La società dei rifiuti: dall’Homo Consumens all’Homo Abice

La società dei rifiuti è figlia della società dei consumi. I rifiuti sono il tallone d’Achille della società moderna. Ognuno di noi produce centinaia di kilogrammi di rifiuti l’anno: plastica, vestiti, cibo, elettronici e molti altri. Vediamone l’entità del problema globale e gli impatti sull’ambiente e sulla salute.

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La società dei rifiuti: dall’Homo Consumens all’Homo Abice

Dalla società dei consumi alla società dei rifiuti, il passo è breve. Così come il rifiuto ha origine dal consumo, la società dei rifiuti è figlia della società dei consumi. E i rifiuti, così come i consumi, seguono le vie della ricchezza: un miliardario inquina molto di più. I rifiuti, in tutte le forme – Solidi (urbani e speciali), Liquidi (reflui e scarti fluidi), Gassosi (gas serra) – sono il tallone d’Achille della società moderna. Ognuno di noi produce centinaia di kilogrammi di rifiuti l’anno: plastica, vestiti, cibo, elettronici e molti altri.

I rifiuti inquinano, rilasciano grandi quantitativi di gas effetto serra, e sono composti da numerose sostanze chimiche che, a seguito dello smaltimento (bruciate, discarica, abbandonate) rilasciano nell’ambiente pericolosi inquinanti: hanno un forte impatto ambientale e sulla salute. Limitarli e aumentarne il recupero ed il riciclo è fondamentale per contrastare i cambiamenti climatici in atto.

Prima di addentrarci nel cuore del tema esplorando, con l’ausilio di dati e statistiche ufficiali, l’impatto ambientale e sulla salute dei rifiuti prodotti globalmente, suddivisi per tipologia ed entità, permettetemi una piccola introduzione che ne amplia lo sguardo. Con l’ausilio di eminenti interpreti dell’era moderna come Pasolini, Calvino, Baudrillard e Bauman, tenteremo di comprenderne le cause e l’origine, a partire dalla società dei consumi.

La società dei consumi

Siamo liberi, liberi di consumare. La “società dei consumi” nella quale viviamo è l’espressione più matura del Capitalismo industriale moderno, dove il valore di un bene non risponde più solo a un bisogno reale, ma al suo significato simbolico e sociale. In una società iperconnessa come la nostra, spettacolarizzazione ed ostentazione valgono più del valore stesso del bene, che da fine e obiettivo, diventa mezzo per raggiungere una soddisfazione altra.

La società dei consumi

Secondo Pier Paolo Pasolini, tra i maggiori Poeti e intellettuali del 900 (oltre che regista, scrittore e giornalista), la società dei consumi è paragonabile ad una “dittatura”, a un modello culturale imposto dall’alto che decide sentimenti, pensieri e sogni della popolazione. Egli l’accusa di aver “trasformato i giovani” dando loro “altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali”, riconoscendogli di aver trionfato laddove il fascismo aveva fallito. Già cinquant’anni fa, aveva previsto il successo del consumismo nell’uniformare la cultura, le coscienze, plasmare desideri, sogni e paure di un’intera società, distruggendo l’identità e le specifiche culture, tradizioni e dialetti.

Secondo Pasolini, infatti, “l’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato.” E ognuno “sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, a cui «deve» obbedire, a patto di sentirsi diverso.” E restarne fuori, è impresa ardua, a tratti impossibile, una scelta colpevolizzata e criminalizzata dalla massa: “Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza.”

Nessuno può e deve opporsi alle dinamiche del consumismo, pena la sua esistenza. Il potere può dormire sonni tranquilli: nella società dei consumi ognuno di noi è controllore e giudice che, sull’onda della tolleranza, discrimina e condanna la diversità rispetto all’obiettivo comune del consumare. Poveri, immigrati, fricchettoni, nomadi e ciclisti sfuggono alle regole comuni e perciò vengono visti come un nemico, distanti dal concetto di normalità che la società impone. Persino il ciclista, soprattutto in Italia (un Paese a forte vocazione motoristica), dove l’automobile regna sovrana sulle strade delle nostre città, è visto come diverso, strano, nemico. In fondo non paga né bollo (ora forse l’hanno tolto per un anno) né benzina (che ha raggiunto prezzi esagerati) né assicurazione, non inquina, e non si iscrive in palestra.

Società dei consumi e spreco alimentare

Jean Baudrillard, sociologo e filosofo francese, ne “La società dei consumi. I suoi miti e le sue strutture” (1970) inquadra il bisogno del desiderio (del possesso dell’oggetto) di risorgere con la sua distruzione, rifiuto, scarto. «La società dei consumi per essere ha bisogno dei suoi oggetti e più precisamente ha bisogno di distruggerli».

Ma forse, il più acuto interprete dell’era moderna è stato il celebre sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman che, per primo, ha associato il termine liquidità all’epoca nella quale viviamo, coniando il concetto di “modernità liquida” (2000). Concetto poi elaborato ed evoluto nei saggi “Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi” e “Consumo, dunque sono”. Nel suo noto saggio del 2004, intitolato “Amore liquido”, inquadra le relazioni affettive degli esseri umani, all’interno delle dinamiche del consumismo. Ne emerge una fragilità universale, fatta di desideri, voglie e consumi alla ricerca di attimi di estasi e gioia, incuranti di tutto. Infatti, se “il desiderio è la brama di consumare”, ancora più seducente è la voglia: “la brevità della loro aspettativa di vita è il pregio maggiore delle voglie, ciò che le rende preferibili ai desideri. Togliersi una voglia, diversamente dall’esaudire un desiderio, è soltanto un atto estemporaneo, che si spera non lasci conseguenze durevoli che potrebbero ostacolare ulteriori momenti di estasi gioiosa.”

