dell’acqua distribuita. Basti pensare che un foro di 3 millimetri di larghezza in una condotta può portare a una perdita fino a 340 litri d’acqua al giorno, ovvero al consumo medio di una famiglia.

Perdite d'acqua lungo la rete idrica

Situazione assai frequente, dal momento che le reti idriche italiane sono generalmente vecchie e scarsamente manutenute: il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (la percentuale sale al 70% nei grandi centri urbani) e il 25% di queste ha più di mezzo secolo di vita.

Considerando che è da ritenersi fisiologica una dispersione idrica inferiore al 10-15% dell’acqua immessa in rete, secondo il report le città con meno dispersione sono Pavia (10,2%), Milano (10,9%) e Lecce (11,8%). Sotto al 15% ci sono anche Monza (12,5%) Alessandria (14,7%) Macerata (14,8%), Pordenone (14,9%) e Livorno (15,0%). Solo 8 su 105; tra le peggiori ci sono Chieti con il 70% di perdite, Belluno con il 69,2% e L’Aquila a 68,8%.

Come la crisi climatica influisce sulla gestione idrica

Non solo malagestione, ma a mettere i bastoni tra le ruote c’è anche il cambiamento climatico.

Si prevede che questo influenzerà significativamente la disponibilità di acqua in tutta Europa, a causa di un andamento delle precipitazioni sempre più imprevedibile e di tempeste più intense. Questa situazione porterà a un incremento della carenza idrica, soprattutto nell’Europa meridionale e sudorientale, insieme a un aumento del rischio di inondazioni in gran parte del continente. Le conseguenze interesseranno numerose regioni costiere e interne, così come vari ambienti naturali e specie.

Come la crisi climatica influisce sulla gestione idrica

Alcune conseguenze si sono viste anche in Italia: nel 2022, il Paese ha affrontato una crisi idrica senza precedenti, con una perdita di acqua potabile equivalente al fabbisogno necessario per irrigare circa 641mila ettari di terreno, corrispondente all’intera superficie agricola del Lazio.

Questo quantitativo è paragonabile anche all’acqua consumata annualmente da oltre 14 milioni di persone, un numero che equivale alla popolazione di Lombardia e Piemonte, nonché a quella necessaria per supportare 82mila imprese manifatturiere, rappresentative del tessuto industriale di regioni come Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna.

La disponibilità di acqua quell’anno era di soli 67 km^3, un calo del 52% rispetto alla media del periodo 1951-2022.

Non solo Italia: il caso del Lago Ciad e Aral

Tutte le riserve idriche stanno vivendo un periodo di crisi, dai ghiacciai montani ai corsi d’acqua e ai bacini superficiali (fiumi, laghi, mari) fino alle falde sotterranee, che si stanno riducendo di massa e volume, arrivando in alcuni casi a scomparire. Esempi drammatici di questa situazione sono il Lago di Ciad e il Lago d’Aral.

Il Lago di Ciad, uno dei principali sistemi idrografici del continente africano, non ha emissari significativi e si affida esclusivamente alle piogge per ricaricarsi. La trentennale siccità ha causato una massiccia evaporazione delle acque, portando a una riduzione del bacino lacustre del 90% negli ultimi decenni, secondo l’Onu.

Il Lago d’Aral, situato al confine tra Uzbekistan e Kazakistan, una volta il quarto lago più grande al mondo, è ormai sulla via dell’estinzione, con una riduzione della sua superficie del 75% dal 1960 a oggi.

Migliora il trattamento idrico, ma è ancora troppo poco

Intanto il mercato delle tecnologie per il trattamento delle acque ha chiuso il 2023 con una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. Secondo le stime dell’Ufficio Studi di Anima Confindustria, il settore rappresentato da Aqua Italia – Associazione costruttori trattamenti acque primarie federata Anima – ha raggiunto un fatturato di 334 milioni di euro entro la fine dell’anno, con un incremento dell’1,2% rispetto ai 330 milioni di euro del 2022. Anche l’export mostra una timida crescita, attestandosi a 131 milioni di euro, con un aumento di 0,8 punti percentuali rispetto ai 130 milioni registrati nel 2022.


Articolo aggiornato – Prima pubblicazione novembre 2024

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