Centrali a carbone in Italia: cosa succede dopo il phase out

Impianti da fonti rinnovabili, energy storage, progetti di riqualificazione “circolari”: il futuro fine vita delle centrali a carbone italiane passa anche da qui. Ma il loro stop non sarà così semplice

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Centrali a carbone in Italia: cosa succede dopo il phase out

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Le centrali a carbone in Italia hanno un ruolo ancora significativo in Italia. Come illustra Terna, il sistema elettrico italiano conta ancora su circa 6 GW di capacità di generazione da carbone distribuiti su sette centrali, circa il 10% della capacità termoelettrica totale in Italia.

Il PNIEC prevede il loro phase out entro il 2025, insieme alla dismissione di altri impianti termoelettrici giunti a “fine vita”.

Non sarà un passaggio semplice, evidenzia la stessa Terna. Nel rapporto “Adeguatezza Italia 2021” rileva come queste questa capacità generata dalle centrali termoelettriche a carbone “pur contribuendo in modo marginale alla copertura del fabbisogno in energia, fornisce un contributo determinante alla copertura dei picchi di carico e quindi a garantire l’adeguatezza del sistema elettrico italiano”.

Da quanto si legge, non basterà lo sviluppo delle rinnovabili e i sistemi di energy storage e neppure la capacità assegnata nelle aste del Capacity Market del 2019 sarà sufficiente a riportare il sistema al di sotto della soglia standard di adeguatezza. Servono, invece, due condizioni: la completa realizzazione della nuova capacità assegnata già nelle aste del 2019, inclusa quella che deve ancora completare l’iter autorizzativo presso gli uffici competenti; e l’acquisizione di ulteriore nuova capacità tramite il Capacity Market.

Non solo: per la Sardegna, la dismissione dei due impianti a carbone, Fiume Santo e Sulcis, rischia di mettere in seria difficoltà il sistema energetico insulare. Per risolvere le criticità in Sardegna e consentire la dismissione degli impianti a carbone sarà necessario realizzare nuova capacità per circa 500 MW di Capacità Disponibile in Probabilità distribuiti opportunamente sull’isola e realizzare il Tyrrhenian Link. Quest’ultimo è il nuovo collegamento Centro Sud – Sicilia – Sardegna che entrerà progressivamente in servizio nel periodo 2026-2028. Quindi il phase out in Sardegna rischia di allungarsi al 2029.

Ma in generale, che futuro è previsto per le centrali a carbone italiane?

Centrali a carbone: lo scenario mondiale e lo stato dell’arte in Europa

Tutti gli scenari che soddisfano gli obiettivi climatici presentano un rapido declino nell’uso del carbone. È il combustibile a più alta intensità di carbonio, usato prevalentemente in un settore – la produzione di elettricità – dove le opzioni di energia rinnovabile sono le nuove fonti più convenienti nella maggior parte dei mercati. Lo ricorda la IEA che rileva, tuttavia, che gestire l’abbandono del carbone non è semplice, specialmente quando procede alla velocità richiesta dagli scenari net zero, dove tutta la produzione di energia a carbone si ferma entro il 2040.

Le centrali a carbone in Europa
Le centrali a carbone in Europa

“Ci sono due aspetti nell’eliminazione graduale del carbone nel settore energetico: fermare la costruzione di nuove centrali e gestire il declino delle emissioni delle attività esistenti”.

Intanto però, ha rilevato Assocarboni in un intervento riportato da S&P Global, il carbone “ha confermato la sua leadership come principale combustibile per la produzione di elettricità anche nel 2020, rappresentando il 38% della produzione complessiva”. Secondo l’associazione, mentre l’Europa nel 2020 ha generato elettricità principalmente dal carbone (13,3%) e dal nucleare (24,2%), tagliando i costi delle bollette elettriche in media del 30%, l’Italia “è rimasta indietro, essendo l’unico paese al mondo senza energia nucleare e con la quota più bassa di utilizzo del carbone (10%)”.

C’è chi, come la coalizione Europe Beyond Coal mette in rilievo come l’estrazione e la combustione del carbone per l’elettricità siano fortemente impattanti per l’ambiente, la salute e siano abilitatori della crisi climatica. Forte degli studi che dimostrano come l’inquinamento atmosferico causato dalla combustione di combustibili fossili sia stato responsabile di una morte su cinque nel solo anno 2018.

I programmi in Europa per il phase out dal carbone

La stessa Europe Beyond Coal ricorda che più della metà di tutte le centrali a carbone in Europa sono ora chiuse, o lo saranno al più tardi entro il 2030; “e abbiamo l’eolico, il solare, l’energy storage e altre soluzioni di energia rinnovabile sostenibile per sostituirle”.

Centrali a carbone in Italia: stato e prospettive

In Italia le centrali a carbone attive sono otto, come riporta Assocarboni: cinque di proprietà Enel, due di A2A e una di EP Produzione. Quest’ultima è proprietaria della centrale di Fiumesanto (Sassari) da 320 MW. La multi-utility invece ne possiede una a Brescia (70 MW) e a Monfalcone (Gorizia, con due sezioni alimentate a carbone da 165 e 171 MW).

Le centrali a carbone in Italia

Per quanto riguarda Enel, è proprietaria delle centrali di Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia, Roma, 3 sezioni da 660 MW riconvertite a carbone); Brindisi Sud (composta da 4 unità per complessivi 2640 MW); Fusina (Venezia, 4 unità da 320 MW); La Spezia (600 MW) e la centrale termoelettrica del Sulcis, a Portoscuso, in provincia di Cagliari (340 MW).