Siamo la società dei capricci e delle voglie (come le definisce Bauman). D’altronde è una peculiarità del capitalismo: “il principio del togliersi le voglie è inculcato a fondo nella condotta quotidiana dai poteri forti del mercato dei beni di consumo”. Questo si ripercuote nelle stesse relazioni umane: “quando è pilotata dalla voglia, la relazione tra due persone segue il modello dello shopping”, ovvero come una merce o un prodotto che “se ritenute scadenti o non di piena soddisfazione, le merci possono essere sostituite da altri prodotti che si spera più soddisfacenti.”

Ogni slogan, ogni messaggio, così come le promozioni ed i saldi, veicola desideri e sogni pensati ad hoc per spingere l’ansia del consumare verso nuove vette ed impedire che il ciclo del consumo si fermi. Il consumatore sano è perciò costretto ad un’infelicità perpetua, sanabile solo per brevi momenti da attimi di shopping compulsivo: ogni nuovo prodotto acquistato è un piccolo istante di gioia. E qui entra in gioco il concetto di “società liquida” plasmato da un attento osservatore della realtà contemporanea.

L’eterna insoddisfazione del consumatore è il principio cardine affinché il ciclo del consumo (produci, consuma, rifiuta) non abbia mai fine. I consumatori, insaziabili e avidi di nuove gratificazioni devono essere alla perenne ricerca di nuovi prodotti che il mercato sforna continuamente. Ma, “dopo il desiderio viene lo smaltimento dei rifiuti”. E la nostra società ne produce di ogni tipo, genere e dimensioni, e in quantità mostruose.

La società dei rifiuti

“Il grado di civiltà di un Paese si misura dalle sue prigioni” asseriva Guido Vitiello. “Ogni civiltà ha la spazzatura che si merita“, afferma lo scrittore e medico francese Georges Duhamel. Se pensiamo alle prigioni come luoghi dove confluiscono “rifiuti umani”, errori e scarti della società civile perbene, si potrebbe affermare che “Il grado di civiltà di un Paese si misura dalla sua immondizia”. Calvino, nel racconto “poubelle agréée” (1974-76), la pattumiera gradita, scriveva: «l’uomo è ciò che non butta via». Vista al contrario, “l’uomo è ciò che butta via”. La misura rimane quella del rifiuto, dello scarto: migliore è l’uomo che genera meno rifiuti.

Che cos'è la società dei rifiuti

Siamo tutti Leonia, la città invisibile di Italo Calvino, che “più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove.”

“Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori della città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. […] Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti.”

In certe parti del mondo ci sono montagne di rifiuti

Oggetti spesso comprati per noia o per esibizione, forti delle politiche dei resi, usati una volta eppoi gettati via, venduti o restituiti. Come nel caso dell’abbigliamento, accentuato dal fenomeno della fast-fashion e dall’acquisto on-line. Il basso costo è un incentivo all’acquisto, così come la protezione e rimborso in caso si cambi idea. E così, il bisogno del consumatore diventa sfizio e capriccio. E questo, nonostante la popolazione globale si va impoverendo, a favore di pochi, ma sempre maggiori, feudatari della tecnologia e capitalisti globali.

La quantità di rifiuti prodotti globalmente ogni anno è impressionante: solo di rifiuti urbani, nel 2022 ne sono stati prodotti 2,1 miliardi di tonnellate (destinati a raddoppiare nel 2050). Nel mondo, ogni persona produce circa 17 kg di rifiuti di plastica, 8 kg di rifiuti elettronici e, ogni cittadino europeo 11 kg di rifiuti tessili e 132 kg di cibo sprecato ogni anno.

Homo Abice

Dall’Homo consumens (consumo) di Bauman all’Homo abice (buttar via, rifiuto), il passo è breve. È così che l’uomo dei consumi, scopre l’uomo dei rifiuti. Due entità distinte, ma strettamente connesse, come il bene ed il male: ognuno schiavo dell’altro nella misura in cui è necessario. Non po’ esistere l’uno senza l’altro, sebbene la presenza dell’uno è fonte di imbarazzo per l’altro, almeno talvolta. La società dei consumi include l’uomo dei rifiuti come, viceversa, la società dei rifiuti non può esistere senza l’uomo dei consumi.

La società dei rifiuti: dall’Homo consumens (consumo) di Bauman all’Homo abice (buttar via, rifiuto)

Questa dualità è intrinseca nella natura stessa della società dei consumi, ed è funzionale allo stesso scopo, il profitto. I consumi generano rifiuti, è naturale. E più la società è vocata al consumo, all’acquisto compulsivo e frenetico, avvezza al capriccio e alle mode, più la società sarà addestrata a produrre rifiuti, per far posto ad un nuovo, sfavillante, prodotto. L’uomo, da produttore e consumatore di oggetti, è evoluto a produttore di rifiuti. La spazzatura è il cimitero dei desideri indotti da mass media e influencer, un luogo vitale per consentire il progresso del consumo. È il ciclo del capitalismo maturo: produci, consuma, rifiuta. Tutti ci guadagnano, escluso l’ambiente e la salute umana.

Il consumatore, ormai logorato dalle sue stesse passioni, desideri, tentazioni, ardori, è proiettato naturalmente, quasi catapultato, verso gli scarti di quelle pulsioni: quel che ne resta sono montagne e isole artificiali impresse nella memoria dei luoghi e delle genti sottoforma di tumori e cancri. Il mondo è invaso dai rifiuti e noi tutti ne siamo responsabili. Plastica, rifiuti elettronici (Raee), avanzi di moda, cibo sprecato, equivalgono a tonnellate di rifiuti che si riversano ogni anno nei nostri mari, nelle nostre campagne, nei nostri fiumi e nell’aria, inquinando l’ambiente e minacciando la salute.

L’immondizia può essere molto redditizia, soprattutto se lo smaltimento è illecito e i rifiuti sono speciali o pericolosi. Molte città o Paesi esportano le proprie scorie, i loro rifiuti, a migliaia di km di distanza, pur di disfarsene. Come vedremo in seguito, l’Africa è la pattumiera dell’Occidente, ma non solo.

Produzione dei rifiuti a livello globale

Dei 2,1 miliardi di tonnellate di rifiuti urbani annui prodotti nel 2022, destinati a raddoppiare diventando 3,8 miliardi nel 2050, solo una minima parte viene riciclata (Global Waste Management Outlook 2024). Il rapporto Circularity Gap Report 2025 afferma che, a livello globale, appena il 6,9% dei materiali usati dall’industria, proviene dal riciclo.

I principali Paesi emettitori di gas serra a livello globale nel 2023 (fonte: EU).
I principali Paesi emettitori di gas serra a livello globale nel 2023 ((fonte: EU)

Se guardiamo alle emissioni totali di gas serra, di cui i rifiuti ne sono una quota importante (circa il 5% delle emissioni globali), i primi 3 Paesi inquinanti – Cina, Stati Uniti e India – contribuiscono al 42,6% delle emissioni totali (quasi la metà), mentre gli ultimi 100 paesi ne rappresentano solo il 2,9%. Una misura dell’ingiustizia climatica.

La perdita e lo spreco alimentare sono tra i principali responsabili di queste emissioni: si stima che circa un terzo di tutto il cibo prodotto a livello globale venga perso o scartato ogni anno (FAO 2011). Siamo letteralmente sommersi dai rifiuti, solo che non li vediamo perché la gran parte di essi o finiscono bruciati nell’ambiente o vengono accumulati lontano da occhi indiscreti, a migliaia di km dai Paesi industrializzati. Nel mare di rifiuti che soffocano il pianeta, i rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) stanno diventando una delle categorie a più rapida crescita a livello globale, assieme ai rifiuti della fast fashion, plastiche e agli onnipresenti rifiuti da costruzione e demolizione (C&D) generati dagli interventi edilizi del settore delle costruzioni dove di recente l’Europa è intervenuta con la direttiva Case Green.

A livello globale, le discariche rimangono il metodo più comune di gestione dei rifiuti: solo 1 rifiuto su 5 viene correttamente recuperato tramite riciclo, compostaggio o digestione anaerobica (21%). La gran parte viene smaltito in discarica (29%), incenerito (20%) o disperso nell’ambiente (30%).

Plastica

I rifiuti di plastica sono onnipresenti nell’ambiente, nel cibo e nell’acqua: ogni anno se ne producono 353 milioni di tonnellate (dati 2019) e 11 milioni entrano nell’oceano mettendo in pericolo la vita degli animali. Molti di questi si degradano in parti più piccole, particelle minuscole come microplastiche e nanoplastiche, che possono penetrare ovunque, persino nei tessuti, nel sangue e negli organi umani.

I rifiuti di plastica, microplastiche e nanoplastiche nel mondo

Negli ultimi vent’anni, la produzione di plastica globale è raddoppiata, passando da 234 milioni di tonnellate (Mt) nel 2000 alla strabiliante cifra di 460 Mt al 2019. E in linea con questa tendenza, i rifiuti di plastica sono più che raddoppiati, passando da 156 Mt nel 2000, a 353 Mt nel 2019. E le cose sono destinate a peggiorare molto rapidamente. In linea con le tendenze degli ultimi anni, infatti, le previsioni sulla produzione della plastica indicano che raddoppierà nei prossimi vent’anni al 2040 e più che triplicherà al 2060, superando un miliardo di tonnellate l’anno.

Dal 1950 ad oggi sono stati prodotti circa 9,2 miliardi di tonnellate di plastica, con la conseguente generazione di circa 6,9 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici primari. Più di tre quarti di questi rifiuti di plastica sono stati scartati e sono finiti in discariche, flussi di rifiuti incontrollati e mal gestiti o nell’ambiente naturale, compresi gli oceani. Attualmente, si stima che 19-23 milioni di tonnellate di plastica si disperdano ogni anno negli ecosistemi acquatici – dai laghi ai fiumi ai mari – da fonti terrestri (fonte: UNEP).

A livello mondiale, il riciclo della plastica è fallimentare: solo il 9% dei rifiuti di plastica è stato riciclato, il 19% è stato incenerito e quasi il 50% è finito nelle discariche autorizzate. Il restante 22% è stato smaltito in discariche non controllate, bruciato in fosse a cielo aperto o disperso nell’ambiente (dati OCSE). Quasi due terzi di tutti i rifiuti di plastica proviene da applicazioni monouso, prodotti usa e getta, o comunque con una durata di vita inferiore a cinque anni: imballaggi (40%), prodotti di consumo (12%) e tessili (11%).

Occorre fare molto di più: dalla politica alle imprese, siamo tutti coinvolti. Da consumatori, potremmo ridurre l’uso della plastica non necessaria, e dove possibile riciclare: il mercato si adatterà. Ad esempio, è sufficiente bere l’acqua del rubinetto (generalmente oligominerale e di ottima qualità perché all’85% proviene da falde sotterranee) anziché l’acqua minerale in bottiglia, magari attrezzandosi con una borraccia in acciaio inox da portare con sé, per evitare di produrre 17 kg di rifiuti di plastica a persona l’anno. Tonnellate di rifiuti che potremmo evitare con pochi, semplici, accorgimenti. Un esempio di riuso della plastica, ideato e realizzato dal sottoscritto assieme ad amici e colleghi, è l’albero di Natale con le cassette di plastica nel mercato rionale Primavera a Roma.

RAEE

Anche i RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) sono un problema per il pianeta che, tuttavia, possono diventare una grande opportunità se gestiti bene. Ogni anno, se ne producono 62 milioni di tonnellate (dato 2022).

Il problema dei RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche)

Le apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE), sono tutti quei prodotti e dispositivi che per funzionare hanno bisogno della corrente elettrica, collegati alla rete o alimentati da pile e batterie, comprese le energie rinnovabili. La disciplina nazionale in materia è dettata dal Dlgs 14 marzo 2014 n. 49 con cui l’Italia ha recepito la Direttiva 2012/19/UE.