Per quanto riguarda la centrale di Fiume Santo, la società proprietaria spiega che sono in corso valutazioni su progetti di trasformazione, che intendono “mantenere attivo il sito produttivo anche dopo il termine della produzione a carbone”.

I programmi in Italia per il phase out dal carbone

A2A sulla centrale di Monfalcone, illustra che, il gestore si è impegnato a presentare, “nel corso del periodo di validità dell’AIA (fino a marzo 2025)”, un piano di riconversione del sito. Esso prevede una graduale diminuzione dell’uso del carbone per produrre elettricità e una sostituzione con fonti energetiche rinnovabili. Tutto questo si pone in accordo con le linee strategiche del Piano Energetico Regionale approvato dalla Regione Friuli Venezia Giulia, nel 2015.

Le strategie di Enel sulle sue centrali…

Abbiamo posto la domanda a Enel sulle prospettive delle proprie centrali a carbone. La società ha fatto sapere che già dal 2019 ha avviato le attività propedeutiche alla sostituzione entro il 2025 della produzione termoelettrica a carbone, “in maniera graduale e tale da assicurare la sicurezza del sistema elettrico”.

Il piano prevede la progressiva sostituzione degli attuali impianti a carbone con nuova capacità da fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e impianti a gas – nella misura strettamente necessaria a garantire la sicurezza del sistema elettrico italiano.

La strategia di Enel è coerente con quanto previsto dal PNIEC che prevede un rilevante programma di crescita delle fonti rinnovabili, associata a nuove tecnologie (come ad esempio sistemi di accumulo di energia e gestione attiva della domanda) e a nuova capacità produttiva flessibile a gas per garantire la sicurezza del sistema elettrico italiano.

“Una pianificazione delle attività di permitting, approvvigionamenti e realizzazione dei nuovi impianti che sia in linea con la previsione del 2025 potrà essere garantita solo attraverso iter per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie, nell’ambito di un percorso di dialogo e condivisione con le istituzioni interessate e le comunità locali”, scrive Enel nella stessa nota.

Attualmente Enel ha inviato alle istituzioni centrali e territoriali competenti la documentazione necessaria per avviare l’iter di permitting per nuova capacità a gas per i siti di La Spezia, Fusina, Civitavecchia e Brindisi.

Lo sviluppo nei siti in cui avverrà il phase out degli impianti Enel a carbone permette di utilizzare infrastrutture esistenti in ottica di economia circolare e di assicurare adeguata continuità sia occupazionale sia della stabilità del servizio. L’obiettivo è di trasformare gli impianti a La Spezia, Fusina, Brindisi e Civitavecchia in poli energetici innovativi pensati come luoghi aperti al territorio e sempre più integrati con il paesaggio. A luglio 2020 sono stati lanciati i concorsi, “Nuovi spazi per l’energia”, chiedendo ad architetti e designer di disegnare il nuovo volto dei quattro siti. È stato chiesto di presentare idee progettuali secondo principi di sostenibilità ed economia circolare, attraverso il riutilizzo delle strutture esistenti. I concorsi sono portati avanti in collaborazione con le Università di Genova, IUAV di Venezia, della Tuscia e del Salento.

Circa 350 gli studi di architettura e professionisti che hanno manifestato interesse per i concorsi e i progetti proposti sono stati valutati da una commissione formata da rappresentanti di Enel e istituzioni e università dei territori coinvolti. Al momento sono stati aggiudicati i concorsi di Fusina, Civitavecchia e Brindisi.

… e sugli impianti a carbone (e le centrali già chiuse)

Riguardo, invece, al piano di chiusura degli impianti a carbone, la stessa Enel ci ha fatto sapere di aver ricevuto nelle scorse settimane l’autorizzazione finale dal Ministero della Transizione Ecologica per la cessazione definitiva dell’impianto a carbone della centrale termoelettrica “Eugenio Montale” a La Spezia. In Italia Enel ha già chiuso le centrali a carbone di Genova, quella umbra in località Bastardo, a Gualdo Cattaneo (Perugia) e a fine 2020 ha chiuso il Gruppo 2 della centrale “Federico II” di Brindisi. Con l’autorizzazione alla chiusura di La Spezia e con quella dei gruppi 1 e 2 della centrale “Andrea Palladio” di Fusina, già ricevuta, quest’anno saranno dismessi ulteriori 870 MW. Complessivamente, quindi, con queste due ulteriori autorizzazioni, in Italia Enel avrà dismesso complessivamente circa 1.900 MW di capacità a carbone entro fine 2021.

“Anche per la centrale a carbone “Grazia Deledda, in Sardegna, nell’area di Portovesme, Enel intende completare la chiusura in linea con la strategia del Gruppo – scrive ancora – In considerazione di alcune caratteristiche specifiche del territorio, come la presenza di fonti rinnovabili e una previsione di un significativo incremento della connessione elettrica con la penisola grazie alla realizzazione di un nuovo collegamento (Thyrrenian Link), l’azienda ha proposto per la Sardegna di passare direttamente ad un’alimentazione energetica da sole fonti rinnovabili supportate da sistemi di accumulo, per fare della regione una vera a propria ‘isola verde’ entro il 2030, attraverso una produzione energetica a zero emissioni e l’elettrificazione di attività e consumi”.

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