Secondo il quarto Global E-waste Monitor delle Nazioni Unite, la produzione globale di RAEE supera di quasi 5 volte il tasso di riciclo. In tutto il mondo, la produzione annuale di apparecchi elettrici ed elettronici è in costante aumento, dai 62 milioni di tonnellate del 2010 ai 96 Mt del 2022 e anche la relativa quota di rifiuti. Globalmente, nel 2022 sono state prodotte 62 milioni di tonnellate (Mt) di rifiuti elettronici (7,8 kg pro-capite), un record, la quota è quasi raddoppiata in appena 10 anni e, secondo questo trend è previsto un ulteriore aumento al 2030 del 32%, fino a 82 milioni di tonnellate.

Se guardiamo la distinzione per tipologia dei raee prodotti, emerge che il 1 su 4 è costituito da piccoli dispositivi elettronici, come aspirapolvere, microonde, ventilatori, tostapane, bollitori, rasoi, bilance, calcolatrici, radio, videocamere, giocattoli e apparecchi digitali come cellulari, dispositivi GPS, router, personal computer, stampanti e telefoni.

Ma i rifiuti delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) possono diventare una risorsa. Attraverso pratiche corrette di smaltimento e riciclo si possono recuperare preziose materie prime critiche: dal riciclo dei RAEE, potremmo avere 7,6 mila tonnellate di materie prime critiche.

Tessile e moda

Anche il settore della moda, amplificato dal fenomeno della fast fashion, produce una mole gigantesca di rifiuti. Si stima che l’industria della moda sia responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio e che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale delle acque pulite dovuto ai prodotti chimici e additivi utilizzati nella tintura e finissaggio: per realizzare una singola maglietta di cotone sono necessari 2.700 litri di acqua dolce, che equivale al il fabbisogno di acqua potabile di una persona per 2,5 anni (Parlamento Europeo).

Impatto ambientale e sociale del fast fashion

Abiti venduti e resi subito. Accessori progettati per durare una stagione soltanto e destinati a rompersi nel giro di poche settimane per poi finire in discarica o nel Sud del mondo. Con produzione di massa, bassa qualità e prezzi irrisori, l’industria del fast fashion genera enormi quantità di rifiuti e inquinamento. E dietro le false promesse di sostenibilità, spesso si nasconde il Greenwashing e un impatto ambientale e sociale devastante. A livello globale, l’industria della moda è responsabile della produzione di circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, la maggior parte delle quali viene conferita in discarica o incenerita.

Se si considera poi che oltre il 60% dei tessuti sono plastiche (nylon, poliestere, acrilico), fibre sintetiche derivate dai combustibili fossili come gas e petrolio dall’elevato impatto ambientale, sia nella fase di produzione dei tessuti che nelle successive fasi di vita del prodotto (dall’uso allo smaltimento finale): l’abrasione dovuta all’uso ed ai lavaggi rilascia infatti migliaia di microplastiche nell’ambiente, inquinando ulteriormente fino a fine vita.

Dal XX secolo, l’abbigliamento è stato sempre più considerato usa e getta e il settore è diventato altamente globalizzato, con capi spesso progettati in un paese, fabbricati in un altro e venduti in tutto il mondo a un ritmo sempre crescente. Questa tendenza si è accentuata negli ultimi anni dall’emergere del fenomeno della cosiddetta “moda veloce”, che ha portato a un raddoppio della produzione.

Gli italiani sono primi al mondo per acquisto di capi d’abbigliamento. Un primato italiano secondo il rapporto “Global Lifestyle Monitor 2018” realizzato da Cotton Usa su un campione di circa mille persone. Rispetto ai consumatori globali, gli italiani possiedono in media più capi d’abbigliamento e persino più tessili per la casa: 17,5 capi intimi (contro una media globale di 12), 15,5 t-shirt (vs 11), 6 paia di jeans (vs 5,4), 12 asciugamani da bagno (vs 5,8) e 6,3 lenzuola (vs 5).

Nella sola Unione Europea, ogni anno vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona) e l’80% di questi finisce tra inceneritori e discariche. Meno dell’1% dei vecchi vestiti, infatti, viene riciclato per creare nuovi capi. Nel 2020, il settore tessile è stato la terza fonte di degrado idrico e di utilizzo del suolo. In quell’anno, sono stati necessari in media nove metri cubi d’acqua, 400 mq di terreno e 391 kg di materie prime per fornire vestiti e scarpe, a ciascun cittadino dell’UE. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), gli acquisti tessili nell’UE nel 2020 hanno generato circa 270 kg di emissioni di CO2 pro capite, un totale di 121 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra.

Cibo: lo spreco alimentare

Lo spreco alimentare è un problema globale. Ogni anno si sprecano ben 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, mentre milioni di persone soffrono la fame. Nel 2011 la FAO aveva stimato che 1/3 di tutto il cibo prodotto al mondo viene perso e sprecato. Secondo gli ultimi dati disponibili (UNEP 2024), a livello globale il 13,2% del cibo viene perso nella catena di approvvigionamento (dopo il raccolto nelle aziende agricole e prima della fase di vendita al dettaglio), mentre il 19% viene sprecato a livello di vendita al dettaglio (ristorazione e consumo domestico).

Spreco alimentare: milioni di tonnellate di cibo buttato

Se affianchiamo le tonnellate di cibo sprecato al problema della malnutrizione, si ha il paradosso della nostra società: mentre 2,1 miliardi di persone vivono una condizione di insicurezza alimentare (1 persona su 4), circa 3 miliardi di persone (bambini inclusi) sono considerate sovrappeso o obese. Con gravi ricadute sulla salute: il 12,2% di tutti i decessi globali avvenuti nel 2023, sono attribuibili a una cattiva alimentazione. L’impatto economico per la salute globale derivante da malattie legate all’alimentazione è stimato in un costo annuo di 8,1 trilioni di dollari (FAO, 2026). Ma il costo di una dieta sana è aumentato, a causa dell’inflazione, dell’aumento dei costi dell’energia (a causa delle guerre e dell’instabilità politica globale), mentre i salari faticano a tenere il passo.

Agli sprechi, si aggiungono danni e perdite legate ai cambiamenti climatici. Negli ultimi 30 anni, si stima che a causa di eventi catastrofici siano andati persi raccolti e produzione zootecnica per un valore di 3,8 trilioni di dollari, pari a una perdita media di 123 miliardi di dollari all’anno, pari al 5% del PIL agricolo globale annuo.

Insieme alla povertà cronica, ai conflitti e agli shock economici, la perdita di cibo è una delle cause profonde della fame nel mondo. Date le ingenti risorse necessarie per la produzione alimentare, lo spreco alimentare significa anche spreco di risorse come terra, acqua, energia e manodopera, con gravi ripercussioni economiche. Nel 2022, la sbalorditiva cifra di 1,05 miliardi di tonnellate di cibo è stata sprecata, mentre 783 milioni di persone soffrivano la fame e un terzo della popolazione mondiale si trovava in condizioni di insicurezza alimentare. Si stima che il costo complessivo delle perdite e degli sprechi alimentari sull’economia globale ammonti a circa 1.000 miliardi di dollari all’anno.

Il modo migliore per combattere sprechi e rifiuti, chiaramente, è produrne il meno possibile (prevenzione). E, nel caso dello spreco alimentare, tutti noi siamo chiamati a risponderne (oltre il 60% avviene tra le mura domestiche). Ma è il sistema alimentare globale nel suo insieme ad avere un impatto significativo. L’agricoltura, soprattutto quella intensiva e a basso costo e le monocolture (il 66% della produzione agricola globale è rappresentato da solo 9 specie delle 6000 specie vegetali coltivabili), ha un elevato impatto ambientale: è responsabile del 30% delle emissioni antropiche di gas serra e dell’80% della deforestazione. Dimezzare lo spreco alimentare globale entro il 2030 è una delle massime priorità delle Nazioni Unite: è, infatti, uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’organizzazione.

Costruzione e Demolizione (C&D)

La costruzione e la demolizione sono tra i settori che generano in Europa i maggiori volumi di rifiuti: ogni anno se ne produce una tonnellata pro capite, oltre un terzo di tutti i rifiuti prodotti in Europa, pari a circa 500 milioni di tonnellate.  

I rifiuti legati a costruzioni e demolizioni

Qualunque intervento edilizio, che sia nuova costruzione, ristrutturazione, riqualificazione energetica, restauro, manutenzione, che genera rifiuti da dover gestire. Comprendono un’ampia varietà di materiali come cemento, mattoni, legno, vetro, metalli e plastica. Una gestione virtuosa è un formidabile strumento di mitigazione dei cambiamenti climatici, essendo quello edilizio un settore particolarmente energivoro e inquinante.

Il modo più efficace per poter avviare un processo eccellente di economia circolare applicata ai rifiuti prodotti dalle lavorazioni edilizie è quello della demolizione selettiva. Esso consiste nella separazione, in fase di demolizione dell’edificio, dei diversi materiali (plastiche, legno, metallo, parti in muratura).

Migliorare la gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), puntando su alternative sostenibili quali il recupero (riciclo e riuso), gli aggregati riciclati, può incidere significativamente sull’economia circolare “from cradle to cradle” (dalla culla alla culla) del settore edilizio. Questi obiettivi sono in linea con quelli di sviluppo sostenibile assunti dall’Unione Europea con l’Agenda 2030, e raggiungibili anche attraverso la transizione verso un’economia circolare, stabilita fin dal 2015 con il “Piano d’azione per l’economia circolare”.

In Italia, secondo l’indagine ISPRA (Rapporto rifiuti speciali 2026), il settore edilizio si conferma il principale motore della produzione di rifiuti speciali: la produzione totale di rifiuti da operazioni di costruzione e demolizione, escluse le terre e rocce e i fanghi di dragaggio, è pari a 90,4 milioni di tonnellate (il 52,5% del totale nazionale). Il tasso di recupero, calcolato sulla base dei dati di produzione e gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione è molto virtuoso e, si attesta, nel 2024, al 82.4%, al di sopra dell’obiettivo del 70% fissato dalla Direttiva 2008/98/CE per il 2020.

La destinazione dei rifiuti

I rifiuti dei ricchi finiscono ai poveri: un “dono” che ha forti impatti negativi sull’ambiente e la società. La gran parte dei rifiuti prodotti dai Paesi Sviluppati (come USA, Europa e Cina), finiscono per inquinare posti lontani, come i Paesi del Terzo Mondo. Si dice che l’Africa è la discarica dell’Occidente, e non a torto. Le più grandi discariche si trovano in Ghana, Nigeria e Senegal, ma anche Indonesia, Cile e India.

La destinazione dei rifiuti dei paesi ricchi nei paesi poveri
Maggiori produttori di rifiuti e maggiori discariche informali/abusive al Mondo

Nigeria, Ghana e i diversi Paesi del Golfo di Guinea sono diventati la discarica – spesso illegale – dei rifiuti elettronici (RAEE) del mondo. Che l’Africa sia da anni la pattumiera del traffico di rifiuti internazionale, purtroppo, è cosa nota. Com’è noto che in alcune discariche del continente, come quella di Agbogbloshie nei sobborghi della capitale ghanese Accra, finiscano da tempo tonnellate di rifiuti elettronici (Raee) provenienti da tutto il mondo. Del resto, secondo una stima delle Nazioni Unite, questo genere di commercio vale ogni anno 19 miliardi di dollari.

La discarica kenyota a cielo aperto di Dandora, a Nairobi, è la più grande di tutta l’Africa. Il paradosso è che, mentre inquina pesantemente l’ambiente, permette a migliaia di famiglie di sopravvivere: tra fumi tossici, sfruttamento e gravi rischi per la salute, gli scavengers recuperano plastica, metalli e altri materiali per essere rivenduti. Il Ghana è dal 2023 la più grande discarica al mondo di vestiti usati: ne arrivano 15 milioni ogni settimana producendo da una parte un filo di economia per la popolazione locale, dall’altra un’immane catastrofe ambientale. Il deserto di Atacama in Cile è un’immensa discarica di vestiti, considerato il cimitero della fast fashion. Tra le più grandi al mondo c’è la discarica di Bantargebang, la più grande dell’Indonesia. È mastodontica: estesa su oltre 110 ettari e formata da colline artificiali d’immondizia che superano i 50 metri d’altezza. Si stima che il sito contenga oltre 55 milioni di tonnellate di rifiuti. Di recente, la colossale montagna di rifiuti è franata provocando delle vittime.

Come se non bastasse, nei mari e negli oceani si sono andati accumulando milioni di rifiuti che in alcuni casi hanno generato delle vere e proprie isole artificiali composte interamente da rifiuti galleggianti, perlopiù plastica. La più grande, denominata The Great Pacific Garbage Patch, si è formata a largo dell’oceano Pacifico fra Canada, Stati Uniti e a nord delle isole Hawaii, a causa della convergenza delle correnti marine. E persino nel mar Mediterraneo: ricercatori francesi hanno scoperto un’isola di plastica lunga decine di chilometri tra l’Isola d’Elba e la Corsica.

Mentre i governanti di questi Paesi fanno affari d’oro con i grandi produttori di rifiuti per accaparrarsi la fetta maggiore di spazzatura (e quindi di soldi), la questione ambientale e di salute passa in secondo piano. Ma le discariche (soprattutto a cielo aperto) inquinano le acque, le terre e l’aria mettendo a rischio la salute dell’intero ecosistema e degli esseri umani che ci vivono, dalle prossimità fino a molto lontano.

Impatto ambientale, risorse e gas serra

Nel mondo, ogni persona produce all’anno circa 17 kg di rifiuti di plastica, 7,8 kg di rifiuti elettronici e, ogni cittadino europeo 12 kg di rifiuti tessili e 132 kg di cibo sprecato ogni anno. Se moltiplichiamo questi numeri per i circa 8 miliardi di abitanti si ottengono cifre spaventose. La mole gigantesca di rifiuti prodotti globalmente ogni anno non può non avere altrettante gigantesche ripercussioni sull’ambiente e sulla salute di tutti. Ogni prodotto, infatti, consuma risorse: acqua, terra, aria, energia.

Impatto ambientale, risorse e gas serra dei rifiuti

L’industria della moda è causa di degrado idrico e di utilizzo del suolo. Si stima che sia responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio (più dei voli internazionali e delle spedizioni marittime messi insieme) e che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento globale delle acque pulite dovuto ai prodotti chimici e additivi utilizzati nella tintura e finissaggio. Ci vuole molta acqua per produrre tessuti, oltre a terra per coltivare cotone e altre fibre: per realizzare una singola maglietta di cotone sono necessari 2.700 litri di acqua dolce.

I sistemi agroalimentari sono responsabili di circa un terzo delle emissioni antropogeniche totali di gas serra. La perdita e lo spreco alimentare rappresentano l’8-10% delle emissioni globali di gas serra e contribuiscono a una sostanziale perdita di biodiversità, utilizzando quasi un terzo dei terreni agricoli mondiali. L’impronta globale di occupazione del suolo dovuta alla perdita e allo spreco di cibo, ovvero la superficie totale di ettari utilizzati per coltivare cibo che finisce per non essere consumato, è di circa 1,4 miliardi di ettari ( FAO, 2013).

Anche l’industria estrattiva ha un impatto ambientale fortissimo. In particolare, l’estrazione delle materie prime critiche causa inquinamento e degrado ambientale, nonché rischi per la salute e contaminazione del suolo e delle acque. E, in alcuni casi, c’è anche la piaga del lavoro minorile e lo sfruttamento della manodopera a basso costo.

Anche la tecnologia e l’intelligenza artificiale consumano le risorse del Pianeta. Le infrastrutture di archiviazione dati, i data center e data storage AI, consumano una grandissima quantità di acqua (necessaria per il raffreddamento) e di energia. Secondo l’ONU, entro il 2030 l’intelligenza artificiale consumerà una quantità di acqua come quella necessaria a 1,3 miliardi di persone e 945 TWh di elettricità.

Rifiuti e sostanze tossiche

Esistono veri e propri rifiuti pericolosi per natura (identificati con apposito asterisco nel Catalogo Europeo dei Rifiuti), come amianto, scorie nucleari e sostanze pericolose contenute in rifiuti considerati “normali”, come le plastiche.

Rifiuti e sostanze tossiche

I rifiuti, oltre alle stimate emissioni di gas serra, sono composti da una serie di sostanze chimiche che, a seguito dello smaltimento (bruciate, discarica, abbandonate) rilasciano nell’ambiente pericolosi inquinanti. Sostanze che dalla terra, dall’acqua e dall’aria finiscono nei nostri cibi e a contatto con il nostro organismo. Sono perciò un pericolo per la salute di tutti gli esseri viventi. Parliamo, in particolare di pfas, amianto, diossina, arsenico, metalli pesanti (piombo, cadmio cromo e mercurio), ftalati, ritardanti di fiamma bromurati (BFR), policlorobifenili (PCB), idrocarburi.

La plastica, ad esempio, contiene migliaia di additivi chimici che vengono aggiunti per migliorarne le caratteristiche. Alcuni, estremamente pericolosi anche per la salute umana, possono essere rilasciati direttamente nell’ambiente o, se ingeriti, finire nei tessuti degli organismi. Di conseguenza i minuscoli detriti possono essere vettori di ulteriore inquinamento, con importanti conseguenze sullo stato di salute degli esseri viventi. Alcune sostanze chimiche – ftalati, bisfenolo A, ritardanti di fiamma e PFAS – possono ridurre la fertilità maschile, danneggiare il sistema nervoso e aumentare il rischio di cancro.

Anche l’abbigliamento: oltre il 60% dei tessuti sono plastiche (nylon, poliestere, acrilico), fibre sintetiche derivate dai combustibili fossili come gas e petrolio dall’elevato impatto ambientale, sia nella fase di produzione dei tessuti che nelle successive fasi di vita del prodotto (dall’uso allo smaltimento finale): l’abrasione dovuta all’uso ed ai lavaggi rilascia infatti migliaia di microplastiche nell’ambiente, inquinando ulteriormente fino a fine vita. Per non parlare delle tinture e dei trattamenti sulle pelli.

Ed i rifiuti delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE): molti di questi contengono sostanze pericolose per l’essere umano e l’ambiente, come alcuni metalli, cadmio, mercurio, arsenico, piombo e refrigeranti. E questa, è solo una piccola parte del problema.

La gerarchia dei rifiuti

In tutto il mondo esite, seppur in forme diverse, una gerarchia di prevenzione dell’inquinamento integrata nei piani di gestione dei rifiuti solidi e nei programmi di conservazione delle risorse che, prevedono il recupero, prima dello smaltimento in discarica.

La gerarchia dei rifiuti: The zero waste hierarchy 8.1 (fonte: zwia.org)
La gerarchia dei rifiuti: The zero waste hierarchy 8.1 (fonte: zwia.org)

Con l’obiettivo di fornire una guida a coloro che desiderano sviluppare sistemi o prodotti che ci avvicinino all’obiettivo Rifiuti Zero, la Zero Waste International Alliance ha adottato l’unica gerarchia Zero Waste sottoposta a revisione paritaria a livello internazionale, che si concentra sulle prime 3 R: Ridurre, Riutilizzare e Riciclare (incluso il compostaggio).

La gerarchia Zero Waste descrive una progressione di politiche e strategie a supporto del sistema Zero Waste, dal livello di utilizzo dei materiali più elevato e migliore a quello più basso, fornendo indicazioni per la pianificazione e un metodo per valutare le soluzioni proposte. Gli utenti sono incoraggiati a sviluppare politiche e azioni partendo dal livello più alto della gerarchia dei rifiuti.

Una virtuosa gestione dei rifiuti equivale ad applicare i principi dell’economia circolare, dalla culla alla culla, fin dalla creazione. Pensare, ragionare, progettare quel prodotto per poter tornare ad essere qualcosa di altro, di diverso dal rifiuto, dallo scarto, che abbia ancora un valore al termine della sua vita utile. E che possa tornare ad essere usato nuovamente, in un ciclo infinito. Anche attraverso il riuso e riciclo delle sue componenti, se non riparabile (nel caso di un oggetto). Simile discorso vale anche per il cibo sprecato, sia attraverso una migliore gestione in fase produttiva, che, davanti allo spreco, dando valore a quel cibo ancora in grado di essere consumato (può essere venduto a prezzi calmierati o donato a chi ne ha bisogno).

Rifiuto o risorsa?

Il rifiuto è una risorsa preziosa. Occorre cambiare radicalmente il punto di vista. Quello che si recupera da un rifiuto, per il riutilizzo come materia secondaria, permette di evitare il fabbisogno di nuove miniere per estrarne materie prime vergini.

Economia circolare: il rifiuto è una risorsa

Secondo il “Global E-waste Monitor”, nel 2022, tutti i rifiuti elettronici nel mondo contenevano 31 miliardi di kg di metalli, di cui circa 19 miliardi di kg sono stati recuperati in modo sostenibile e rimessi in circolazione. Un vecchio smartphone, ad esempio, può contenere fino a 50 diversi tipi di metalli, molti dei quali sono metalli nobili, come gallio, indio, niobio, tantalio, tungsteno, metalli del gruppo del platino. I metalli preziosi che si possono ricavare dal recupero degli E-waste costituiscono le cosiddette materie prime secondarie: materie ottenute senza una tecnica estrattiva e lesiva per gli ecosistemi.

Il riciclaggio permette di ridurre l’impronta ambientale della plastica, evitando trattamenti dei rifiuti più dannosi (discarica, incenerimento, dispersione nell’ambiente) e la necessità di nuova materia prima (petrolio e gas). Tuttavia, la plastica secondaria, ovvero la plastica prodotta da riciclo, attualmente rappresenta solo il 6% della materia prima per la nuova plastica prodotta a livello globale.

I rifiuti rappresentano il fallimento della società, del modello consumistico che spinge a produrre continuamente nuove merci per sostituire le “vecchie” anche se ancora valide e intatte. Voglie, desideri e capricci cavalcano le mode alla ricerca dell’ultimo modello disponibile, che sia IPhone o un nuovo capo d’abbigliamento. Una società che produce rifiuti è fallimentare, perché non è in grado di occuparsi dei suoi prodotti, attraverso dinamiche di riparazione, riuso e riciclo. Produce scorie e scarti che inquinano l’ambiente e la salute.  Una società matura, moderna e giusta non può prescindere dal prendersi cura dei suoi frutti, così come dei suoi scarti. Dovrebbe valorizzare tutto e tutti, non lasciando indietro nessuno. A cominciare dalle sue debolezze, dai suoi rifiuti, dalle fragilità.

Destinazione consumo

L’epoca del centro commerciale è sulla via del tramonto, ormai lo shopping ha perduto la connessione con il luogo fisico e, smaterializzandosi, è arrivata ovunque, su qualsiasi dispositivo (cellulate, tablet, pc) per soddisfare in ogni momento, con un semplice click, la frustrazione del consumatore. Il mondo a portata di click. È l’era dei corrieri e delle spedizioni, dei prodotti ricevuti comodamente a casa, degli sconti, offerte e bonus, dei black Fridays, degli incentivi all’acquisto, l’importante è comprare e spendere senza fine. Il prodotto siamo noi. Software e App, siti d’informazione e dileggio, pronti a offrire gratis il frutto del loro ingegno a patto che tu condivida le tue informazioni personali, venda te stesso.

I rifiuti legati ai troppi acquisti

Il marketing è diventato sempre più aggressivo. Pubblicità ovunque, su ogni mezzo di informazione, banner, consigli per gli acquisti, influencer che mostrano gioia ad ogni nuovo prodotto acquistato e pacco scartato ricevuto comodamente a casa, la cultura del nuovo che supera il vecchio, delle mode e dell’effimero. E la neonata Intelligenza Artificiale (AI) è protagonista di questa logica del consumismo: esistono algoritmi progettati ad hoc per non far terminare mai lo shopping: consigliano prodotti, li seguono e acquistano per te. Ed è solo all’inizio.

Anche la politica si è adeguata, diventando dinamica e frammentaria, alla disperata ricerca del consenso. Anziché riforme strutturali e profonde (riguardo temi come la perdita del potere d’acquisto degli stipendi, gli affitti brevi che tolgono abitazioni dal mercato e fanno aumentare esponenzialmente i prezzi, ecc) che possano davvero mutare l’economia e la vita del Paese (ma i cui effetti si vedono a lungo termine), si preferiscono interventi spot, limitati nel tempo, brevi ma dall’immediata gratificazione, come una lotteria. Le più grandi riforme degli ultimi anni, almeno in Italia, si chiamano Bonus: bonus edilizi, bonus trasporti, bonus psicologo, bonus bollette, bonus bici, sono soltanto alcune delle recenti invenzioni della cultura del consumismo. Incentivi di breve o brevissima durata che vengono accolti da tutti come regali o premi, con la gioia di un bambino che vince alla tombola. Non importa se durano, se hanno un significato altro, se siano elemosina o marchetta elettorale, l’importante è avere questo premio, anche se significa solo qualche euro in più. È comunque un regalo inatteso. E non importa nemmeno se nel frattempo l’inflazione è aumentata più dei salari, se tutto aumenta, dalla benzina ai trasporti pubblici, dalle bollette agli alimenti ai tabacchi, tassazione inclusa (soprattutto per i dipendenti pubblici). Siamo assuefatti dagli slogan, dalla propaganda e dalle promesse. D’altronde siamo consumatori, abituati a godimenti immediati.

Il basso costo, la facilità dell’acquisto – ovunque ci si trova, con un semplice click sulle innumerevoli applicazioni e siti web – e la varietà dei prodotti – sempre nuovi e di frequente – favorisce la logica della sostituzione: sovente i vestiti vengono messi una volta e gettati via, rivenduti o resi quasi subito (ignorando che quel semplice gesto nasconde un impatto ambientale enorme che Greenpeace ha documentato).

“più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti
.”

Marco Polo rivolto al Gran Kan, così concluse il racconto del suo viaggio intorno al mondo alla scoperta delle “Città Invisibili” di Italo Calvino:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

FAQs Rifiuti

Quali sono i rifiuti più diffusi al mondo?

I rifiuti più diffusi al mondo riguardano il cibo e l’alimentazione: ogni anno si sprecano ben 1,05 miliardi di tonnellate di cibo. La perdita e lo spreco alimentare rappresentano l’8-10% delle emissioni globali di gas serra e contribuiscono a una sostanziale perdita di biodiversità, utilizzando quasi un terzo dei terreni agricoli mondiali. Se la perdita e lo spreco alimentare fossero un Paese, rappresenterebbero la terza maggiore fonte di emissioni di gas serra a livello mondiale.

Esiste una connessione tra consumo e rifiuto?

Certo, esiste una connessione diretta tra consumo e rifiuto. Maggiore produzione e maggior consumo, generano un maggiore quantitativo di rifiuti da dover gestire.

Quanti rifiuti si producono al mondo?

La quantità di rifiuti prodotti al mondo è impressionante. Ogni anno si producono 353 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica (dati 2019), 62 milioni di tonnellate di RAEE (dato 2022) e si sprecano ben 1,05 miliardi di tonnellate di cibo. Inoltre, nella sola Unione Europea, ogni anno vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona) e l’80% di questi finisce tra inceneritori e discariche.

Quanti rifiuti produce ogni persona?

Nel mondo, ogni persona produce all’anno circa 17 kg di rifiuti di plastica, 7,8 kg di rifiuti elettronici e, ogni cittadino europeo 12 kg di rifiuti tessili e 132 kg di cibo sprecato ogni anno.

Come si smaltiscono i rifiuti?

I rifiuti possono essere smaltiti in diversi modi. Dal più dannoso conferimento in discarica e incenerimento, al più virtuoso recupero dei materiali tramite riciclaggio e riuso.

Il riciclo funziona?

Dipende. Il riciclo funziona bene per quanto riguarda i materiali edili da Costruzione & Demolizione (C&D) che, in Italia hanno un tasso di recupero superiore all’81% (ben oltre i target europei del 70%), ma è pessimo se volgiamo lo sguardo al riciclo globale della plastica (ferma al 9%).

Come si possono ridurre i rifiuti?

Banalmente consumando meno. Ognuno di noi può fare qualcosa. Ad esempio, allontanando il momento in cui il prodotto diventa rifiuto: se un prodotto tecnologico tentare di ripararlo e usarlo fino alla fine della sua vita. Nel campo alimentare, fare spese mirate e non eccessive, conservare i prodotti e consumarli in seguito. Dopo il riuso c’è il riciclo: fare la raccolta differenziata agevola il recupero delle materie prime e il successivo riutilizzo senza dover consumare altre risorse naturali. Vale la regola delle 3R: riduci, riusa, ricicla.

Bibliografia:

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